Il New York Times, pubblica la “Visione sul Futuro degli Oggetti”
Disclaimer: oggi potrei anche avere 30minuti di totale mancanza di obiettività. Dopo aver rilasciato una intervista con RDS senza avere alcun merito musicale, adesso mi ritrovo anche sul New York Times senza passare per LaRepubblica. :D
- Leggi tutto l’articolo del New York Times
- Leggi il post originale su widetag.com
Infine, il testo originale scritto per WIRED
italia 2050: perchè non dobbiamo avere paura
Discorso per un Polo Italiano della Internet degli Oggetti come rinascimento progettuale ed economico del Paese
INTRO & TEMPO
C’è spazio per discontinuità forti e persino per singolarità nella storia, ma spesso, per rendersi conto del futuro, basta trovarne dei pezzi nel presente o persino nel passato.
Volendo indicare una strada, una strategia, un mercato nel quale credo valga la pena di indirizzare i nostri sforzi, non posso che citare la “Internet degli Oggetti”.
Una Internet più larga e più profonda del web 2, una Internet su scala davvero planetaria, capace di farsi GAIA, così come di includere nelle stesse reti sociali sia gli umani che le loro “macchine”.
Questa Terza ondata di Internet NON si posiziona solo nel Futuro, anzi è ampiamente radicata nel passato. Da trenta anni si parla di essa con nomi diversi nel mondo accademico piuttosto che in quello industriale. La novità semmai è che nel 2010 questa Internet era già entrata nelle case della gente, accelerando il processo di re-invenzione sistematica degli oggetti. La prima ondata di oggetti connessi è già passato.
L’esercito di duecentocinquantamila conigli wifi ha avuto il merito di incidere il nuovo nel nostro immaginario, sacrificando se stesso per farlo. Nel 2010, una nuova generazione di oggetti connessi è già in vendita nei negozi, e mentre posta il vostro peso corporeo su Facebook è pronta per il suo reality check.
Ecco il link con l’Italia: Ripensare gli oggetti di ogni giorno, così come avvenne con l’avvento della plastica, e riformarli perché siano adeguati al futuro nel quale desideriamo vivere.
Questa è l’opportunità che l’Italia -più di tanti altri sistemi e Paesi- è tagliata per affrontare. Una opportunità strategica, non solo per non scomparire, ma anche per entrare in un neo rinascimento in cui tornare protagonisti.
Gli oggetti d’uso quotidiano sono la nostra storia archeologica, ma anche il nostro specchio. Noi disegniamo i nostri “attrezzi” e poi -almeno in parte- ci evolviamo nel modo ideale per utilizzarli.
PERCHE’ ?
Ma perché e come bisognerebbe reinventare gli oggetti comuni oggi?
Ogni oggetto dovrebbe avere una storia. Una storia del suo passato (materiali, luoghi di produzione, istruzioni) e del suo futuro (differenziazione, smontaggio, riciclo).
Ogni oggetto dovrebbe conoscere attivamente qualcosa di sé (essere senziente o almeno conoscere il tempo ed il luogo del proprio uso), essere connesso e sociale, ovvero appartenere a noi umani, sedimentando le interazioni con i propri utilizzatori e “vivendo” nella nostra rete digitale e sociale.
Se prendiamo a riferimento gli oggetti culto di questo ultimo decennio, con iMac o iPad, scopriamo che sono “Progettati in California” e prodotti in Cina.
Questo connubio, California e Cina è l’alimento perfetto delle nostre paure. La paura dell’incapacità dell’Italia di farsi California, come anche la paura di misurarsi con la forza produttiva della Cina.
Sembra una impresa impossibile e invece non lo è.
Già oggi -quando guardiamo un oggetto di stile, un’auto o un abito- siamo spesso in grado di riconoscere il “made in Italy”.
Nel futuro è altrettanto possibile proiettarsi nel paragonare il “designed in California” con il “Designed in Italy”. In questa terza ondata di internet la tecnologia resta un pilastro fondamentale, e per realizzare prodotti sensati serve mettere a lavorare insieme team interdisciplinari e ibridi. Nelle scuole di design lo si fa da anni. Adesso è tempo di portare questi approcci nelle aziende e usarle come motore del paese. Il progettare deve diventare altrettanto importante del saper fare artigianale che ha finora contraddistinto i prodotti italiani più blasonati.
Questa enorme necessità di ripensare gli oggetti anche più semplici, è insita nel fatto di volere continuamente re-inventare il nostro futuro. Al contempo reinventa la progettualità stessa e pone il settore artigianale, piccolo manifatturiero e l’ingegneria del software, a lavorare da co-protagonisti.
Non è impossibile pensare che gli oggetti che l’Italia produrrà nei prossimi 40 anni, e che quindi -in parte- saranno anche l’Italia stessa, potranno condividere un nuovo “stile” tecnologico che renda i prodotti italiani ricchi di informazioni su sé stessi e sul contesto; capaci di essere connessi e sociali; capaci di alimentare e rinnovare il made in Italy, evolvendolo dallo stile alla interazione. Così, domani, nell’immaginario di chi lo guarda, un oggetto sociale potrebbe essere associato all’Italia non solo per lo stile estetico, bensì per il behaviour che eroga.
Tutto questo non è semplice, ma la semplice prospettiva del 2050 è sufficiente per allontanare i limiti della quotidianità e far comprendere che la semplice rassegnazione, non ha davvero alcun senso.
In un Paese di inventori (ma anche di ingegneri, interaction designer e creativi di ogni specie) il tempo gioca sempre a favore del futuro.
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Ringraziamenti: Questa menzione del NYTimes è conseguenza di una reazione a catena. Senza WIRED che mi ha scelto per 2050, READ WRITE WEB che segue widetg e senza l’immancabile zampino di David Orban che ha postato sul blog di WideTag, tutto questo non sarebbe successo.
Tags: NYtimes, social objects, WideTag


Giù il cappello… come sempre :)
Ciao Leandro, come va?
Grazie per questo articolo davvero interessante.
Con mb, sul nostro Socks, stiamo scrivendo molto sull’ultimo festival Ars Electronica a Linz, da cui siamo appena tornati.
L’ultimo post è dedicato ad un nuovo tipo di macchine: le open source 3d printers a “basso costo” e agli oggetti che si possono creare con esse.
Le implicazioni culturali e sociali di questi prodotti sono a mio parere enormi. Credo che si stia aprendo un’ulteriore strada, (oltre l’internet of things), che va dal mondo digitale a quello fisico/reale.
Immagino che tutto questo ti possa interessare e mi permetto di linkarti l’articolo :)
A presto, dimmi che ne pensi,
fosco
Ciao Fosco!
che dire, sono felicissimo che siate stati a Linz e vado a leggermi tutto.
sull’impatto del 3D printing nel nostro futuro a breve termine, beh si può solo dire che sarà… incredibile. Una enorme rivoluzione a portata di molti mercati. Mercati che però devono decidere di abbracciarla, cambiando i loro modelli di business, anziché… ostacolarne il decollo.
Di mio posso solo dirti che non vedo l’ora di avere una stampante 3D in casa e -ritengo anche- che questa più iPad siano la migliore scuola di “digitale” che si possa far fare a chi è davvero giovane.
Anch’io, finanze a parte, sto morendo per averne una. Cominciano ad essercene di accessibili (tra i 500 e i 1000$).
Una in particolare è un progetto open source in grado di autoreplicarsi (vale a dire che con essa puoi stampare quasi tutti i pezzi per un modello gemello).
a presto!