Un iPad, un prisma, e l’ologramma è servito

N-3D DEMO from aircord on Vimeo.

CISCO: Un simil-iPad per la comunicazione

Cisco Cius
Pur senza la classe nel design e la suite di applicazioni di Apple, o lo store infinito… CISCO prova a giocare la carta simil-iPad centrandolo sulle caratteristiche più proprie del suo marchio, ovvero la comunicazione Business, in video.

Certo che, se iPad ha un “equivalente” di BUSINESS, due cose divengono evidenti:
1. che il formato iPad è lì per restare e SOVRAPPORSI per sostituire altri formati
2. che Apple non riesce mai del tutto a scrollarsi di dosso quel “rest of us” che l’ha contraddistinta nella lotta contro Microsoft / Office.

Insomma, in prima istanza: Cius sta ad iPad come Blackberry sta ad iPhone.

infine…
CIUS? ma chi l’ha scelto sto nome fricchettone?

Wired porta (anche) leeander alla Biennale dell’Architettura !!!

Biennale dell'Architettura

Tobii Glasses: I test sono usciti dalla cornice dello schermo

Se Interaction Design è la progettazione di quei servizi, tecnologie, processi e spazi che VIVONO FUORI DALLA SCHERMO, le modalità di TEST dell’IxD subiscono spesso una sorta inversione e divengono invadenti e limitate.

Da lungo tempo gli amici della Tobii (quella che fa gli eye-tracker alla cui base sono i software inventati da SrLabs) lavorano ad una tecnologia davvero stupefacente: un eye-tracker portatile e trasparente come un semplice paio di occhiali. Libertà di movimento e di interazione, pressoché totale!

I test, escono dal lab e li fai direttamente in aeroporto, supermercato o ovunque sia ciò che va testato.

Schermata 2010-06-24 a 19.45.42

Così, in questa immagine del mondo visto dalla prospettiva del DETERSIVO sullo scaffale, io ci trovo una nuova serie di opportunità di test per il settore interaction design. Qualcosa con cui potersi finalmente fare davvero una idea oggettiva della qualità delle interfacce che vanno dal Bancomat a Minority Report.

L’appartecchiatura di test (e non vedo l’ora di testarla dal vero) sembra uno di quegli accrocchi da fantascienza che fanno così tante cose da sembrare per forza finti.

A me sono sembrati un po’ i mitici “occhiali a raggi X” del topolino, mentre Engaget nella sua recensione li ha definiti come “gli occhiali che la moglie vorrebbe regalare al marito con lo sguardo troppo… lungo”.

Schermata 2010-06-24 a 19.43.12

iPhone4: La videochiamata, (torna) dieci anni dopo

Dieci anni fa, nella primavera del 2000, non soltanto eravamo nel pieno REGNO DEL WEB, ma anche nel momento della emersione della tecnologia UMTS.

Mi ricordo abbastanza bene sia di qualche aneddoto che ha preceduto l’arrivo vero e proprio dei “nuovi” cellulari… come quella telefonata con un amico che progettava le reti 3G a cui chiesi: ma quanto sono grandi questi nuovi telefoni? E lui risposte:”ad oggi è un furgone con sopra un paio di PC desktop e qualche antenna”. …che anche il momento in cui le licenze UMTS erano già state assegnate.

Ricordo di avere incontrato molte volte la gente di quella che -allora- si chiamava ANDALA, oggi H3G, che -di questa rivoluzione del video- era lacapofila.

telefononeIn quei giorni ero a capo della Altoprofilo SpA ed H3G/ANDALA aveva indetto una gara tra le “web agencies” per trovare il proprio fornitore. …il bello era che NON ESISTEVANO ANCORA i terminali UMTS, e quindi bisognava immaginarseli. Indovinare le specifiche, pensarne le forme, immaginarne le reali performances e quindi costruirne servizi ed interfacce.

Era una sfida fantastica e noi -armati di un taccuino COMPAQ che tutto era tranne un telefono- costruimmo un videoscenario centrato sulla videochiamata. Non si vedeva un solo bit di servizio o un solo pixel di interfaccia, ma trasmetteva l’emozione giusta, e fu un grande successo.

Quando arrivarono i “videofonini” tutti videro subito che si trattava di enormi mattoni di plastica, ma l’entusiasmo -per un po’- resto alto.

Due anni dopo, la nostra esperienza di utenti dell’UMTS era ancora davvero poco cosa. I telefoni dei veri trasportabili che finivano troppo facilmente in aree non coperte.
La videochiamata restava assolutamente costosa, emotivamente poco efficace, scomoda ergonomicamente. Insomma, un disastro.

Così, nel 2002 scrissi per idearium.ORG un articolo dal titolo “Nel nostro futuro la video-comunicazione è obbligatoria. FALLIRA?“, di cui qui vorrei riprendere qualche stralcio.

Perché era obbligatoria la videochiamata? …pensavo fosse ovvio.

Tutti gli stereotopi di futuro che ci sono stati mostrati comprendono la videocomunicazione. E’ come chiedere
il perchè delle macchine volanti!

Ma la realtà che stavamo vivendo nel 2002, era ben diversa, ovvero la videochiamata un vero fallimento. Un fallimento così grande che -in fin dei conti- fu persino silenzioso. Della “videochiamata” da cellulare, oggi NON SENTIAMO PIU’ PARLARE DA ANNI.

D’altro canto, chi conosce un pò di storia della tecnologia potrà subito citare anche vari altri fallimenti del videotelefono.

Pensate, il primo videotelefono della storia è datato 1964 (la AT&T lo presentò alla Fiera Internazionale di New York) e -nella fiction fatascientifica- i videotelefoni esistono dal 1914 (Tom Swift and his photophone).

Nell’articolo io feci un discorso del tipo: l’sms è un media blando che consente anche a degli estranei di entrare in punta di piedi nella vostra vita, mentre la videochiamata è fortissima e può andare bene quando si vuole davvero condividere un luogo, un momento, una emozione.

C’era spazio per tutti, quindi viva anche la videochiamata che -però- ci avrebbe messo più tempo a guadagnarsi il suo spazio.

Nell’articolo scrissi:

Forse l’innovatore della videochiamata sarà una ragazzina del liceo, che per far vedere la propria stanza a qualcuno che non ha mai invitato in casa lo videochiamerà , scatendando l’abitudine ad essere introdotti in casa soltanto dopo una interazione più debole, come una videochiamata che ti renda familiare quell’ambiente.

oppure

Forse l’innovatore sarà un regista di 14 anni che, per creare delle live-fiction che esiste giusto perchè raccontate in tempo reale ad un pubblico composto da una sola persona (quella raggiunta dalla sua videochiamata), improvviserà una videochiamata PULP o fingerà di trovarsi in capo al mondo stando davanti ad un poster.

Ebbene, è andata esattamente così!
Peccato che non abbiano usato ne la video chiamata, ne un telefono cellualre, bensi YOUTUBE!
Abbiamo dovuto attendere che fosse la VIDEOCONFERENZA via PC e i Network Sociali sulla Rete a renderci più capaci di comunicare in remoto in modo -talvolta- anche emotivamente connotato.

Ma adesso, FORSE, siamo davvero pronti. Adesso, quel genio di Steve Jobs e che meglio di ogni altro essere umano capisce QUANDO è il momento di una tecnologia, ci ha portato FaceTime. Dieci anni dopo.

Come nel mio vecchio articolo del 2002, chiudo con una curiosità. l’hard-WIRED “Reality Check“, libricino colorato che nel 1997 provava ad indovinare esattamente in quale anno sarebbe stata disponibile una certa tecnologia, cita i “videotelefonini universali”. In che anno hanno previsto i videotelefoni? Nel 2003 ovviamente!

Cosa ne penso oggi?
In un mondo occidentale che invecchia, la videochiamata funzionerà davvero solo quando sapranno usarla anche i nonni. E’ una questione più di device e di interfacce (o di interaction design si sarebbe detto una volta) che non tecnologica.
Oppure, volendo ammodernare i termini, è una questione di “Internet degli Oggetti”.
Personalmente, da tempo, penso di avere le idee giuste in testa… ma quale Telco le ascolterà e/o andrà in quella direzione?

Non certo chi si è perso, per dieci anni di fila, la connessione tra DEVICE e SERVIZIO, in chi si è perso la CENTRALITA’ DEL SOFTWARE, ed è rimasto ad un modo wireless di trasportare voce e dati. Un tubo che, per mere ragioni TECNICHE e solo in alcune aree è diventato invisibile, ma che CULTURALMENTE -nella testa dei più- è rimasto SOLO UN TUBO.

foi10: Senza Parole :)

Frontiers 2010 gc-51
…tante altre nuove foto (via ConferenceBasics)

Social Hardware ludici e Mobile come frontiera IoT

Questo video qui sopra mostra un device animato (motorini, led e forse -chissà- anche dei sensori) che può essere collegato ad un computer e riceve comandi da una interfaccia residente su un cellulare ANDROID.

Un “cellulare” che non è lì a caso. E non certo perché il “robottino” necessiti di un sistema operativo.

Android ed il mobile però hanno davvero MOLTO SENSO, perchè il mobile è il punto di transizione naturale tra il web che conosciamo e la Internet degli Oggetti.

Nel complesso, questo accrocchio verdino lampeggiante è GRAZIOSO, ben prototipato ed apre una serie di scenari in ambito ludico, piuttosto che verso ambienti “sociali” online e non.

NON è un device rivoluzionario, ma fa capire la direzione.

Ragionandoci…
NON è un vero device connesso, nel senso che NON è autonomo. NON è neanche un device SENSIZIENTE. NON è SOCIALE. Per certi versi ANZI E’ DAVVERO POCA COSA, rispetto a quello che i nomi ed i soldi disponibili quando parli di google e soci, potrebbero consentire.

E’ un futuro che -ai miei occhi- scorre lentissimo e claudicante.
Una sequela di piccoli errori progettuali, di pensare in modo limitato…
Copiare i suoni di STAR WARS sarà “geek” ma non brilla per inventiva…

Eppure, nonostante tutto, un pò fa sognare.
E’ la carica di chi è forte e sa che -comunque vada- vincerà la partita.

Nel frattempo, con zero soldi ma tanta creatività, altri hanno fatto molto di più. Hanno aperto strade, fatto cultura, generato workshop, mixato, etc… ma senza poter avere IMPATTO.

Io non posso fare a meno di chiedermi cosa potrebbe accadere ad un paese che avesse un sistema per investire sul talento prima che questo emigri, perda fiducia in sé, oppure -semplicemente- venga raggiunto da chi poi farà il denaro facendo esattamente le stesse cose e/o anche facendole peggio.

Continuo a pensare che sia l’Italia il paese degli oggetti connessi. E penso a tutti questi cosidetti investitori che ci sono ingiro… che non sanno vedere, non sanno rischiare e poi si chiedono come mai in Italia non trovano gente di talento equivalente a quella che c’è in Google… Già. …chissà perché i “nostri” investitori sono così sfortunati :D

foi10: l’abbiamo fatto ancora

Sognatori, Eroi o forse -semplicemente- peccatori recidivi.
Lo abbiamo fatto ancora. Abbiamo rifatto Frontiers of Interaction per la sesta volta. E più andiamo avanti e più ci prendiamo gusto.
Abbiamo edificato un vero e proprio Tempio dei Geek, e poi -non contenti- lo abbiamo aperto e condiviso

Se l’Italia fosse quella vista lì dentro all’Acquario Romano, non mi sarebbe mai venuta voglia di andarmene dall’Italia. Se l’Italia sapesse anche solo ASPIRARE ad essere quella che ho visto li dentro, varrebbe la pena di combattere per restare. E, nel dubbio, anche se sogno spesso luoghi oltre oceano, sono ancora qui.

Davvero Frontiers è così rilevante?
Questione di essere o forse di desiderare, ma dove altro troverei un posto -edificato nel 1887 con colonne e affreschi- dove si possono incontrare in un sol giorno: Lightsaber & Ministri; Geni della Robotica e Guru dell’Energia; Ingeneri dei materiali da superman e Istituzioni; Studenti (anche canadesi) e Cantastorie; magari con in sottofondo musica elettronica o anche Jazz?
Luke Williams Keynote

E di contro: questa storia dell’esserci o del fuggire è anacronistica.
Viviamo in un mondo complesso e c’è un solo grande ecosistema lì fuori. Se -da un lato- preferisco il cibo LOCALE in quanto più controllabile e sostenibile, non posso pensare che il software e certi servizi -come i social network stessi- siano “locali”.

Facebook ha senso perché è l’elenco del telefono del Pianeta, come Google ne è l’archivista della conoscenza. Questi progetti non possono essere concepiti in modo locale.

Nella mia mente, ha senso parlare di LIFECYCLE dell’innovazione: Innovazione -qui intesa come trasformazione di conoscenza in denaro- è un processo di trasformazione che può avere luogo soltanto se coesistono in esso: RISORSE ed OPPORTUNITA’.

Frontiers è stato il LUOGO, dove alcune delle persone di maggiore talento che stanno in Italia, sono state a stretto contatto con imprese, personaggi, autori, giornalisti e persino il Ministro competente. Per appunto: RISORSE e OPPORTUNITA’.

Abbiamo generato un terreno in cui si possono sospendere le distanze (oltre 300 presenti contro 3200 in streaming!) e focalizzarsi sulle idee.

Idee, come quelle, raccontate, editate, proposte, discusse e rielaborate nei workshop: Nuovo content e format di Frontiers che -ritengo- non lasceremo più.

Difficile adesso, così a caldo, fare un elenco delle cose accadute che ho voglia di fissare nella memoria attraverso il blog. Come spesso accade, alcune delle cose che si fissano sono più relative al mood e all’effetto visivo, mentre ogni giunzione sinaptica diventa parte di noi stessi, indistinguibile dal resto.

Così finisce che l’applauso sgortato potente e spontaneo alla citazione del tema musicale di STAR WARS, o gli applasi per i Workshop, o le immagini che arrivavano dal megaschermo del Duomo di Milano, saranno probabilmente ciò che io ricorderò più a lungo.

Per tutto il resto, ovvero la sostanza di Frontiers…
Ci sono mille foto, mille volti, mille idee che rappresentano quello che accade ogni volta e -su tutti- come anche lo scorso anno, emerge il racconto di Roberto Bonzio. Un altro che -guardacaso- ha la parola FRONTIERA tatuata nel nome del suo progetto.

Lo speech di Roberto Bonzio, è un po’ l’archetipo per i talk “alla Frontiers”. E da qui, vale la pena di ripartire per scoprire cosa è stata l’edizione 2010.

Questo, invece, il mio personale messaggio: Diamoci da fare nella Internet degli Oggetti

.
..
- Tutti video sono qui

#foi10: LIVE ON

LIVE ON

#foi10 | Acquario Romano: La notte della vigilia

P1040639

Visto così quieto, il tempio dei Geeks, non sembra poi così sfidante… mentre, in verità, la sfida posta a tutti noi è grande.

La sfida è posta al “noi” allargato dell’organizzazione: per la prima volta alle prese con una edizione di due giorni e complessità decuplicata.

Al “noi” inteso come Speaker, portatori di contenuti istantenei, comunicatori da e verso le Frontiere. Tutti con il compito di essere comprensibli, interessanti, DETERMINANTI.

Al “noi” intesi come audience, che sappiamo di non essere solo spettatori, bensì parte integrante di ciò che davvero vogliamo che avvenga.

Al “noi”, tutti Innovatori e -tra noi- tutti almeno un po’ Alieni (o ItAliens).
“Noi” tutti diversi: alcuni scamiciati ed altri bene integrati nelle Corporation o persino Ministri.

Ma TUTTI con la comune responsabilità di FARE.

Domani, chi si tirà indietro, procura un danno a tutti. E accidenti, se questa NON è una SFIDA.