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Attrezzi da donna, coltelli da bambino

Questo post parla di come, un cattivo uso del linguaggio dei colori, possa portare conseguenze indesiderate anche gravi. Questo post è scritto CONTRO uno specifico design che -pur bellissimo- trovo sconsiderato e che -sinceramente- avrei preferito fosse soltanto un concept utile ad aprire la propria mente, e non una realizzazione consapevolmente consumista e potenzialmente (oserei dire “probabilmente”) pericolosa.



Guardate l’immagine qui sotto. 
Sono giochi per bambini. Pieni di colori, stanno dicendo tutti la stessa cosa: SCEGLI ME, GIOCA CON ME.

baby_toy
Genitori e i bambini che sceglieranno questi oggetti li doneranno a coloro che amano, che li stringeranno a sé con trasporto e fiducia.

Nella comunicazione tra oggetto-giocattolo ed i suoi “utenti”, ci sono molte diverse componenti: forma, dimensione, materiale e colore sono soltanto le principali direttrici che -spesso- precedono l’interazione e consentono la creazione di un modello mentale e aspettative d’uso. Soltanto dopo, con azione/interazione l’utente prende consapevolezza e -come è ovvio- sperimenta soddisfazione, frustrazione, errore, etc.

Nell’approccio ad un oggetto mai visto prima, l’analisi visiva (qui intesa non solo come ciò che vediamo, bensì come risultato del processo di visione post elaborazione nella nostra mente) ricopre un ruolo fondamentale, e ci consente una analisi/valutazione a priori.

doccia colorataBello, brutto, performante, adeguato, robusto… Giusto o sbagliato che sia, il primo giudizio è tutto e solo visivo.
Un giudizio che sia replicabile e che venga diffuso, può divenire un trend.

Le aziende, co-generano questi trend, ma soprattutto li impacchettano, in generazioni e classi di prodotto che possano risultare desiderabili ed adeguati abbastanza da essere acquistati.

Guardando i giochi di cui sopra, a me viene in mente l’esempio dei primi iMac colorati e della infinita miriade di cloni involontari che generarono.

La tentazione di colorare il mondo ovviamente non svanì certo con il tramonto dell’iMac…

tools_rosaRecentemente, alcuni prodotti di illuminazione democratizzati (almeno in parte) da Philips, hanno rilanciato questa moda e -più in generale- la disponibilità a basso costo di LED multicolori ad alte performance, ha lanciato tutta una serie -più o meno adeguata- di interpretazioni.

Il linguaggio del colore è un forte elemento distintivo per l’oggetto, ma può esserlo anche in riferimento al suo TARGET di mercato.

Di recente ho visto (e subito fotografato) questo SET DI ATTREZZI per sole donne (o per donne sole, fate voi).

Se vi state chiedendo in cosa consiste la customizzazione donna, beh, non c’è bisogno di soppesare al grammo ogni attrezzo, perché -di fatto- la differenza sta tutta e sola in quel che vedete: un manico rosa.

Ecco, nella distanza dal design multicolore dell’oggetto giocattolo, sino alla soddisfazione di una doccia in BLU in stile Futurama, passando da una chiave inglese in rigoroso rosa shocking, c’è gran parte dell’universo possibile. 

…d’altro canto, ci sono cose che TUTTI SANNO si possono ma NON SI DOVREBBERO fare.

E qui veniamo alla ragione per cui ho scritto questo post, ovvero il moto di istantaneo dissenso quando ho visto questo set di coltelli color pastello.

coltelli2

Vedete la posata dal manico colorato NON è certo una novità. Eppure -ad esempio dei bambini- lo RICONOSCONO come coltello e -se esiste per loro informazione adeguata e/o divieto ad usarlo- lo assoceranno ad un pericolo.

Un coltello resta un coltello anche se ne colori il manico.
 Questo perché a definire l’identità di coltello NON è certo il manico, bensì la lama.

 Quel che accade quando ANCHE la lama viene colorata, e soprattutto colorata di tinte pastello (di solito intese come sicure e morbide, vedi il linguaggio dei colori associato ai giochi per bambini), è la perdita delle proprie certezze sulla identità dell’oggetto e dunque sul conseguente modello concettuale ed aspettative da applicare.

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Per farla breve, un bambini riconosce come “GIOCATTOLI” entrambi i set di attrezzi visualizzati qui sopra. Ovviamente, mentre non corre particolari rischi con il set di attrezzi da cucina in materiale plastico a sinistra, ha certamente molte probabilità di farsi del male con un coltellaccio affilatissimo -anche se dall’aspetto rassicurante- come quelli a destra.

E adesso, il momento Geek…

Ricordo una puntata di SPAZIO 1999, dove un sedicente dio spaziale invia alla Base Alpha una serie di doni dall’imprevedibile uso, ed alcuni membri dell’equipaggio della Base si feriscono tentando di comprenderne l’utilizzo.

Quando il semidio si presenta alla Base Alpha, si stupisce che i suoi doni abbiamo procurato danni e non piacimento, e si scusa dicendo che aveva erroneamente ritenuto i terrestri -anzi lunari- evoluti a sufficienza per conoscere il linguaggio dei colori, con cui erano chiaramente scritte le istruzioni d’uso (iridescenze proprie di quegli oggetti).

Concludendo…

Con questo post, oltre a lanciare una precisa invettiva contro coloro che stanno colpevolmente inducendo in errore gli UTENTI dei propri COLTELLI, vorrei anche cogliere l’occasione per ricordare che NON CI SONO ISTRUZIONI d’USO che tengano, e aggiungo: le vecchie regole di Don Norman relative alla progettazione di una adeguata affordance di un oggetto, nonché i suggerimenti preziosi che la semantica può darci.

Un coltello rosa simile al rosa della pelle (se quello è il vostro colore), può doppiamente trarvi in inganno. In prima istanza usando la sua tinta rassicurante per inibire la vostra attenzione (in un adulto, alla fine, l’uso di un coltello è un fatto talmente quotidiano da non avere un setting di allarmi poi così forte), mentre la seconda tradisce la vostra vista. ZAC!



E si, una volta nella vita, facciamo anche un po’ di polemica…
Il mestiere di designer NON può essere solo quello legato al belletto utile e necessario per far vendere un coltello in più. NOI non siamo qui per photoshoppare una modella o appicciare un adesivo di Hello Kitty su un a mitragliatrice. Noi siamo qui per dare strumenti di senso ed una prospettiva al mondo. Se no, perché altro saremmo qui?

:)

Non avere tasti fisici E’ o NON E’ un errore nel design di iPhone? Lasciamolo dire ai GIOCHI!

foto by SOCIALisBETTERUna modesta premessa: Penso che la vera rivoluzione NON sia l’oggetto iPhone, che sarà certamente presto emulato da Android e declinato in mille modi, quanto il degno compagno di giochi. Ancora una volta lui: iTUNES.
La Apple replicherà il miracolo che ha completamente re-inventato il commercio della musica (e non solo online, visto che iTunes vende più musica di WallMart), creando -quasi da zero- il mercato delle applicazioni per mobile.

Smaltito l’entusiasmo da appassionato dei prodotti Apple e visti crescere uno dopo l’altro gli iPhone aziendali (in WideTag sono “macchine di sviluppo”), mi sono dato allo shopping ed ho acquistato due dozzine di Applicazioni iPhone! Volevo provarne quante più possibile, ed ho investito un piccolo capitale. :) (more…)

VideoGames tra Socialità e Marketing

foto from flickr - http://flickr.com/photos/29608584@N07/2830544546
Questo post parla di videogiochi e di come il web 2 ha cambiato alcune consolidate abitudini e definizioni. Prima di partire però è meglio che io chiarisca la mia parzialità, ovvero: in generale trovo la socialità come positiva e il marketing come… variabile. Infatti, la mia personale molto generica definizione di marketing è: tutto quello che, dalla TRUFFA alla buona progettazione passando per ogni forma di comunicazione o inbonimento.. Insomma, tutto, ma proprio TUTTO quello che puoi fare per vendere di più e meglio.

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Ma adesso, parliamo di videogiochi e -in particolare- di due mie esperienze recenti con: SPORE e RAPALA.
Spore, lanciato all’E3 del 2006 è candidato ad essere IL super-videogioco di simulazione e -con tale autore- non potrebbe essere diversamente. L’attualità di SPORE è legata alla sua attualissima versione macintosh e persino alla sua comparsa su iPod / iPhone.

Rapala l’ho invece incontrato un annetto fa, alla comparsa della sua versione per Wii. L’acquisto mi lasciò molto insoddisfatto ed il motivo è che… beh, si fa lunga, leggetevi il post. (more…)

iDELL: come la FABBRICA del PC per tutti ha reinterpretato gli iMac

iDELLNon so perché DELL abbia atteso tutti questi anni per “rifare” gli iMac che -nel 1998- resuscitarono la allora morente Apple. Certo non è l’ All-in-one, ma quello forse oggi non avrebbe più senso. Non almeno in salotto, dove i nostri televisori (non il mio a dire il vero) si sono evoluti in modo straordinario, passando al digitale ed all’alta risoluzione.

Colorare i computer e rimpicciolirli oggi è dunque una questione estetica da arredo di interni. Un modo per far convidere il diavolo computer e l’acquasanta divano da soap opera.

Comunque sia, qualcosa che mi piace c’è. Tanto vale parlarne.

imac_flowershot.jpgNel 1997 Steve Jobs tornava come Ceo ad-interim alla Apple e -nel giro di due anni- ne determinava il passaggio dal quasi fallimento al sogno. Le sue tre armi furono:
1) Una potente scure con cui abbatté senza alcuna pietà ogni progetto non strettissimamente core (da Newton, all’ATG, dalla dozzina di modelli desktop allo sviluppo di un nuovo OS figlio del vecchio MacOS)
2) Usare l’OS simil Unix di Next come nuovo cuore del MacOS
3) Reinventare il personal computer, introducendo gli iMac.

Gli iMac colorati -i primi ad apparire sul mercato- diedero al design applicato all’informatica, uno stimolo senza precedenti.
Per la prima volta eravamo dinanzi ad un vero all-in-one. Per la prima volta il COLORE abbatté la barriera del nero o beigé per prendere -sfolgorante delle sue trasparenze plastiche- un posto di primo piano su ogni scrivania.

Difficilmente dimenticherò il centinaio di iMac ROSSI delle Internet-room di Harvard University. O le dozzine di iMac colorati sfoggiati da receptions di aziende e casse di negozi.

coolers.jpg

La corsa all’emulazione fu universale. Nacquero ogni genere di prodotti di consumo trasparentosi e colorati, con punte TRASH notevoli. Poi, improvvisamente, più nulla. La stessa Apple, si convertì al bianco e -uno dopo l’altro- i colori sparirono dalle scrivanie e -al più- si infilarono nelle tasche sotto forma di iPod, o dentro le nostre borse sotto forma di PC colorato Ferrari e altre comparsate minori.

Certo, anche il bianco dell’iPod è stato clonato in miliardi di modi, ma le sue versioni in colore non riuscirono a destare l’impressione dei primi iCandy. Ma fu soprattutto tra i desktop che ogni tentativo di riprendere il filone del colore o introdurre nuovi materiali, fu fallimentare. Almeno sino ad oggi.

iDELL bambooiDELL
Girando ingiro per il web, qualche settimana fa, mi sono imbattuto nel sito della DELL. In home troneggia il desktop compatto -in stile Apple Mini- di ultima generazione. Si chiama HYBRID e vuol essere STILOSO, MODAIOLO, DESIGN CENTRICO e persino un pò ECOLOGICO.

L’occhio mi è andato subito su la giardinetta di famiglia, un computer il cui case è realizzato in bamboo e che subito mi è piaciuto per il suo stile a metà tra il vintage e la texture di default di SecondLife!

Osservando i sei colori proposti per Hybrid il richiamo è effettivamente a metà tra i colori di Zune e quelli della seconda serie di iPod colorati. La mascherina, sempre NERA, mette in bella mostra soltanto il led/pulsante di accensione e la scritta HYBRID. Il resto, una volta tanto è ben nascosto altrove o eliminato.

La prima assenza rilevante per lo stile sono i mille bollini e marchi, INTEL inside, scheda grafica tal dei tali, scappellamento a destra, etc etc, con cui -di solito- i PC vengono carrozzati. Come fossero macchine da rally sponsorizzate. O come se l’acquirente dovesse compiacersi degli adesivi ed accorgersi tramite essi della potenza/bontà della roba che ha acquistato.

Altra assenza, le COMODE PORTE POSTE SUL DAVANTI! Che hanno senso su desktop tower di quelli che di solito stanno SOTTO alla scrivania, ma che hanno zero rilevanza sui compatti di questa categoria. NOTA: Semmai, le porte andrebbero ridondate su monitor e tastiera!

iDELL

Ma gli iMac -colorati o no che siano- sono sempre stati ALL IN ONE, mentre questo iDELL è un desktop compatto da salotto che più che altro è paragonabile al semi-dimenticato Apple Mini. In tal senso, DELL ha pensato dei computer da collegare -anche e soprattutto- alla TV (HDTV e DVI) e non ha neanche dedicato tante attenzioni nel progettare una adeguata serie di monitor LCD.

A proposito di monitor… A molti è proprio il piedistallo metallico della più recente serie di iMac non fa impazzire. Stiloso forse, ma minimale al limite del povero. Certo mille volte meglio del piedistallo di iDELL, che sembra un lavoro da artigiano locale del profilato di alluminio.

Un altro dettaglio del genere “VORREI ma non posso” è la mascherina frontale, infatti -tenuto conto del duplice potenziale orientamento verticale o orizzontale del PC- mostrerebbe il LOGO HYBRID con un orientamento sbagliato in almeno uno dei due casi. Ecco che la soluzione cheap è stata trovata inserendo nel pacchetto DUE mascherine!

Alla Apple, minimo si sarebbero inventati un sensore per leggere l’orientamento, o un logo girevole. :))

Ok, qualcuno dirà che sui PC bisogna sempre tenere molto accuratamente d’occhio il prezzo ed un logo girevole non ci stava dentro, ma -proprio parlando del prezzo- a me vien da dire che Hybrid è già caro così.

iDELL family

Oramai uso l’iPhone come metro di paragone di quasi tutto quello che ha a che vedere con l’informatica. Ebbene, dal mio punto di vista, se un iPhone -ad elevato tasso di innovazione e miniaturizzazione- costa 600 euro, un normalissimo computer da salotto con il case colorato (e senza monitor) non può costare lo stesso prezzo.

Vero, su Hybrid potete scrivere un vero testo, editare un filmato etc etc, ma se è per il salotto serve più che altro a vedere i film, le foto, etc. Ebbene, attendetevi di poter fare tutto questo con un semplice iPhone e un account Netflix o equivalente.

Dico la mia:
1- un iPhone non dovrebbe costare più di 399euro senza vincoli di contratto
2- un Hybrid o MacMini 299€, perchè ha più performance e più stile del laptop da 100 dollari che -sempre a mio modesto parere- dovrebbe rappresentare la pietra di confronto.
3- un mac air con la potenza grafica decuplicata o un desktop superpompato? 999euro!

TORNANDO AL BAMBOO…
La cosa mi incuriosisce e -forse- ne comprerò uno. Naturalmente soltanto quando potrò avere in combo un TV in bamboo con presa HDTV ed un servizio di Video on Demand basato su internet.

…tanto, non so perché ma ho come il sospetto in Italia -alla solitaria “avanguardia” nel digitale terrestre- prima che trovi spazio un Netflix della situazione, i costruttori di TV avranno finito la plastica.

NOTA: The Apple Museum

Don Norman ed il Design del Futuro

photo by http://www.fi.edu/winners/2006 Gli ultimi libri di Don Norman non hanno certo lasciato il segno come la sua vecchia caffettiera, ma quello che scrive il nostro nonnino della psicopatologia degli oggetti quotidiani è pur sempre un buon benchmark.

Così ho acquistato il libro (edizione italiana, IBS) e –come sempre accade- c’è qualcosa di cui val la pena di parlare. (more…)

Il limite del pensiero, tra dimensioni e modernità

THINK BIG! THINK DIFFERENT! LATERAL THINKING… Sono molti i claims relativi al modo con cui affrontare una sfida, decodificare il mondo, progettare a mente libera. Tutto purché ci si riesca a liberare la propria mente dalle resistenze del “non è mai stato fatto prima”; piuttosto che dagli usi comuni che ci impediscono di ripensare radicalmente gli oggetti di uso quotidiano; o -cosa tra le più difficili- dai Brainframes, ovvero: gabbie culturali che accorciano la nostra vista e la direzionano su ciò che è consueto, rendendo “inconcepibile” un approccio di pensiero inusuale.

Beh, la faccio breve… Voglio mostrarvi tre progetti diversissimi per ambito e dimensione che hanno una sola cosa in comune: mostrano un approccio di pensiero creativo davvero radicale. …e magari con simili approcci mentali potremmo anche ripensare Milano. (more…)

Un talk in Domus Academy: Il museo al tempo dei Gargoyle

Immagine 2Andrea di 7th Floor -ovvero il superconnettore del mondo innovazione italiana- mi ha coinvolto in una intrigante Master in Domus Academy (sede di Roma). Il titolo del Master è Cultural Experience Design and Management, e -in breve- si tratta di vedere come la tecnologia può garantire una user experience adeguata ai Beni Culturali.

Dalla augmented reality al social networking, da SecondLife agli Spime, ho raccontanto agli studenti un mucchio cose che qui avrebbe poco senso stare a ripetere, ma c’è una tavola che sintetizza molti di questi concetti e -questa si- forse si può provare a discutere in un post, magari aggiungendoci almeno un gargoyle e qualche altra provocazione. (more…)

Proiettori portatili e informazioni “nascoste” nello spazio

Ho appena visto questo video segnalatomi da Daniele Galiffa realizzato dalla Università di Toronto. Daniele ha scritto anche un articolo e segnalato alcune risorse disponibili online. Ficata… chissà come scalda però. :D

Imagine combining the magic power of you and your buddies’ handheld projectors to discover treasures that none of you can see alone? Following up their previous work, the University of Toronto and Mitsubishi researchers further explored how multiple handheld projectors can be used together to support interaction between people.

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NOTA: questa storia delle informazioni sparse nello spazio ed associate a luoghi fisici e che poi vengono “scoperte” tramite device portatilli (tipicamente telefoni) NON è nuova e NON è una idea canadese. La prima volta che ne ho sentito parlare ci stava lavorando la Acapela ed era un progetto finanziato -anche- con fondi europei.

K-Humans sulla stampa (fica) californiana

Communication Art / Interactive Annual - (cover)Communication Arts è una rivista Californiana che -personalmente- considero La Bibbia della grafica. Durante il mio speech al BayCHI a SunnyValle ho incontrato Sam McMillan giornalista che si occupa di Emerging Media.

E’ nato così un articolo davvero incisivo (4 pagine a colori sull’Interactive Annual di Communication Arts non sono una sciocchezza) dove si parla di SecondLife, della Electric Sheep, ma anche della mia visione sull’ Embodiment (cornice culturale a cui tengo molto), e degli italianissimi K-humans.
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Personalmente considero questo articolo un grande successo per tutti gli attori coinvolti. Primi tra tutti il team che ha inventato e realizzato i K-Humans. Una volta tanto, abbiamo giocato in SerieA.
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- il link alla versione online di Communication Arts

- le pagine dell’articolo (via Flickr)

Interfacce conversazionali italiane a Londra

About KAA (K-Humans Authoring Tools)Le apparizioni di K-Humans a Londra si fanno sempre più fitte. Questa volta abbiamo partecipato ad un evento mooolto business oriented, nel nuovissimo (e strafico) Altitude al 29esimo piano di un palazzone sul Tamigi.

Parlando dei contenuti del mio talk è venuta fuori una riflessione -spero interessante- sull’influenza delle interfacce conversazionali rispetto a quelle grafiche. Ma in questo post c’è anche dell’altro, compreso qualche off-topic frutto di questo giro londinese… (more…)