Felicity & le città Intelligenti
Disclaimer: Quello che segue è un articolo che ho scritto per colpa/merito di Stefano Meneghetti, che mi ha chiesto di inviarlo come contributo al Felicity Project, che lo vede coinvolto. “Change your City, Change your Life”, ovvero il motto di questo progetto, è molto in sintonia con i miei recenti progetti sotto l’ombrello WideTag, nonché la “questione” Biennale dell’Architettura, dove sono coinvolto via WIRED. Ma questa è una altra storia…
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Articolo per Felicity
Il livello di qualità della vita di ognuno di noi, dipende fortemente dal luogo in cui vive. Questo è vero sia laddove il luogo è ameno, isolato, o drammaticamente povero, che anche -e forse a maggior ragione- per chi vive nella città.
La Città è infatti il luogo delle interdipendenze, delle moltitudini da muovere, delle risorse frazionate, delle risorse trasportate da altri dove, delle infrastrutture alla ricerca di un difficile equilibrio con chi -la città- la vive.
Per cercare di dare ordine e efficacia alle città, oggi un approccio rumorosamente presente è quello delle così dette “Smart Cities”: Città intelligenti corroborate da Reti di Sensori e organizzate da una profusione di software che ne misura ogni respiro e organizza ogni battito.
Personalmente, ho l’impressione che questa tecnologia ingegneristica e muscolare possa rappresentare -su grande scala quello stesso approccio preconfezionato ed in taglia unica, grazie al quale la domotica fatica ad imporsi e -talvolta- ad adeguarsi al mutare degli abitanti o -più semplicemente- delle loro mutate esigenze.
Quando raccontata così, come tanta “intelligenza” data da sensori e da software che dovrebbero risolvere i grandi problemi delle città: questa è una storia che non mi convince.
Io sono dell’idea che NON debba e non possa esistere una soluzione tecnologica in sé, quanto invece esista -per ogni innovazione- l’opportunità di cambiare noi stessi, iil modo in cui concepiamo qualcosa, il modo in cui mettiamo in pratica una azione.
A chi promette città intelligenti, faccio notare che: Nonostante i grandi risultati della Ricerca Scientifica, ad oggi, l’unica vera forma di intelligenza è quella degli esseri umani. Dunque una città intelligente è la città dove l’intelligenza dei suoi cittadini viene usata come una risorsa.
Nel design dei servizi, protendo per quelle soluzioni in cui il cittadino NON sia soltanto il cliente o l’utilizzatore finale di un qualcosa prodotto da altri; Preferiamo pensare al cittadino come parte integrante delle soluzioni di cui la società necessita. Questo non soltanto perché la complessità dei servizi è cresciuta al punto da divenire sempre più improbabile che essi siano messi nelle sole mani del “fornitore”, ma anche per innestare più intelligenza in tutto il sistema. Per far sì che un problema NON sia subito inteso come una MANCANZA che una parte ha nei confronti di una altra parte della comunità, bensì come di una questione che la comunità tutta deve affrontare e risolvere.
La partecipazione dei cittadini credo sia non solo auspicabile ma persino necessaria, soprattutto laddove la complessità del sistema cresce rapidamente. Senza questa enorme Rete di partecipanti attivi, io credo, le infrastrutture che si progettano rischiano di collassare sotto alla loro stessa complessità ed associato costo di manutenzione. Mi attendo di vedere cittadini che divengono “sensori” ambientali utili a monitorare la qualità dell’aria, la pulizia delle strade, la presenza di attività criminali, l’efficacia di un certo cambiamento, contribuire al miglioramento della viabilità, e molti altri aspetti della vita di una città, senza per questo ergersi a CONTROLLORI e -semmai- divenendo CO-RESPONSABILI.
La è prima tecnologia che ci serve è dunque quella che ci rende co-protagonisti. L’infrastruttura che vogliamo, quella che accelera la diffusione dei comportamenti virtuosi.
La felicità che una città può restituirci è una proporzione di ciò che noi siamo -a livello personale- in grado di disseminarvi dentro. Cambiano di strumenti, ma non cambia il concetto per cui la città, in prima istanza, è ciò che decidiamo di condividere insieme: la somma di ognuno di noi.
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UPDATE
A volte, l’intelligenza dell’uomo, coniuga le città a partire da specifici elementi architettonici o dal “modo” con cui si costruiscono certe cose. in principio si trattava solo di “usi e costumi”, poi di scienza, oggi -forse- di necessità. Credo fermamente che certi esperimenti architettonici -già validati su varie scale- possano e debbano entrare nel quotidiano della progettualità edile. Penso che alcune tecniche costruttive debbano diffondersi con logiche open source, e quindi -un po’ alla volta- tutti dovremmo emulare alcuni esempi ben riusciti. L’esempio per me è il “living roof” di Renzo Piano (e naturalmente son dovuto andare sino in California per vederne uno), che è una roba fatta come vedete qui sotto.

SHORT BIO
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Leandro Agrò | http://www.leeander.com/
Gmail, skype, Flickr, twitter: leeander
Con oltre di 10 anni di esperienza in Interaction Design, Leandro Agrò -aka Leeander- lavora nel campo di Internet dal 1995. Manager & Designer esperto di Usabilità ed eye-Tracking, ha collaborato alla progettare centinaia di prodotti e servizi nati attorno al web.
Leandro è quello che WIRED chiama ItAliens; Un “italiano di Frontiera” capace di vincere l’Apple Design Project a Cupertino nel 1997 e lavorare con continuità ai confini della innovazione. Nel 2009 ha piazzato la sua iPhone App -WideNoise- nella top10 del NYtimes, mentre -nello stesso anno- la Conferenza che organizza -Frontiers of Interaction- è stata la prima “europea” nella TOP10 Most Interesting and Popular Events di Upcoming (Yahoo).
Oggi è CEO di WideTag. Inc. una startup con sede in California che contribuisce alla pari delle grandi per la leadership culturale e tecnologica nella Internet delle Oggetti.
Tags: felicity, Internet of Things, living roof, Smart Cities


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