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Il Ritorno di Krug (10 anni dopo)

krugNonostante il titolo “Rocket Surgery Made Easy” dia luogo a sospetti, Krug non è un Klingon a caccia di Kirk.
Steve Krug è uno dei vari Guru americani dell’Usabilità. Dieci anni fa scrisse un simpatico libretto: DON’T MAKE ME THINK, un “libretto”, considerato superficiale ed entry level dai più, che io l’ho sempre considerato la lettura giusta da consigliare a tutti coloro -soprattutto se Clienti- che fossero alle prime armi ma volessero imparare facendo.

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Ma il libro di Krug non era solo “semplice”. Era di BUON SENSO.


Krug, come altri ben più famosi di lui, si è sempre preoccupato del costo degli interventi di usabilità, come di identificare le pratiche più concretamente realizzabili anche su progetti di piccole dimensioni.

Tra le illustrazioni (belline davvero) del libro DON’T MAKE ME THINK, figuravano (ed era una prima assoluta per un testo divulgativo) dei concetti sulla organizzazione degli elementi in pagina, che prendevano spunto da come funziona la visione umana. Sena farla mai lunga o complessa, Krug ha dato spazio a concetti poi approfonditi dall’Eye-Tracking (senza mai citarlo) che Guru come Jakob Nielsen hanno sdoganato soltanto lo scorso anno, con il libro EYE TRACKING USABILITY.

Ma oggi, che l’Usabilità -si sa- è vecchia. Per certi versi è morta e sepolta… che senso ha parlare di KRUG?

beh, adesso… 
 Proprio morta e eepolta forse è troppo.
Negli anni, allargando lo sguardo rispetto al semplice concetto di usabilità funzionale, nonché con il crescere e diffondersi della consapevolezza della NECESSITA’ della partecipazione degli “utenti”, l’usabiità si è evoluta in molte forme: la User Experience ad esempio, ne amplia portata ed orizzonti senza negarne necessità e rilevanza. 
E -date le ultime emergenze su Usabilità Sociale- l’usabilità è persino sbordata nel (vero) Marketing. Ed uso la parola Marketing, senza l’abominevole e discriminante “2.0” a far da pretestuoso distinguo.

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Steve Krug io non l’ho mai incontrato dal vivo, ma non pare uno “speciale”.
Eppure credo abbia il merito speciale di rendere quasi simpatica una attività e delle competenze -parlo di usabilità- che altri guru hanno reso accademica, accusatoria e -in poche parole- antipatica.

Eccovi un estratto della prefazione del libro. Credo sia sufficiente per farvi una idea e decidere… per chi comprarne una copia.
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Ma ovviamente non è per il “disclaimer” che il libro di Krug vale un post. La mia attenzione se la è meritata (nella sua edizione italiana edita da HOPS) per titoli come:

Fatene uno Sport bello da vedere

Quando risolvete i problemi, crecate di fare il minimo

I soliti sospetti

Robe che -a me- hanno fatto divertire e che -al neofita che ha buon senso e voglia di mettere in moto il cervello- fanno innamorare dell’Usabilità. E si sa, l’appetito vien mangiando.

Chiudo con una frase che ho trovato sul sito di Krug.
Joel Spolsky -che è hacker ed uno speaker eccezionale- ha scritto::”Steve Krug is my hero. By making usability testing so effortless, he teaches us how to eliminate the frustration from our own products”. …vorrei averlo io un endorsement così da Joel!

Leeander il Barbaro (alla Biennale)

Italia 2050: Perché non dobbiamo avere Paura del FuturoBaricco ed i Barbari, Molinari & la Biennale, WIRED ed i suoi Visionari: Tutti insieme per NON dover avere PAURA del FUTURO

Questa “allucinazione” collettiva si chiama Italia 2050 e potrebbe davvero contenere qualche brandello del nostro futuro. Da ieri è ufficialmente in mostra alla BIENNALE DI ARCHITETTURA 2010, a Venezia.

Nel mio piccolo, avendo scritto l’articolo sulla Internet degli Oggetti che l’Architetto Cherubino Gambardella ha trasformato in una installazione in mostra al Padiglione Italia, sono uno dei Barbari che ha finito per essere “esposto” in Biennale. Dunque -forse- in futuro ne scriverò.

Per oggi, con Luna, Molinari e Baricco da poter leggere (fantastica occasione), non mi pare abbia senso che scriva io dell’altro. Leggiamoci insieme quello che hanno detto loro ingiro e su WIRED.

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Scrive Alessandro Baricco:
… Viaggiamo velocemente e fermandoci poco, ascoltiamo frammenti e mai tutto, scriviamo nei telefoni, non ci sposiamo per sempre, guardiamo il cinema senza più entrare nei cinema, ascoltiamo reading in rete invece che leggere i libri, facciamo lente code per mangiare al fast food, e tutto questo andare senza radici e senza peso genera tuttavia una vita che ci deve apparire estremamente sensata e bella se con tanta urgenza e passione ci preoccupiamo, come mai nessuno prima di noi nella storia del genere umano, di salvare il pianeta, di coltivare la pace, di preservare i monumenti, di conservare la memoria, di allungare la vita, di tutelare i più deboli e di difendere il lardo di Colonnata. In tempi che ci piace immaginare civili, bruciavano le biblioteche o le streghe, usavano il Partenone come deposito di esplosivi, schiacciavano vite come mosche nella follia delle guerre, e spazzavano via popoli interi per farsi un po’ di spazio. Erano spesso persone che adoravano la profondità. …

- Leggi il resto dell’Articolo su WIRED
- L’intero racconto di WIRED sul team Italia 2050

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Leeander il Barbaro

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Nel 2050 immagino realtà l’”Internet degli Oggetti”. Un’Internet più larga e più profonda del web 2.0, su scala planetaria, capace di farsi GAIA, la Terra, e di includere nelle reti sociali sia gli umani che le loro “macchine”. Questa terza ondata di Internet NON si posiziona solo nel Futuro, anzi è radicata nel passato: nel 2010 è già entrata nelle case della gente, accelerando il processo di re-invenzione sistematica degli oggetti. Ripensare gli oggetti di ogni giorno, così come avvenne con l’avvento della plastica, e riformarli perché siano adeguati al futuro nel quale desideriamo vivere: questa è l’opportunità che l’Italia - più di tanti altri sistemi e paesi - è tagliata per affrontare. Un’opportunità strategica, non solo per non scomparire, ma anche per entrare in un neo Rinascimento in cui tornare protagonisti. - Leggi il resto dell’Articolo su WIRED

ALTRI LINK:
- Italia 2050. Da Venezia: l’architettura tra 40 anni (Corriere)
- AILATI under construction (Bella galleria di foto su YMAG)
- Tutto AILATI su YMAG

GPS Senzienti & Realtà Aumentata

Chi mi ha sentito parlare di SPIME, e di oggetti “connessi e senzienti”, mi avrà anche probabilmente sentito descrivere il classico navigatore per auto come “un pazzo che ha una mappa, un orologio e una gran fede in un dio che lo protegge dall’alto dei cieli“.

Questo GPS “classico”, in realtà non ha alcuna conoscenza diretta del mondo reale. Ha persino poco a che vedere con l’auto in sé, con la quale non dialoga in alcun modo. Sta lì, a dar ordini dal centro del cruscotto, e non possiede neanche una telecamera con la quale guardare fuori, o una connessione ad Internet per verificare se le sue mappe sono aggiornate.

Quello che salva il GPS “classico”, alla fine dei conti è che la sua “fede” è in effetti ben riposta.
Il satellite (anzi i satelliti) gli consentono infatti di capire dove si trova e come si sta muovendo (e non c’è neanche una bussola) con tale precisione che l’indicatore della velocità del GPS è più preciso del tachimetro della auto che lo ospita.

EPPURE…

Non ha senso che un oggetto come il navigatore satellitate per auto non sia connesso alla Rete e non dialoghi con l’auto stessa.

Per dirsi cosa? Per capire di più delle condizioni della strada, del livello di manutenzione dei pneumatici, per fare due conti basati sulla quantità di carburante disponibile, e chissà cosa altro.

inoltre,
aldilà della necessaria bussola (di solito però nei GPS non c’è), si potrebbe dotare l’auto di sensori utili a determinare eventuali impatti, o anche solo a misurare temperatura e umidità della strada. Magari da condividere in real time su network sociali di auto e gestori delle autostrade.

ed ancora…
Avrebbe molto senso che un computer di bordo, che sia il GPS o altro poco importa purché i sistemi si parlino, possa fornire informazioni aggiornate in real time in merito a distanze di sicurezza, cambi di corsia, individuazione di ostacoli in situazioni di scarsa visibilità…

Tutte cose “difficili” se viste in ottica prettamente industrial-automobilistica, ma assolutamente semplici se approcciate per la via del software o dei videogames. Naturalmente, questo solo per indicare la via. Poi, la sicurezza deve comunque essere regina.

Eccovi un lampante esempio: (via Mashable)

Felicity & le città Intelligenti

Disclaimer: Quello che segue è un articolo che ho scritto per colpa/merito di Stefano Meneghetti, che mi ha chiesto di inviarlo come contributo al Felicity Project, che lo vede coinvolto. “Change your City, Change your Life”, ovvero il motto di questo progetto, è molto in sintonia con i miei recenti progetti sotto l’ombrello WideTag, nonché la “questione” Biennale dell’Architettura, dove sono coinvolto via WIRED. Ma questa è una altra storia…

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Articolo per Felicity
Il livello di qualità della vita di ognuno di noi, dipende fortemente dal luogo in cui vive. Questo è vero sia laddove il luogo è ameno, isolato, o drammaticamente povero, che anche -e forse a maggior ragione- per chi vive nella città.

La Città è infatti il luogo delle interdipendenze, delle moltitudini da muovere, delle risorse frazionate, delle risorse trasportate da altri dove, delle infrastrutture alla ricerca di un difficile equilibrio con chi -la città- la vive.

Per cercare di dare ordine e efficacia alle città, oggi un approccio rumorosamente presente è quello delle così dette “Smart Cities”: Città intelligenti corroborate da Reti di Sensori e organizzate da una profusione di software che ne misura ogni respiro e organizza ogni battito.

Personalmente, ho l’impressione che questa tecnologia ingegneristica e muscolare possa rappresentare -su grande scala quello stesso approccio preconfezionato ed in taglia unica, grazie al quale la domotica fatica ad imporsi e -talvolta- ad adeguarsi al mutare degli abitanti o -più semplicemente- delle loro mutate esigenze.

Quando raccontata così, come tanta “intelligenza” data da sensori e da software che dovrebbero risolvere i grandi problemi delle città: questa è una storia che non mi convince.

Io sono dell’idea che NON debba e non possa esistere una soluzione tecnologica in sé, quanto invece esista -per ogni innovazione- l’opportunità di cambiare noi stessi, iil modo in cui concepiamo qualcosa, il modo in cui mettiamo in pratica una azione.

A chi promette città intelligenti, faccio notare che: Nonostante i grandi risultati della Ricerca Scientifica, ad oggi, l’unica vera forma di intelligenza è quella degli esseri umani. Dunque una città intelligente è la città dove l’intelligenza dei suoi cittadini viene usata come una risorsa.



Nel design dei servizi, protendo per quelle soluzioni in cui il cittadino NON sia soltanto il cliente o l’utilizzatore finale di un qualcosa prodotto da altri; Preferiamo pensare al cittadino come parte integrante delle soluzioni di cui la società necessita.

Questo non soltanto perché la complessità dei servizi è cresciuta al punto da divenire sempre più improbabile che essi siano messi nelle sole mani del “fornitore”, ma anche per innestare più intelligenza in tutto il sistema. Per far sì che un problema NON sia subito inteso come una MANCANZA che una parte ha nei confronti di una altra parte della comunità, bensì come di una questione che la comunità tutta deve affrontare e risolvere.

La partecipazione dei cittadini credo sia non solo auspicabile ma persino necessaria, soprattutto laddove la complessità del sistema cresce rapidamente. Senza questa enorme Rete di partecipanti attivi, io credo, le infrastrutture che si progettano rischiano di collassare sotto alla loro stessa complessità ed associato costo di manutenzione.

Mi attendo di vedere cittadini che divengono “sensori” ambientali utili a monitorare la qualità dell’aria, la pulizia delle strade, la presenza di attività criminali, l’efficacia di un certo cambiamento, contribuire al miglioramento della viabilità, e molti altri aspetti della vita di una città, senza per questo ergersi a CONTROLLORI e -semmai- divenendo CO-RESPONSABILI.

La è prima tecnologia che ci serve è dunque quella che ci rende co-protagonisti. L’infrastruttura che vogliamo, quella che accelera la diffusione dei comportamenti virtuosi.

La felicità che una città può restituirci è una proporzione di ciò che noi siamo -a livello personale- in grado di disseminarvi dentro. Cambiano di strumenti, ma non cambia il concetto per cui la città, in prima istanza, è ciò che decidiamo di condividere insieme: la somma di ognuno di noi.

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UPDATE

A volte, l’intelligenza dell’uomo, coniuga le città a partire da specifici elementi architettonici o dal “modo” con cui si costruiscono certe cose. in principio si trattava solo di “usi e costumi”, poi di scienza, oggi -forse- di necessità. Credo fermamente che certi esperimenti architettonici -già validati su varie scale- possano e debbano entrare nel quotidiano della progettualità edile. Penso che alcune tecniche costruttive debbano diffondersi con logiche open source, e quindi -un po’ alla volta- tutti dovremmo emulare alcuni esempi ben riusciti. L’esempio per me è il “living roof” di Renzo Piano (e naturalmente son dovuto andare sino in California per vederne uno), che è una roba fatta come vedete qui sotto.

living roof

SHORT BIO
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Leandro Agrò | http://www.leeander.com/
Gmail, skype, Flickr, twitter: leeander

Con oltre di 10 anni di esperienza in Interaction Design, Leandro Agrò -aka Leeander- lavora nel campo di Internet dal 1995. Manager & Designer esperto di Usabilità ed eye-Tracking, ha collaborato alla progettare centinaia di prodotti e servizi nati attorno al web.
Leandro è quello che WIRED chiama ItAliens; Un “italiano di Frontiera” capace di vincere l’Apple Design Project a Cupertino nel 1997 e lavorare con continuità ai confini della innovazione. Nel 2009 ha piazzato la sua iPhone App -WideNoise- nella top10 del NYtimes, mentre -nello stesso anno- la Conferenza che organizza -Frontiers of Interaction- è stata la prima “europea” nella TOP10 Most Interesting and Popular Events di Upcoming (Yahoo).
Oggi è CEO di WideTag. Inc. una startup con sede in California che contribuisce alla pari delle grandi per la leadership culturale e tecnologica nella Internet delle Oggetti.

Mappe Stellari & Telescopio

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disclaimer: D’estate tutti i vari giornali e magazine partono con slancio alla ricerca dell’articolo più insensato, leggero, inutile, etc. Non so se lo stesso morbo ha colpito leeander.com ma questo è senz’altro un post… estivo. :)

Anche quando ho avuto in mano il primo iPhone, era estate. Ricordo mi misi subito alla ricerca di applicazioni di mappe stellari. Comprai iAstronomica, una prima applicazione utile ad alimentare la mia voglia di cielo, ma lontana dall’essere ciò che davvero desideravo poter fare.

L’idea evidente era quella di “puntare al Cielo” e sapere cosa si stesse guardando. Se avesse funzionato in quel modo, sarebbe stata una applicazione perfetta per chi -come me- è un curioso delle stelle che conosce megllio l’universo di STAR WARS che quello che ha sopra la testa.

Purtroppo “a quel tempo” non c’era ancora la BUSSOLA a dire all’iPhone da che lato fosse girato, e quindi, non c’era modo di esaudire quel mio desiderio o anche di progettarsi da sé una appliazione con simili caratteristiche.

Alcuni giorni fa, dalla stessa terrazza sul mare di Vigata, ho ripreso a smanettare su APP STORE alla ricerca della applicazione “giusta”. Ho evitato un paio di fregature “HD” che altro non sono che un libro di fotografie raccolte un po’ a casaccio e con zero interazione, infine ho trovato VITO TECHNOLOGY, che -aldilà delle facili ironie sul nome- ha prodotto due APP che ho acquistato. SOLAR WALK e STAR WALK!!!

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Prima di tutto, Star Walk (l’ho preso sia per iPhone 3Gs che per iPad) usa la BUSSOLA/GPS/ACCELEROMETRI per individuare correttamente la parte del cielo che si sta “inquadrando” (anche se qui la telecamera proprio non c’entra nulla) e mostra la corrispondente MAPPA DEL CIELO.
Questa funzione, aldilà di ogni altra, è ciò che rende questa applicazione un modo fantastico di mostare lo stato dello sviluppo della tecnologia degli Umani, nonché un ottimo strumento per scrutare il cielo e scoprirne alcune meraviglie.

Un po’ come SHAZAM in ambito musicale, STAR WALK è una di quelle Applicazioni che mostri agli amici (nel mio caso a mia nonna, che ne è stata stravolta) per stupirli

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Altro che dare la caccia a stella polare e orsa minore, con STAR WALK in breve si diventa abili nell’individuare la posizione delle prime stelle (o Pianeti) che emergono al tramonto e dare un nome ad ognuna di esse. Io oramai -tra le altre- sono divenuto un fan di SPICA / HR5056.

Ecco che ben presto, inquinamento luminoso e vista umana, limitano però l’esperienza e un bel vecchio telescopio (che ha anche una fisicità ed un fascino moooolto superiore ad un iPad) può fare molto molto bene il lavoro per coniugare ciò che si vede bene sullo schermo -ma sembra un bel videogioco- con la natura che sta dinanzi ai nostri occhi.

Certo, l’immagine traballante dentro visto nel mirino del telescopio, può competere poco in quanto a dettaglio e quantità di informazioni che l’iPad suggerisce ad ogni pixel di cielo, ma in una notte stellata delle vere stelle sono indispensabili. :)

Il miracolo di Star Walk, sta tutto lì, nel SUPPORTARE e non nel SOSTITUIRSI all’esperienza della osservazione delle stelle a cielo aperto. E’ evidente che la APP in questione -seppur con qualche limite- funzioni anche al chiuso o di giorno, ma -dal punto di vista dell’esperienza- NON è certo la stessa cosa. Di giorno la si accende per curiosità o per mostrarla a qualcuno (e magari scoprire casualmente la posizione della Luna mentre è resa invisibile dal Sole), ma NON ha quel piglio irresistibile che ha dopo il tramonto.

E’ quando le stelle “vere” cominciano a vedersi sopra le nostre teste che accendere l’iPad e puntare il Cielo, diventa un gesto magico.

Si sa che NON è un telescopio e che musiche (tutte molto centrate) e sfondo della Galassia sono… approssimative, ma il gesto di muovere in aria questo oggetto con questo specifico software, davvero pare magia.

E’ parsa tale alla mia nonna più anziana che ha interpretato dinanzi ai miei occhi la più celebre frase di Arthur C. Clarke, ovvero: Any sufficiently advanced technology is indistinguishable from magic.

E’ abbastanza interessante notare un paio di aspetti di questo discorso del “magico”.
Il navigatore satellitare è un oggetto incredibile. Ma anche -come preferisco raccontarlo io- “un pazzo con una mappa, un orologio, ed un dio in cielo che gli indica dove si trova in quel momento“. L’interazione con un navigatore satellitare è tutto fuorché “magica”. Certo, ci si può stupire di quanto bene funzioni, ma la modalità con cui si interagisce con un navigatore e la sua “rozzezza” fisica, associata al fatto che “abbiamo visto evolverlo”, NON gli dona alcunché di magico.

Prodotti come iPad associato a Star Walk, innescano invece una reazione pazzesca. Lo schermo gigante, la bussola + gps + accelerometri, e la impossibilità di separare il contenuto “mappa stellare” dalla sua interfaccia… i gesti nell’aria che si realizzano con questa nuova “tavola”, beh tutto ciò è molto magico.

Avendo anche bambini di differenti età (3, 4 e 6 anni) per casa, si è potuto vedere quale incredibile potenziale didattico hanno queste applicazioni di real world. Con la stessa naturalezza con cui si “accetta” un navigatore satellitare, si apprende qualcosa dello spazio ancora prima di avere chiara l’idea di… vivere su un Pianeta!

Qualche anno fa feci tutto un discorso sul fatto che usare la parola “virtule” per distinguere contenuti e prodotti “cognitivi” digitali da quelli fisici fosse solo una questione linguistica, e sarebbe finita con lo svanire nel tempo. Oggi, questi approcci BASATI SU SENSORI ed OGGETTI CONNESSI, aumentano la nostra realtà d ampliano la nostra capacità di comprendere il mondo che ci circonda.

Passato l’anno 2000, il nostro presente è già un futuro immaginato da scrittori di altri tempi. Un futuro dove al posto delle macchine volanti abbiamo preso a costruire nuovi modi di espandere le facoltà cognitive umane. Forse, una riflessione su questo, prima o poi dovremmo farla tutti.

Un iPad, un prisma, e l’ologramma è servito

N-3D DEMO from aircord on Vimeo.

CISCO: Un simil-iPad per la comunicazione

Cisco Cius
Pur senza la classe nel design e la suite di applicazioni di Apple, o lo store infinito… CISCO prova a giocare la carta simil-iPad centrandolo sulle caratteristiche più proprie del suo marchio, ovvero la comunicazione Business, in video.

Certo che, se iPad ha un “equivalente” di BUSINESS, due cose divengono evidenti:
1. che il formato iPad è lì per restare e SOVRAPPORSI per sostituire altri formati
2. che Apple non riesce mai del tutto a scrollarsi di dosso quel “rest of us” che l’ha contraddistinta nella lotta contro Microsoft / Office.

Insomma, in prima istanza: Cius sta ad iPad come Blackberry sta ad iPhone.

infine…
CIUS? ma chi l’ha scelto sto nome fricchettone?

Wired porta (anche) leeander alla Biennale dell’Architettura !!!

Biennale dell'Architettura

- link al sito della BIennale
- link ad un articolo di WIRED che comincia a dare informazioni su ciò che sarà

Tobii Glasses: I test sono usciti dalla cornice dello schermo

Se Interaction Design è la progettazione di quei servizi, tecnologie, processi e spazi che VIVONO FUORI DALLA SCHERMO, le modalità di TEST dell’IxD subiscono spesso una sorta inversione e divengono invadenti e limitate.

Da lungo tempo gli amici della Tobii (quella che fa gli eye-tracker alla cui base sono i software inventati da SrLabs) lavorano ad una tecnologia davvero stupefacente: un eye-tracker portatile e trasparente come un semplice paio di occhiali. Libertà di movimento e di interazione, pressoché totale!

I test, escono dal lab e li fai direttamente in aeroporto, supermercato o ovunque sia ciò che va testato.

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Così, in questa immagine del mondo visto dalla prospettiva del DETERSIVO sullo scaffale, io ci trovo una nuova serie di opportunità di test per il settore interaction design. Qualcosa con cui potersi finalmente fare davvero una idea oggettiva della qualità delle interfacce che vanno dal Bancomat a Minority Report.

L’appartecchiatura di test (e non vedo l’ora di testarla dal vero) sembra uno di quegli accrocchi da fantascienza che fanno così tante cose da sembrare per forza finti.

A me sono sembrati un po’ i mitici “occhiali a raggi X” del topolino, mentre Engaget nella sua recensione li ha definiti come “gli occhiali che la moglie vorrebbe regalare al marito con lo sguardo troppo… lungo”.

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iPhone4: La videochiamata, (torna) dieci anni dopo

Dieci anni fa, nella primavera del 2000, non soltanto eravamo nel pieno REGNO DEL WEB, ma anche nel momento della emersione della tecnologia UMTS.

Mi ricordo abbastanza bene sia di qualche aneddoto che ha preceduto l’arrivo vero e proprio dei “nuovi” cellulari… come quella telefonata con un amico che progettava le reti 3G a cui chiesi: ma quanto sono grandi questi nuovi telefoni? E lui risposte:”ad oggi è un furgone con sopra un paio di PC desktop e qualche antenna”. …che anche il momento in cui le licenze UMTS erano già state assegnate.

Ricordo di avere incontrato molte volte la gente di quella che -allora- si chiamava ANDALA, oggi H3G, che -di questa rivoluzione del video- era lacapofila.

telefononeIn quei giorni ero a capo della Altoprofilo SpA ed H3G/ANDALA aveva indetto una gara tra le “web agencies” per trovare il proprio fornitore. …il bello era che NON ESISTEVANO ANCORA i terminali UMTS, e quindi bisognava immaginarseli. Indovinare le specifiche, pensarne le forme, immaginarne le reali performances e quindi costruirne servizi ed interfacce.

Era una sfida fantastica e noi -armati di un taccuino COMPAQ che tutto era tranne un telefono- costruimmo un videoscenario centrato sulla videochiamata. Non si vedeva un solo bit di servizio o un solo pixel di interfaccia, ma trasmetteva l’emozione giusta, e fu un grande successo.

Quando arrivarono i “videofonini” tutti videro subito che si trattava di enormi mattoni di plastica, ma l’entusiasmo -per un po’- resto alto.

Due anni dopo, la nostra esperienza di utenti dell’UMTS era ancora davvero poco cosa. I telefoni dei veri trasportabili che finivano troppo facilmente in aree non coperte.
La videochiamata restava assolutamente costosa, emotivamente poco efficace, scomoda ergonomicamente. Insomma, un disastro.

Così, nel 2002 scrissi per idearium.ORG un articolo dal titolo “Nel nostro futuro la video-comunicazione è obbligatoria. FALLIRA?“, di cui qui vorrei riprendere qualche stralcio.

Perché era obbligatoria la videochiamata? …pensavo fosse ovvio.

Tutti gli stereotopi di futuro che ci sono stati mostrati comprendono la videocomunicazione. E’ come chiedere
il perchè delle macchine volanti!

Ma la realtà che stavamo vivendo nel 2002, era ben diversa, ovvero la videochiamata un vero fallimento. Un fallimento così grande che -in fin dei conti- fu persino silenzioso. Della “videochiamata” da cellulare, oggi NON SENTIAMO PIU’ PARLARE DA ANNI.

D’altro canto, chi conosce un pò di storia della tecnologia potrà subito citare anche vari altri fallimenti del videotelefono.

Pensate, il primo videotelefono della storia è datato 1964 (la AT&T lo presentò alla Fiera Internazionale di New York) e -nella fiction fatascientifica- i videotelefoni esistono dal 1914 (Tom Swift and his photophone).

Nell’articolo io feci un discorso del tipo: l’sms è un media blando che consente anche a degli estranei di entrare in punta di piedi nella vostra vita, mentre la videochiamata è fortissima e può andare bene quando si vuole davvero condividere un luogo, un momento, una emozione.

C’era spazio per tutti, quindi viva anche la videochiamata che -però- ci avrebbe messo più tempo a guadagnarsi il suo spazio.

Nell’articolo scrissi:

Forse l’innovatore della videochiamata sarà una ragazzina del liceo, che per far vedere la propria stanza a qualcuno che non ha mai invitato in casa lo videochiamerà , scatendando l’abitudine ad essere introdotti in casa soltanto dopo una interazione più debole, come una videochiamata che ti renda familiare quell’ambiente.

oppure

Forse l’innovatore sarà un regista di 14 anni che, per creare delle live-fiction che esiste giusto perchè raccontate in tempo reale ad un pubblico composto da una sola persona (quella raggiunta dalla sua videochiamata), improvviserà una videochiamata PULP o fingerà di trovarsi in capo al mondo stando davanti ad un poster.

Ebbene, è andata esattamente così!
Peccato che non abbiano usato ne la video chiamata, ne un telefono cellualre, bensi YOUTUBE!
Abbiamo dovuto attendere che fosse la VIDEOCONFERENZA via PC e i Network Sociali sulla Rete a renderci più capaci di comunicare in remoto in modo -talvolta- anche emotivamente connotato.

Ma adesso, FORSE, siamo davvero pronti. Adesso, quel genio di Steve Jobs e che meglio di ogni altro essere umano capisce QUANDO è il momento di una tecnologia, ci ha portato FaceTime. Dieci anni dopo.

Come nel mio vecchio articolo del 2002, chiudo con una curiosità. l’hard-WIRED “Reality Check“, libricino colorato che nel 1997 provava ad indovinare esattamente in quale anno sarebbe stata disponibile una certa tecnologia, cita i “videotelefonini universali”. In che anno hanno previsto i videotelefoni? Nel 2003 ovviamente!

Cosa ne penso oggi?
In un mondo occidentale che invecchia, la videochiamata funzionerà davvero solo quando sapranno usarla anche i nonni. E’ una questione più di device e di interfacce (o di interaction design si sarebbe detto una volta) che non tecnologica.
Oppure, volendo ammodernare i termini, è una questione di “Internet degli Oggetti”.
Personalmente, da tempo, penso di avere le idee giuste in testa… ma quale Telco le ascolterà e/o andrà in quella direzione?

Non certo chi si è perso, per dieci anni di fila, la connessione tra DEVICE e SERVIZIO, in chi si è perso la CENTRALITA’ DEL SOFTWARE, ed è rimasto ad un modo wireless di trasportare voce e dati. Un tubo che, per mere ragioni TECNICHE e solo in alcune aree è diventato invisibile, ma che CULTURALMENTE -nella testa dei più- è rimasto SOLO UN TUBO.