Foi12, video Recap (2days in 5minutes)
Original soundtrack by KORINAMI, video performance by JOE FERRARI. Editing video: leeander



Original soundtrack by KORINAMI, video performance by JOE FERRARI. Editing video: leeander
Per me è praticamente impossibile andare a parlare dei prodotti consumer dell’emergenza senza pensare allo sconvolgente THE SHOCK DOCTRINE di Naomi Klein (Wikipedia), che tanto è vicino ai molteplici disastri d’Italia. E vi consiglio di vedere il suo speech al TED.
…ma non era da Naomi che volevo partire. bensì da Sally.
Questa qui sotto è l’immagine che mostra quanto pericolosa è la tempesta tropicale Sally, che tra poche ore si abbatterà su una NYC praticamente “spenta” dalle autorità. La metro non va dalla 19 di ieri sera, tutto, dalle Scuole agli uffici, passando per Broadway, è sospeso. E’ pronto un piano di emergenza per indicare le strade percorribili con speciali mappe e gestire il traffico eventuale con la Guardia Nazionale. Insomma, si fa sul serio.

Ieri, a poche ore dal blocco delle linee di metropolitana, il mio amico David -che vive a NYC- mi ha chiamato in facetime dalla strada, mostrandomi l’ordinatissima fila per entrare da TRADER JOE (il mio preferito quando non c’è un Whole Food in zona). Di fatti, le autorità hanno raccomandato ai newyorkesi di munirsi di cibo e beni primari per tre giorni e molti negozi si sono organizzati per minimizzare la confusione DENTRO ai negozi -che hanno tenuto un approccio rilassato- e gestendo una fila all’esterno.
Durante la “telefonata” mi ha mostrato anche il suo giubbotto di emergenza e gli alti stivali a prova di tempesta (qui accanto, David nel suo look pensato ad-hoc per l’incontro con Sally.). Sembrava pronto per girare una scena di THE DAY AFTER TOMORROW. Anche se in quel momento era ancora ingiro, per mio conto… lo shopping al LEGO STORE!
Se Sally e David sono i primi due protagonisti di questa storia, lasciate che adesso vi racconti un aneddoto capitato a colazione con Katy.
Katy è uno dei miei super-boss negli Usa e qualche giorno fa eravano a colazione insieme qui in Italia. Era la sua prima volta in Italia e come è naturale, ha scoperto un sacco di nuove cose. Quella mattina ci ha raggiunto al tavolo conun iPhone in mano ed una certa eccitazione: aveva appena fatto una scoperta eccezionale! Alla TV davano le previsioni del tempo e LA PERSONA CHE LEGGEVA LE PREVISIONI ERA UN MILITARE!!!

Le è stato subito evidente che NOI QUI IN ITALIA PRENDIAMO MOLTO SUL SERIO LE PREVISIONI DEL TEMPO!
Beh, non preoccupatevi, le ho spiegato che non è proprio così… ma lei mi ha detto: Prova ad immaginare cosa accadrebbe negli States se un colonnello dei Marines desse per televisione delle previsioni meteo… specie con il tempo che abbiamo noi!
Già, cosa accadrebbe?
Da anni frequento gli States ed una delle catene che amo è la REI: più del negozio dio sport dei sogni! Da sempre mi intrigano e stupiscono tutti quegli accessori che si trovano spesso in prossimità delle casse. C’è di tutto: dalle torce a led che si ricaricano a manovella, alle celle solari di ogni dimensione, alle radio alimentate a manovella per le emergenze, alle coperte ultraleggere (materiali NASA) che vi proteggono anche sino a dieci gradi sotto lo zero, etc.
Nei negozi REI, i kit di sopravvivenza sono una vera e propria categoria mereologica. E questo è una bazzecola rispetto a ciò che è disponibile su AMAZON!
bhe, personalmenrte devo ammettere di essere sedotto da tutto ciò molto di più che da un coltellino svizzero. :D
Uno dei miei siti preferiti per le stramberie tecnologiche è http://gearjunkie.com/gear-reviews/technology. In questo articolo trovate una incredibile lista di prodotti in anteprima, tra cui potrete certamente selezionare vari accessori adetti alle emergenze a cui state per andare incontro.
Personalmente vi consiglio il guscio impermeabile con celle solari per il vostro iPhone.

o la comoda barchetta da pesca, adattabile a natante di emergenza per raggiungere il TRADER JOE anche in caso di diluvio.

Come dire, che c’è un prodotto per ogni genere di emergenza e che -molti americani- ne possiedono davvero parecchia di roba del genere.
Da noi le previsioni fanno stile se fatte in divisa, e si vende al più lo stick anti-medusa. Si vende per modo di dire: vi sfido infatti a trovarlo quando siete in qualsiasi località balneare italiana.
Se vi dovesse servire, cercate vicino a voi in spiaggia un turista americano -riconoscerlo dall’abbiagliamento non dovrebbe essere difficile- e chiedetelo a lui: certamente ne avrà acquistato una dose per le emergenze.
In bocca al lupo!
Per le conclusioni, non posso non tornare da Naomi (Klein non Campbell). Sarà un off-topic ma questa intervista ha magnifica fotografia e poche cose, almeno prima di Sally, sono state più rilevanti a NYC che Occupy Wall St. Tutto è incredibilmente connesso…
Ci sono persone verso le quali abbiamo un grande debito; Non è necessario che queste siano stati grandi uomini o grandi donne. Quello che importa è che ci abbiano donato grandi idee.
Se la mettiamo in questo modo, pochissimi hanno dato tanto alla nostra modernità, quanto Philip K. Dick. Questo incredibile scrittore è stato capace di concepire alcune delle storie che hanno maggiormente influenzato il nostro immaginario -vedi alcuni titoli dei film ispirati alle sue storie, tra cui: Total Recall (Atto di forza), Minority Report, Screamers, Un Oscuro Scrutare, ed il celeberrimo Blade Runner. In tutto questo, senza trovare il successo mentre era in vita (è morto nell’82), e vivendo da “artista perduto”, come tipicamente è accaduto ad altri della sua generazione.
D’altronde, non c’è dubbio che le visioni di Philip K. Dick siamo state così avanzate da essere state allora inaccettabili e -anche oggi- capaci di turbare i più.
Dietro ogni sua storia c’è sempre una ricerca profonda: K. Dick ha sempre voluto sapere “come saremmo andati a finire”. E per questo si è concentrato su temi come la manipolazione sociale, e soprattutto la simulazione e dissimulazione della realtà.
Questo tema della dissimilazione della realtà è per me quello più rilevante in assoluto:
Gli Pseudo-mondi ovvero questi mondi reali, irreali, distorti o privati al punto da essere abitati da una sola persona, mentre gli altri personaggi restano nei loro mondi o viaggiano tra i mondi.
Questa storia dei Pseudo-mondi è ovviamente stra-intrigante. Quando una persona concepisce ed abita uno pseudo-mondo, questo diviene una sua estensione e -in caso di contatto- la sua interfaccia.
Anni fa, in un evento dedicato a SecondLife ed organizzato dagli amici del TOP-IX, parlai proprio di questo concetto: Avatar Come interfaccia. Se avete mezzora per fare un tuffo nel passato, il video lo trovate qui. Più conosco Dick e più capisco quanto profonda sia stata la sua contaminazione nei miei confronti.
Quest’anno ricorrono i trent’anni dalla morte di questo genio. Il nostro immaginario è colmo delle sue intuizioni, aumentate e riproposte di continuo, come nel remake di TOTAL RECALL, appena passato al Cinema.
Tratto dal racconto breve “We Can Remember It For You Wholesale“, TOTAL RECALL è stato prodotto come film una prima volta nel 1990, con l’espressivissimo Arnold Schwarzenegger come attore protagonista (regia Paul Verhoeven). Io vidi il film al cinema e ricordo che mi impressionò moltissimo una delle scene iniziali, in cui governator e la “moglie” predispongono la colazione sul tavolo prospicente sotto la grande finestra della cucina, dalla quale emerge uno splendido paesaggio campestre. Poi, in un attimo la scena muta drasticamente, perché -cambiato canale- la finestra passa a mostrare un notiziario con news angoscianti, e qui si capisce che era tutta una bella simulazione in HD e vedi che il tavolo e l’arredo circostante non è proprio quello di una casa di campagna, bensì l’equivalente di un cubicle che potrebbe essere in qualunque luogo e la cui unica grande finestra, è una simulazione.
Per molti versi, è evidente che stiamo andando in quella direzione.
Magari senza -spero- raggiungere degli estremi così duri. Ma certamente avendo sempre di più la necessità di mixare la nostra percezione geografica locale con qualcosa che sia più adeguata alle nostre necessità attuali. Oggi -anche quando non ci muoviamo da casa- comunichiamo con i tanti “friends” sparsi in ogni continente e -per lavoro o per personale proiezione- viviamo fusi orari multipli.
Skype è spesso la nostra finestra alla Total Recall, e -non so voi- ma a me è capita più volte di chiedere alla persona con cui sto parlando:”dai fammi vedere dalla tua finestra“. Aprendo così una finestra dentro una finestra, guardando dal mio mac -magari mentre sono a MI- quello che si vede da una finestra a NYC, San Francisco o chissà dove.
Ebbene, in un mondo fatto molto più di web e di apps che non di virtual worlds, sto notando l’emersione di una serie di progetti che sembrano rispondere a questi pseudo mondi di cui -un po’ alla volta- molti di noi si stanno dotando.
A proposito di finestra virtuale, seppur non supportata da una adeguata realizzazione e da un hardware dedicato, non si può non citare MAGIC WINDOW. L’idea è quella di far leva sulla crescente risoluzione dei retina device per ricreare esattamente l’effetto di Total Recall e aprire una finestra credibile su… altrove. Ecco la descrizione dell’app.
Turn your iPad or iPhone into a window with a million dollar view. Enjoy beautiful timelapse views with relaxing ambient soundtracks. Perfect for your desk, night stand, flat panel, or Apple TV. Includes weather, alarm clock, wake to music, sleep timer, and more.
Se una iPad app vi pare troppo poco, c’è CALM.com, ovvero: il vostro luogo per il RELAX, sempre a portata di mano. Grilli, scenari naturali e voce guida, in pillole da due minuti o più. Il vostro pseudo mondo in una pagina html. fa tanto new age, ma assomiglia anche tantissimo agli advertising dei luoghi di relax che si sentivano in Total Recall.

Vogliamo parlare del pseudo-mondo di Hollister?
Questo brand di moda, più adeguatamente riconoscibile per i modelli all’ingresso ed il magnifico layout dei negozi che non per la qualità dei prodotti…. ha in ogni store una FINTA “finestra” sul mondo del SURF.
Le immagini brillanti del mare, veicolate da dei monitor incastonati nella parete, sono un lampo accecante nel buio del negozio. L’effetto, in alcuni store è particolarmente realistico. A me stra-piace. Ed anche a Philip Dick, credo sarebbe piaciuto.
Beh, adesso devo uscire dal pseudo mondo di questo articolo e preparare da mangiare per tutta la famiglia riunita, voi -se potete- continuate a rilassarvi o -magari- provate a vedere cosa ha da offrire il remake di Total Recall.
I already wrote about videum (in Italian here) also mentioning two WEB AWARDS we won:
- Health Care Standard of Excellence,
- Social Network Standard of Excellence.
The news today is about the ADI INDEX Catalogue. ADI Design Index is the publication that collects, year after year, the best of design products submitted in Italy that have been put into production, selected by the ADI Design permanent observatory.
The selection includes products or product series of every product area, theoretical, critical and historical research and design-related corporate research.
The selected products compete for the ADI Design Index Innovation Award as well, and for the Compasso d’Oro, which is a one of the most prestigious design award worldwide.
In fact, The Compasso d’Oro is awarded on the basis of a pre-selection made by ADI Permanent Observatory of Design, consisting of a commission of experts, designers, critics, historians, specialized journalists, ADI members or external to it, all continuously engaged in collecting information year after year, and in valuing and selecting the best products that may be published on the ADI Design Index.
According Wikipedia: Compasso d’Oro is the name of an Industrial Design award originated in Italy in 1954 from an original idea of Gio Ponti and Alberto Rosselli. It is the first and most recognized award in its field. The prize aims to acknowledge and promote quality in the field of industrial designs Made in Italy.
…and here we are: the Videum award page, Compasso d’Oro finalist.
As team that lead Videum, we know that is definitively improbable that a full digital project could get a industrial design Award, but we are soo proud to be part of the challenge and already on the Catalogue -like a brand new Ferrari or Alessi- that it’s ok. :)




It is nice remember that everything started at #foi11 in Florence, when I introduced my friend David Orban to Roberto Ascione (Razorfish Healthware* boss). We lived many good moments working on Videum, and the team grown around the project.
Some of the many protagonists where never mentioned enough, and these prizes we are winning around the world, are dedicated to them. Thank you guys.
*Razorfish Healthware is a pretty new brand, while the company was formerly known as Publicis healthware International.
Ps. that’s the second time I get in the ADI INDEX Catalogue. The first time was with an iPhone App: WIDENOISE, designed by me and Folletto with some other great minds, during out time on WideTag; A Company where David Orban was a co-founder together with me and Roberto Ostinelli.
WIDENOISE was also included in the Internet of Things Products TOP10 created by NEY YORK TIMES in 2009.
Qualche mese fa -a Marzo precisamente- si è tenuto a Roma un evento centrato sui MAKERS davvero speciale. Nonostante infatti -come Frontiers- si fosse parlato di Makers con grande anticipo e continuità, fu proprio l’evento di Marzo a segnare il passaggio a Main Stream.
E d’altro canto, con Riccardo Luna come curatore, lo stesso team di Frontiers come organizzazione, e presenze eccellenti come Massimo Banzi, Chris Anderson e Dale Dougherty, non poteva che essere così.
In quella occasione, io ho presentato, in dieci minuti scarsi, la mia visione al crocevia di Internet degli Oggetti, Startups e Makers. Il video di quel mio speech, è qui. Dale Dougherty, il giorno dopo avrebbe postato su MAKE questo articolo, citandomi per la “curiosità” del pensiero che avevo esposto.
Leandro Agro gave an interesting talk about how design is no longer about the shape of objects but about the behaviors of connected objects.
… poi mi sono rigettato nella quotidianità di RAZORFISH (si, devo trovare il tempo di scriverne) e la cosa è finità lì.
A ridestare DESIGN FOR MAKERS dall’oblio è stata una email di Tommaso Olivieri, per tutti WebTommy. Tommaso mi ha invitato a Firenze a fare uno speech che riprendesse l’esperienza di Roma, così ho predisposto un adattamento della presentazione, che ho chiamato “DESIGN FOR MAKERS, Florence Edition”. Che trovate qui sotto.
Quello che è successo poi è che…
Questa presentazione è diventata:”Presentation of the day” e ”one of the most popular this week”; Vista da oltre 30.000 persone in 72 0re.
Ovvero -su slideshare- la più vista che abbia mai postato. Molto oltre le 8.400 views della originale “romana” e oltre quattro volte più vista delle 5.000 e passa view del mio speech al TEDx che -se anche in una narrazione diversissima- contiene anche le stesse TRE LEGGI DEL DESIGN per la prossima Internet.
Che dire, comincio a prenderci gusto.
Un anno fa, più o meno di questi tempi, con Marcello e Matteo si stava parlando degli speaker che avremmo voluto portare sul palco del Frontiers 2012.
Personalmente ho due nomi che -da sempre- avrei voluto incontrare dal vivo e vedere sul palco di Foi. Cervelli che hanno fatto qualcosa di straordinario, quando io ero ancora un ragazzino. Così, lo scorso anno, decisi di verificare se avesse senso tentare di coinvolgere DAVID CRANE.
Vedete, David Crane è praticamente il padre di una intera industry, quella dei videogiochi. Dopo aver contribuito massicciamente al successo economico di un brand che in molti di noi hanno amato, come ATARI, ha fondato la ACTIVISION e portato i videogiochi da nicchia a industria. Non c’è dubbio che si tratti di una mente estremamente brillante e non ha mai smesso di collezionare successi.
Ciò nonostante avevamo due problemi:
1. Avrebbe potuto non considerare il nostro invito (ricordo che a Frontiers gli speaker NON sono pagati)
2. C’era il rischio che -nonostante la rilevanza del personaggio e la celebrità del marchio Activision- in Italia troppo pochi conoscessero il nome di David Crane, oppure -semplicemente- che sembrasse un cameo vintage bello ma irrilevante.
Decidemmo che il tentativo andava fatto e -mentre Marcello trovava il modo di aprire la comunicazione con il mito- Matteo ed io cominciammo a testare in ogni dove la presa che avrebbe avuto questo keynote.
A consuntivo oggi possiamo solo ricordare il più lungo applauso mai udito a Frontiers e qualche momento di reale commozione. Trend topic su twitter per un giorno intero, momento più fotografato della fue giorni, intervistato dalla Rai etc etc,
…la presenza di David Crane sarà difficilmente dimenticata da chi -con noi- era lì al Teatro 10 di Cinecittà. Anche adesso, a distanza di mesi, sono ancora molte le storie che si intersecano attorno al “giorno di Crane”. Così, quando vedo quell’immagine gigantesca di PITFALL con Crane che parla al foi12, usata come wallpaper degli amici… beh… mi dico che abbiamo fatto una cosa bella.
Godetevi il video.
ps. Ho cenato due sere con David Crane ed è una persona da cui si potrebbero imparare una immensa quantità di cose. L’immagine più bella di quei momenti però era quella delle due Francesca Penzo e Francesca Agrò, in un tavolo solo per loro (sono grandi ormai :D ) al centro della sala in mezzo a -incredibili- personaggi come questi. Chissà se ne avranno memoria quando grandi lo saranno davvero.
Personalmente non ho mai inseguito concorsi et similia, e mi sono iscritto a qualche competizione solo quando c’era nel team qualcuno che lo aveva proposto. Il team in questione stavolta è quello di RAZORFISH HEALTHWARE, per come si chiama adesso -post fusione con la Publicis Healthware- l’azienda dove lavoro.
Un team che è legato anche l’ottimo David Orban, socio di mille avventure e -con la sua DOTSUB- partner dell’avventura di VIDEUM.
Ecco il link al Web Award.
I due WEB AWARDS vinti sono:
- Health Care Standard of Excellence,
- Social Network Standard of Excellence.
D’altro canto di VIDEUM ne avevo già scritto qui… raccontandone un po’ genesi e protagonisti. Questo è un progetto con una mission ed un valore culturale, innegabilmente importante, quindi… se per qualche ragione dovesse interessarvi restare in contatto, potete far riferimento alla pagina facebook.
nota: Post pubblicato in origine su CheFuturo.it
Non c’è mai stato un momento in cui l’umanità stesse meglio nel nostro passato.
Si, lo so, è difficile essere cosciente di quante cose vadano dannatamente male e -al contempo- fare una affermazione simile. Ad ispirarmi questo ottimismo sistemico è stato -tempo fa- questo video:”The Joy of Stats. 200 Countries, 200 Years, 4 Minutes” di Hans Rosling (BBC Four).
Nel video di vede come, negli ultimi due secoli, la aspettativa di vita e la ricchezza pro-capite sia estremamente migliorata per molte Nazioni. Certo, non per tutte. Certo la salute attuale non significa che non esistano altri potenziali allarmi per il Pianeta, MA -se si guarda alla nostra Salute- non si può non rendersi conto di quanto questo video dichiara: STIAMO BENE e NON SIAMO MAI STATI MEGLIO.
Se stiamo bene dipende da mille fattori, ricchezza ed alimentazione prima di ogni cosa, ma ovviamente anche da quanto oggi conosciamo della nostra salute e di come curare le patologie nelle quali incorriamo.
Nel giro di soli duecento anni siamo passati da una società ancora sospettosa rispetto alla scienza, ad una centrata sulla Scienza. E poi, negli ultimi decenni, siamo passati da un Scienza alternativa a dio ad una Scienza di mercato.
Lungo questo percorso sono state costruite compagnie presenti su tutto il Pianeta e ricche come piccole nazioni. Questa è stato, se vogliamo, già in principio una “consumerizzazione” della Scienza. Ed il processo, non si è mai fermato.
Oggi viviamo in un mondo dove compagnie private come SPACEX lanciano in orbita ogni genere di oggetto volante e dove il dieci per cento del prodotto interno lordo delle maggiori economie del mondo, viene speso per la salute.
(fonte: http://en.wikipedia.org/wiki/Health_care_industry)
Guardando alle aziende farmaceutiche, troviamo esempi come Johnson & Johnson (la più grande di tutte), che sta al gradino 40 della classifica della Fortune 500. La dimensione di questa company si conta nei 120mila dipendenti diretti e gli oltre 60 miliardi di dollari di fatturato. Per fare un paragone, Apple, con i suoi 65 miliardi e la metà dei dipendenti di J&J, è poco sopra: alla 35a posizione della fortune 500.
Il paragone -anche solo per ricchezza- tra Apple -una società consumer- e J&J o una qualunque altra farmaceutica potrebbe sembrare completamente fuori luogo, ed -effettivamente- per molto tempo lo è stato.
In questi ultimi anni invece, la mutazione delle dinamiche sia economiche che culturali, rende paragoni del genere meno ingiustificati. Da un lato la necessità di essere sempre più efficienti e vicine al cliente finale, anche nei santuari della salute, sta cambiando le organizzazioni dall’interno. Dall’altro la cultura digitale che permea la società, ha mutato esigenze ed aspettative dei clienti, costringendo interi settori industriali ad importanti ripensamenti o a fare i conti con il traumatico ingresso di outsider.
Inoltre, questo è il 2012, e Maya o non Maya, è l’anno in cui alcune grandi dell’healthcare stanno attraversando la loro “tempesta perfetta“. Il 2012 è infatti stato definito ‘annus horribilis’ per il numero di brevetti healthcare che giungono a scadenza | Fonte: http://www.pharmatimes.com/
Da qui al 2015, in seguito alla scadenza di ulteriori rilevantissimi brevetti, la classifica delle 50 farmaceutiche più grandi (nessuna delle quali è italiana) potrebbe subire cambiamenti anche drastici o -persino- qualche sorprendente estinzione. Questa crisi annunciata ha costretto molte compagnie a tornare ad investire nella Ricerca & Sviluppo e -per la natura dell’approccio contemporaneo- questo si è spesso tradotto nella ricerca in ambito biotech. Come conseguenza, la cultura di molte aziende si sta spostando da “una cura per tutti” a “un farmaco fatto su misura per te”.
L’healthcare sta uscendo dalla sua era “Ford” proprio mentre fuori imperversa la cultura di Rete, e questo mix è potenzialmente distruptive.
Un punto chiave di questo passaggio culturale è il cambiamento l’accesso pressoché totale all’informazione medica di base. Nell’istante stesso in cui una patologia -soprattutto se non particolarmente grave- ci colpisce, noi ci trasformiamo infatti non in “malati” ma in ePatients: persone capaci, attraverso la conoscenza distribuita in Rete Internet, di informarsi sulle proprie condizioni così come sulle possibili cure, confrontando i diversi approcci terapeutici e risultati.
La accelerazione tecnologica non colpisce un settore lasciandone immutati gli attori, bensì polverizza -e per molti versi espande- la filiera stessa, imponendo a tutti gli attori esistenti di fronteggiare il cambiamento e -possibilmente- predisporsi per cogliere le nuove opportunità. L’Healthcare non è esente da questo effetto deflagrazione del digitale. E così, negli Apple Store, trovi dozzine di device medicali a meno di cento dollari, che una volta avremmo trovato solo in farmacia ed avremmo acquistato solo dietro consiglio medico.
Da qualunque angolazione si osservi questo mercato oggi, non si può non notare una riconquistata centralità dell’uomo. E questo è solo l’inizio! C’è una storia emozionante che spero in molti conoscano già e -per chi non la conosce- che vale la pena di essere raccontata.
A luglio 201 mi sono imbattuto in questo talk del TEDx Maastricht.
Pochi video mi hanno colpito tanto quanto questo. Innanzitutto perché speaker non avrebbe dovuto essere lì: Dave deBronkart, malato di cancro, sarebbe dovuto essere deceduto alcuni anni prima.
Quella che Dave ha raccontato alla audience del TEDx e alle oltre trecentomila persone che hanno visto il suo talk online, è la sua esperienza rispetto al cancro. Dave, attraverso la conoscenza che -da paziente- ha acquisito in Rete da altri pazienti, è stato in grado di cambiare il suo destino, da 24 settimane di vita, a guarigione. La sua cura specifica, come è ovvio, non è detto che possa curare altri. Il suo approccio invece, forse, SI.
Il messaggio forte di Dave è sintetizzabile in due semplici claim universali:
Lets’ patiens help!
Fateci aiutare dai pazienti. I pazienti sono la risorsa meno utilizzata dal settore healthcare e questo deve cambiare.
Give me my raw data!
I pazienti hanno il diritto di avere un accesso comprensibile alle diagnosi come trasparente ai dati grezzi che li riguardano.
Dave deBronkart è una persona speciale: lui è l’archetipo di e-patient.
Un paziente equipped, enabled, empowered, engaged, equals, emancipated and expert. Un paziente aumentato dalla sua motivazione come dalla Rete.
Ma l’essere epatient non è una cosa di per sé nuova. Sentite cosa dice Dave:
Nell’autunno del ’69 fu pubblicato ‘The Whole Earth Catalog’. Un giornale hippy che promuoveva l’autosufficienza. Noi pensiamo che gli hippy fossero solo degli edonisti, ma c’era una grossa componente — io facevo parte del movimento — una componente molto importante che riguardava l’auto responsabilità. Il sottotitolo del libro è “Accesso agli strumenti.” Tom Ferguson, era l’editore medico per The Whole Earth Catalog. E si accorse che per lo più le cose che facciamo in medicina e per la nostra salute è prenderci cura di noi stessi. Infatti diceva che per il 70-80% quello che facciamo è prenderci cura nel nostro organismo. Ma notò anche che quando la cura della salute ha bisogno di assistenza medica a causa di un disturbo più grave, ciò che non ci fa progredire è la mancanza di accesso alle informazioni. Con l’arrivo della Rete tutto è cambiato. Perché non solo era possibile trovare informazioni, ma anche gente come noi che poteva avere delle informazioni da condividere. E coniò il termine e-Patient — un paziente con strumenti, motivazione e potere di cambiamento.
Credo che chiunque abbia avuto -come mi capitò nel 2010- l’opportunità di incontrare l’autore del Whole Earth Catalog, comprenda bene quale forte ispirazione personaggi perché personaggi come Stewart Brand siano stai in grado di influenzare il pensiero di una intera generazione, compresa gente come Steve Jobs. Che ci piaccia o no, dobbiamo alla controcultura Hippie, molto di più di quanto non pensiamo.
Questa nota hippie è utile a sottolineare che considerare gli epatient un fenomeno NON significativo sarebbe due volte un errore. Primo perché il fenomeno ha radici lontane e profonde. Secondo perché i fenomeni che fruiscono della accelerazione del digitale, raggiungono rapidamente il loro tipping point.
Gli epatients (questa la loro conferenza di riferimento | http://epatient2011.com ), sono pronti a fare di tutto per contribuire in prima persona a salvare le loro vite. Esattamente come Dave. Non un nemico di un “establishment”, ma un ulteriore attore in una filiera più ramificata e complessa di quella abituale.
Gli ePatients sono lo stadio uno della consumerizzazione.
La strada che lo shift culturale in atto ci porterà a percorrere, giunge molto più lontano. Dopo l’accesso all’informazione (epatient), la consumerizzazione ci porterà altri doni dai nomi impressionanti: c’è l’auto-monitoraggio del proprio stato di benessere. Self Tracking basati su device connessi: Più wellness che healthcare, forse, ma ancora più consumer. Nonché -non ultima- la complessa prospettiva della auto-diagnosi e -presto- della auto-cura.
D’altro canto, oggi che portiamo in tasca una tecnologia superiore a quella che la NASA aveva a disposizione per portare l’uomo sulla Luna e -attraverso la Rete- abbiamo a disposizione maggiore conoscenza di quella che -anche solo negli anni 50- poteva avere a disposizione il più potente uomo della Terra, possiamo certamente aspirare a contribuire di più alla nostra stessa salute.
La semplice memoria geografica che hanno i nostri device, possono ad esempio costituire un primo livello di estensione della medicina verso dei BigData mai usati prima in questo settore. Questo speech di Bill Davenhall, intitolato “Your health depends on where you live” è magistrale e ascoltarlo vi darà una idea tutta nuova del potenziale della memoria geografica insita nei nostri smartphones.
Smartphone che, pensati con sensori custom, connessi a sensori per il monitoraggio della nostra salute, o semplicemente dotati di software adhoc, stanno disegnando un modo tutto nuovo di essere Healthcare. Questi nuovi device, estesi o no con sensori, sono così tanti che non esito a definire questo processo “una sorta di INVASIONE di device medicali”. Anche solo a livello software, quella che si definisce mHealth (mobile health) rappresenta una interessantissima fetta di business. Basti pensare che -già nel 2011- il 17% degli utenti di smartphone ha usato il proprio device per informarsi su argomenti healthcare. D’altro canto, nel 2011, sono state scaricate 44 milioni di applicazioni di ambito health. Un segno inequivocabile del cambiamento di abitudini di noi “pazienti”, rispetto alla cura di noi stessi. (fonte: PEW Research e Juniper)
La consumerizzazione in atto nel settore healthcare, sta adoperando le leve di cambiamento culturale che sono proprie del nostro tempo, ma sta facendo anche leva su molte e diverse tecnologie: da quelle Biotech, alla Internet degli Oggetti.
Appassionato da questo tema della consumerizzazione, in questi mesi, ho raccolto alcune riflessioni su epatients e sugli step successivi e li ho collezionati in un whitepaper intitolato appunto La Consumerizzazione dell’Healthcare. Lo troverete online a giorni sul sito dell’azienda per la quale lavoro e che -non a caso- si occupa di comunicazione digitale in ambito Salute.
D’altro canto di questo tema avevo parlato a TEDx, coniugando proprio design, health e Internet degli Oggetti!
.
- Scaricate dunque il whitepaper, guardatevi tutti i video che ho citato, cercate ovunque ma -in ogni caso- fatevi una idea del fenomeno in corso, perché questo mondo è pieno di opportunità.
È da settimane che so di dover scrivere un post di recap di Frontiers 2012. Lo devo a chi non c’era, ai miei colleghi di Publicis, ai service designers di Logotel, alle persone di talento che voglio ringraziare pubblicamente, ed anche a me stesso: userò infatti questo post come estensione della mia memoria, in vista dei neuroni che si smarriranno o svuoteranno giocando a pong tra loro.
Ho pensato di cominciare a scriverlo nella saletta FrecciaClub della Stazione Centrale di Milano. Forse proprio perché Trenitalia c’entra con una delle cose dell’Italia e di Frontiers che voglio raccontarvi, ma procediamo con ordine.
Come ho confidato già a molti amici, questa ottava edizione di Frontiers ci è costata più tempo, fatica e rischio delle precedenti sette messe insieme. E forse proprio per questo, è stata l’edizione di maggior successo di sempre.
Già questo incipit contiene molto di ciò che volevo ricordare. Vedete, ci sono troppe parole che nel dizionario italiano risultano -a volte- vaghe: rischio e successo sono tra queste, e vale la pena di chiarire cosa intendo quando le riferisco a foi12.
Rischio
É il puro rischio di impresa. Quello che ti questi tempi magri nessuno vorrebbe prendersi. Quelli che ti porta a chiamare in causa tutti gli alleati storici e raccogliere anche qualche affranto NO.
Frontiers ha sdoganato parole aliene come MAKER o STARTUP e adesso affronta una nuova parola aliena: RISCHIO.
Ognuno ha un ruolo nella società, e -a chi sta alla frontiera- è chiesto non solo di condividere la visione che ha, ma anche di correre i rischi correlati allo stare in quella posizione.
Ergo,
noi ci siamo presi il rischio di provare a crescere anche quando TUTTI ci hanno proposto di tenere un profilo più conservativo e defilato: di fare un frontiers come il 2009, tanto andava bene lo stesso, poi saremmo tornati a crescere quando sarebbe tornato il bel tempo.
Beh, ci sono forze al mondo, che rivoltano la terra, e di cui è saggio avere timore. Per il resto, per ciò che concerne le umane vicende: il “bel tempo” lo facciamo (anche) noi con le nostre scelte.
Successo
Se oggi parliamo di Frontiers è perché c’è una lunga storia di azioni e persone che ci hanno supportato. Non esisterebbe la Frontiers di oggi, senza quella di ieri. Gli eroi di ieri sono Flavio ad UNIMIB e la gente come Max, Christian, Andrea a Topix.
Un giorno di sei o sette anni fa, quando l’eTech era il riferimento mondiale, Andrea di Topix, mi chiese: Quanti soldi ci voglio per fare un eTech in Italia? La mia risposta fu: non importa quanti soldi hai per portare i migliori relatori possibile, perché ciò che fa di eTech un successo è che le 500 persone che vanno a vedere eTech sono ognuna interessante: tutti loro sono protagonisti di una qualche piccola o grande attività di innovazione.
Andre, vorrei dedicare a te per primo questo pensiero: Frontiers è stato un grande successo, perché le persone che c’erano in Sala erano ognuna davvero interessante. Questa per me è la prima misura del successo e le ricadute sono già cominciate.
Certo…
successo può è anche l’incredibile livello di soddisfazione (e di suggerimenti intelligenti) recepito attraverso la nostra survey, o le persone che hanno seguito lo streaming RAI5, o le altre che hanno potuto sapere di foi attraverso RAI2 e RAINEWS.
Oppure, sul piano della soddisfazione personale, successo è leggere oltre cento pagine di Flipboard di tweets sull’hashtag #foi12. Amazing!!!
I numeri finali diranno:
• 500 attendees
• 3.500+ accesses to the live video stream • 6.000+ tweets about the conf*
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Non male, almeno per la nostra scala, ma sinceramente quello che conta per me oggi è ben altro.
Quando una cosa di “successo” è così profondamente condivisa come è Frontiers, il giorno dopo non hai voglia di tirartela per il successo, ma al massimo di scambiare con chi ne è stato co-artefice, un sorriso di complicità: Noi c’eravamo.
E noi c’eravamo possono dirlo in tanti, dal core team guidato da Marcello, al pilastro musicale di foi: Korinami. Dai ragazzi di FishboneCreek, dalla crew informale dei soliti noti, Babele, in testa. Dal nuovo entrato nel tea, Gianluca, che ha fatto alcune grafiche fondamentali, ed anche qualche fornitore che è riuscito ad entrare nella prospettiva di Frontiers, come chi ha realizzato le icone che avete visto stampate per terra lungo il percorso di ingresso e poi proiettate sullo schermo più incredibile che abbia mai visto in una conferenza.
Ma se uso la parola successo è anche perché penso che il posizionamento di Frontiers sia quello di chi sa fare scouting e trovare nuove idee, nuove personaggi. Così, successo è Amber Case keynoter a SXSW dopo esserlo stato a Foi11, Salvatore Iaconesi che diventa fellow del TED e che avevamo come speaker nel Foi10, Andrea Vaccari speaker due volte a Foi09 e Foi10 che viene acquisito da Facebook. Successo sono le decine di persone che a Frontiers hanno trovato un nuovo progetto e le aziende che hanno reclutato dei nuovi talenti (Prezi docet).
Certo, e qui la pianto con la parola successo, anche il successo di Frontiers va considerato in proporzione al sistema di cui fa parte.
Il discorso di apertura
Come founders di Frontiers, a seconda delle edizioni, mi è stato detto di essere così tanto presente sul far sembrare Frontiers il mio evento, e -poco dopo- di aver fatto Frontiers facendo l’errore di omettere il nostro punto di vista o dare visibilità del perché delle nostre scelte. Così, quest’anno, abbiamo optato per un breve speech iniziale.
Questo è il testo del mio discorso:
Why are we here?
We are here because we are hybrids minds.
This is not the “conclave” of people with the very same skill set.
This is the casbah of curious brains.We are here… to be the witnesses of the design that is changing the world.
Recognizing technology as life form.…and we have a message:
Keep in mind the whole Internet. Keep in mind the whole Internet.
Social is Good. Facebook is Good.
But the Internet is another thing.
Bigger and wilder, warmer and beautiful.The geometry of socials is just a view of the complexity of the Net.
So, follow the white rabbit
Quello che è accaduto dopo, è stato lo show di Frontiers. E’ stato come lo avevamo progettato e -sebbene mi distrutto di stanchezza- sono stato lieto di averlo vissuto.
Giorni dopo ho letto tanti commenti entusiastici ma sono state soprattutto le (poche) critiche ad avere attratto la mia attenzione. Queste davano per scontato che la conferenza fosse un evento di classe internazionale e si sono rapidissimamente adattate alla dimensione -senza dubbio più grande- di questa edizione rispetto al passato.
Anche nelle critiche ho trovato la conferma che -come team di Frontiers- eravamo riusciti nella nostra missione: creare un evento di portata internazionale in Italia. Veniva dato per scontato ad ogni riga. E a me è parso incredibile. Allora, forse, ne è valso davvero la pena: fatica, denaro, rischio, etc.
Rispetto.
C’è una parola, anche qui di quelle che la nostra società italiana ha quasi cancellato, che sento il bisogno di coniugare in chiave Frontiers. Questa parola è: rispetto.
Rispetto della diversità, rispetto delle regole di ingaggio. Rispetto per chi si rende disponibile a seguire le altrui regole di ingaggio.
Frontiers non porta avanti una guerra degli innovatori contro chi è OLD. Certo a volte ci andiamo pesanti nel dire le cose per come le pensiamo, ma non saremmo qui se qualche OLD non ci avesse dato retta e siamo davvero orgogliosi dei presunti OLD che si cimentano e rischiano con noi.
Noi viviamo alla frontiera e questo ambiente ci è naturale. Loro corrono un rischio ampio per raggiungerci alla frontiera. Il rischio di essere non compresi da tutto ciò che gli è più caro e vicino.
Per noi non è eroico stare alla frontiera. E‘ casa.
Gli eroi a volte sono loro. Questi altri che accettano di cambiare partendo da essere OLD, accettano il palco, si vedono piovere addosso anche le critiche.
Neuroni Geeks
Non voglio fare di questo post un riassunto delle cose avvenute, sarebbe troppo lungo e certamente meno efficace dei video. Semmai mi piace l’idea di ricordare qui alcune delle emozioni vissute per arrivare a fare un Frontiers così come lo abbiamo visto.
Una delle cose più divertenti è stata la questione dei cartelli, o meglio, del loro concepimento. Cinecittà è grande abbastanza da necessitare 6/7 minuti di camminata a piedi dall’ingresso (che è praticamente attaccato alla omonima metropolitana) e il TEATRO 10, che ha ospitato l’evento.
Mettere dei cartelli lungo il percorso era dunque la cosa più banale ed evidente da fare. Ma come potevamo “accontentarci di cartelli non geek”?
Così è venuta fuori l’idea che ogni cartello dovesse fornire opzioni diverse e -dopo aver eliminato una serie di ipotesi alternative- ci siamo concentrati sulla geek culture ed i cartelli sono stati progettati in modo da offrire -ognuno- tre luoghi:
Amo il cartello con l’indicazione di Tatooine, che rappresenta la sintesi che volavamo creare. E immaginatevi quando ho chiesto a Babele di calcolare le distanze dal teatro 10… :D
Successivamente -in primis per una intuizione di Alessio di FishBoneCreek- è nata l’idea di un “iconic path” stampato per terra e che guidasse sino al Teatro 10. Su quali icone e con che “taglio” c’è stata una durissima “battaglia”. Con il conforto e la consulenza istantanea dei ragazzi della PureGeeks list, io ne ho identificate 52 e queste sono state poi realizzate in grafica, stampate grandi un metro per lato ed incollate per terra.
Le ho poi composte insieme per farne un muro largo oltre trenta metri. La slide 32/9 che avete visto entrando al Teatro 10 e che rappresentava l’arrivo alla fine del percorso. Un percorso dove le penultime due icone erano il numero 42 -usato in modo ricorsivo in questa edizione- e quella di Jobs e Woz raffigurati accanto mentre lavorano al loro AppleI.
Queste icone hanno visto di tutto. Da chi vi si è steso accanto per una foto, a chi le ha -ehm….- rimosse ad evento finito prima che noi potessimo raccoglierle.
La cena di benvenuto agli speaker
Immaginatevi tutti gli speaker di Frontiers, i founders, i nostri host di World Wide Rome, ed un numero limitatissimo di componenti della crew, tutti insieme a cena a Roma.
Nonostante i discorsi, cross industry e visionari, il cibo italiano è stata la star indiscussa. L’Italia, Roma, il nostro modo di essere italiani, sono stati una cornice incredibile. Anche i nostri ospiti rappresentanti altre conferenze molto più grandi di Frontiers, hanno potuto apprezzare la differenza -e modestamente anche qualche plus- che l’essere in Italia può dare.
Grazie poi a Davide Bocelli e gli amici di lunga data della Pelissero, il vino è stato quello che desideravamo più di ogni altro: Il long now wine. Il ponte tra Italia e California, tra il vino e la Long Now Foundation, tra i valori dell’Italia ed il supporto che persino l’Ambasciata Usa ci ha dato, erano tutti fusi in questa cena. Spettacolo.
E adesso tutti sul palco.
Il Palco di Frontiers ha rappresentato una opportunità per mostrare alcune cose inusuali. LLOQ, ovvero la prima di un gruppo musicali che più geek non potrebbe essere. L’incredibile TweetWall realizzato da Density Design. L’auto Apple-Style realizzata da uno studente di car design, che si è visto chiamare da Frontiers, dove si è trovato accanto al CTO di Ferrari o il CEO di Local Motors. E sul quello stesso Palco hanno parlato il CEO di Trenitalia (pazzesco il video motivazionale), personaggi a cavallo tra Arte e Cyborg come Tanya Vlach, italiani incredibili come Simonetta DiPippo, Roberto Tagliabue o Mauro Rubin.
Talenti eccezionali, il cui nome prima non era conosciuto ai più, come Matt Morasky (il più applaudito) o Johanna Kollamnn. Certezze come Luke Williams. Personaggi che stanno cambiando il mondo con il design, come Louisa Henrich o Timo Arnall (altra menzione qui per l’applauso spontaneo ricevuto a metà del talk). Startupper che hanno avuto successo con le loro imprese ed oggi sono dei leader nel loro campo, come Umberto Malesci, Vito Lomele, Fabio Violante. Personaggi che hanno un approccio davvero inusuale alle cose, come il mitico ex marine John J Rogers di LocalMotors; o il singolarista Eric Ezechieli; o Dror Cohen di Wave; per finire con i giochi molto reali di Christophe Duteil.
Sarebbe già bastato, ed è un incredibile plus il sapere che tutto questo è avvenuto nello stesso luogo dove Kevin Kelly -in video- ci ha esortato a riconoscere la tecnologia come forma di vita. E dove DAVID CRANE, applaudito per minuti e trend topic per un giorno intero su twitter, ha raccontato la sua storia: lui, che più di ogni altro, ha contribuito alla creazione dell’industria dei videogiochi. Una delle più grandi industry del nostro tempo.
Parafrasando il celebre commercial delle carte di credito: portare al proprio evento il proprio mito di quando si era ragazzo, non ha prezzo.
- La lista completa degli speakers
Evolversi, emigrare o estinguersi.
E‘ questo che ho scritto anni fa come scenario delle possibilità per chi fosse italiano, oggi. Le opportunità -credo- restino anche oggi tutte e sole queste tre.
Ciò che comincia a cambiare è il numero di coloro che sarebbero -almeno secondo noi che viviamo alla frontiera- destinati ad estinguersi ed invece, improvvisamente cominciano a muovere qualcosa. Vogliono evolversi.
Sapremo andare aldilà delle parole essere efficaci abbastanza da aiutare questi giganti in lento movimento? Se come qualcuno di noi della frontiera dice -questi sono dinosauri- pensiamo che per portarli alla frontiera basti saltarci in groppa?
Siamo abbastanza consapevoli che senza il loro cambiamento, noi non potremmo fare altro che emigrare o estinguerci a nostra volta?
Superare l’Italia degli eterni Guelfi o Ghibellini
Qualunque hashtag voi prendiate, troverete schiere di bianchi contro schiere di neri. L’insana lotta di COLORS sembra proprio abbia preso la mano agli italiani, che d’altro canto l’hanno forse inventata al tempo dei Guelfi e Ghibellini.
Siamo un popolo con incredibili individualità e separato praticamente su tutto. Una terra dove ognuno è presidente di qualcosa, che sia anche il condominio e pochi sanno donarsi alle cause “degli altri”.
Noi che più di altri viviamo con le estensioni che la tecnologia ci ha reso disponibili, non siamo esenti da queste diatribe. Basti vedere quanto spesso si scatenano polemiche attorno a quel topic, quel blogger, etc.
Se possibile, il fatto che la Rete pieghi lo spazio, aumenta la tendenza di alcuni ad essere verbalmente aggressivo nei confronti anche di coloro a cui -incontrandoli al supermercato- avrebbe solo sorrisi e gentilezze.
Nel mio piccolo, penso che siamo abbastanza pronti a cambiare e -ritengo- che quello che ci manchi sia un set di valori comuni a cui far riferimento. Non un leader maximo per carità, bensì un progetto a cui ambire.
Un progetto aggregante, tecnologico, visionario, capace di aprire innumerevoli sperimentazioni ed opportunità di business. Poche cose possono cambiarci dentro, come Nazione, come la consapevolezza stessa su come funzioniamo, sui diritti che abbiamo, sulle strategie che scegliamo. Per questa ragione, dal palco di Frontiers come da questo blog, io esorto tutti a fare dell’OPEN DATA il progetto per rifare l’Italia.
OPEN DATA “imporrebbe” per la via della trasparenza e -per ricaduta- genererebbe numerose nuove micro-imprese.
L’aveva promesso l’allora Ministro della Innovazione a Frontiers 2009.
L’ha promessa Moretti per Trenitalia a Frontiers 2012.
Se solo avessimo un governo con una VISION, questo potrebbe essere il nostro “we got the moon”. Ma visto che non possiamo attendere che i politici evolvano, allora cominciamo lo stesso a fare la nostra strada: Dateci i nostri dannati dati, adesso! (cit. Dave deBronkart in his ePatient rap)
Quale eredità migliore, per Frontiers, se non questa.
Oh, Matteo, ancora una volta è fatta. Che dici, la smetteremo prima o poi? :D
Qualche giorno fa a THE HUB MILANO c’è stato il PREZI CREATIVE CAMP. Di fatto si è trattato di un evento di recruiting informale (con oltre 120 registrati) dove PREZI e FRONTIERS hanno davvero voluto e potuto sperimentare insieme. Beh, ci sono tutti gli indicatori utili per dire che è stato un bel successo, ed il merito principale va ai ragazzi e le ragazze (qualcuno anche non proprio ventenne :D) che hanno partecipato all’evento. Al loro spirito di iniziativa, alla loro voglia di collaborare con chi si sono ritrovati a fare team, alla loro inventiva, va un plauso enorme.
L’italia è un posto davvero difficile per l’innovazione e quando vedi gente così, fai pace con il paese tutto.
Dell’evento vale la pena di ricordare un paio di cose:
- Adam, co-cofounder di Prezi, è venuto qui a Milano ed ha portato in team, MariaPaz (che con Frontiers e Prezi ha una storia speciale) ed il talent scout di Prezi. Un’azienda e delle persone che hanno una attenzione così per il talento NON sono cose usuali da vedere. Whoa!
- Un luogo come THE HUB che -ancora una volta- è stato un teatro speciale. Forse non una organizzazione da certificazione ISO9000, ma certamente fascinoso luogo dove sospendere la realtà che sta fuori dalla porta e provare a credere di potercela fare: davvero.
- Il Metodo! Frontiers fa eventi non recruiting, quindi per questo evento Prezi Creative Camp mi sono inventato tre GAMES per ingaggiare i partecipanti ed ottenere qualche informazione sui loro interessi e la loro visione del mondo, senza che questo avesse nulla a che fare con resume, interviste, e approcci HR di qualunque ordine e grado. E… devo ammetterlo: ha funzionato! Ci siamo divertiti, abbiamo dibattuto di cosa avesse senso e cosa no. Abbiamo usato la RETE durante ogni momento di questo processo di gioco insieme e, Adam (Prezi) è stato felice di come sono andate le cose.
Dei tre giochi che ho predisposto, uno si chiama: Zoomable Stories. Si tratta di trovare un modo per raccontare una storia usando del testo ed una sola immagine scelta da una galleria di immagini pre-selezionate. La tecnica che più si presta è quella che isola -con uno zoom- una parte dell’immagine e vi associa del testo, per poi muoversi altrove, etc. Così, un dettaglio alla volta, si compone una storia.
Le storie zoomabili le ho scelte perchè lo ZOOM è una tecnica di interazione tipica di Prezi, ma non essendo io un esperto di Prezi -nonché un essere abitudinario come molti- ho provato a basare il gioco su Pages, iPhoto, e persino keynote.
….semplicemente, NON HA FUNZIONATO.
Quando ho fatto vedere il tutto ad Adam, lui ha preso il suo mac, ho copiato le immagini su prezi e… miracolo: tutto a preso a funzionare come avrebbe dovuto.
Sono stato ENORMEMENTE contento di veder funzionare l’esercizio per come lo avevo immaginato e solo quando l’ho avuto sotto gli occhi ho capito che non si sarebbe potuto fare altrimenti che… usare Prezi.
Ok, non tutti necessitano di storie zoomabili, ma il punto non è solo lo zoom: il punto è come approcci il racconto di una storia e -davvero- io credo di Powerpoint non se ne possa più.
Poi si… diciamolo… powerpoint è morto è un filino esagerato come titolo :D
Ma a vedere la sete di talento che hanno in Prezi, se non morto -powerpoint- è per lo meno rincorso da chi ha molta più voglia di fare qualcosa di eccellente di quanta nelle fabbriche di slide ne abbiamo mai sognata.
E adesso…. la bella foto scattata da Andrey Golub :) e le ultime citazioni che mancano nell’elenco delle cose da ricordare.
- Il cibo! io non sapevo nulla di quello che avremmo mangiato ed il catering tutto organic di altromercato mi ha preso bene. :)
- dei ragazzi che hanno partecipato ne ho già parlato, ma un plauso lo meritano davvero i “ragazzaci” di MagneticMedia che ci aiutano sempre e comunque a tirarci fuori di impaccio: sono piovuti iPad venerdì, come se crescessero sugli alberi. Grande Damianoooo! :)
ps. Se vi state chiedendo perchè Prezi abbia fatto questo evento con Frontiers, riflettete su questo: Prezi e Frontiers -come loro core- raccontano storie. E si distinguono per come lo fanno. Per la passione che ci mettono. Per l’attenzione al design ed alla musica.
Alla prossima, ovvero: #foi12. L’Early Bird scade a minuti!