Tom Kelley a proposito di Antropologi e la Concorrenza


Non capita spesso di avere Tom Kelley a Milano e -soprattutto- di poterci parlare a quattro occhi per oltre venti minuti. L’occasione è stata il World Marketing & Sales Forum (HSM) svoltosi qualche giorno fa a Milano, che -come sempre- è riuscito a portare in Italia personaggi davvero notevoli e -soprattutto- che hanno un impatto per il mondo del business.
E’ stato così che mi sono ritrovato ad un apertivo privato con una trentina di persone e LUI, il mitico Tom Kelley, socio, direttore generale, ispiratore culturale e evangelizzatore della IDEO.
Di Kelley io ammiro la storia professionale (parecchio meno amo le sue cravatte), ma ancora prima i suoi libri. Il più recente, “I dieci volti dell’Innovazione” dovrebbe essere obbligatorio per tutti i managerucoli che vivono dentro ai pachidermi aziendali da cui -volenti o nolenti- dipende la rapidità del paese e la sua capacità di competere a livello Internazionale.
Ma torniamo a Tom…
premesso che un designer italiano di pari successo (trovandolo) se la tira 100 volte tanto, non posso fare a meno di notare che Tom Kelley ha anche altre prerogative che lo distanziano anni luce da quello che -di solito- è l’approccio e la rpesenza di un tipico “famoso designer italiano”.
Innanzi tutto, Tom Kelley è divertente!
Divertente NON significa superficiale o stupido. Al contrario significa avere un acume particolare ed una capacità di porti le storie che racconta generando di continuo prospettive inaspettate.
Solo che le sue “storielle” hanno come protagonisti la gente di PEPSI, APPLE, CISCO, SAMSUNG etc. Vedi la ragguardevole client list.
La seconda cosa che distingue Tom Kelley da un famoso designer italiano è che… NON SI VESTE SEMPRE E SOLO DI NERO. Anche lui ha la sua “divisa” e la sua “cravatta da confernza”, ma non è il solito all-black brizzolato e supponente che rappresenta la categoria.
(personalmente ho degli amici designer che NON HO MAI VISTO VESTITI CON QUALCOSA CHE NON FOSSE NERA).
Ma cosa ha detto Tom Kelley durante questo speech da apertivo?
Beh, ha parlato di COMPETIZIONE, TEAM MULTICULTURALI e in particolare del ruolo degli ANTROPOLOGI nel design e nella innovazione in generale.
Una delle sue affermazioni cardine è stata:”Pochi clienti spendono in innovazione perché vogliono ottenere la leadership di mercato innovando o perché sentono questa spinta interiore. Molti, invece, innovano per pura reazione alla competizione.
E’ così che il cliente dal quale eri appena stato e ti aveva detto di non avere budget, scatenerà tutte le sue forze per rincorrere l’azione del concorrente che era un passo indietro e non è rimasto a guardare“.
Avrei voluto dire… che in Italia la competizione e la concorrenza non esistono e quindi l’innovazione è morente. Anzi, diciamo che sarebbe dovuta soccombere da tempo, e testardamente vive per mano dei tanti, troppi talenti che nascono ne bel paese e che -immolandosi al martirio- qualcosa alla fine riescono a muovere.
Avrei anche potuto aggiungere che… data l’innata esterofilia italiana, se poi qualcuno del budget da spendere lo trova, si “dona” proprio alle firm come la sua, o ai dipartimenti di ricerca di prestigiose università americane dove qualche italiano -a sua volta costretto ad emigrare- ha trovato rifugio per il suo talento.
Insomma, siamo proprio una assurda nazione. …ma non avrebbe avuto senso raccontargli tutto ciò. Era più utile ascoltare ed imparare.
Quindi ho ascoltato tutta la sua lodevole arringa sulla NECESSITA’ di generare team multiculturali in azienda. …chi legge questo blog probabilmente riderà visto che ne parlo da dieci anni… ma dato che io NON sono Tom Kelley (e non ho le sue cravatte), non c’è da stupirsi del tempo che abbiamo dovuto attendere perché queste idee (certo non rivoluzionarie) trovassero riparo e persino dignità ascolto.
Il mio buon amico GianAndrea Giacoma sarebbe stato sbigottito dall’attenzione con cui la gente ha ascoltato Kelley. Si, Gian, c’è speranza. Quando sarai un “giovane emergente di 50anni” forse ti daranno retta.
Ma l’apoteosi è stata la dichiarazione d’amore incondizionata per gli ANTROPOLOGI.
Ho trovato un video che -se anche senza lo stesso trasporto respirabile quando si è in una sala da trenta persone- dice più o meno le stesse cose.
(please, notate quanta gente c’è ad ascoltare il discorso di Kelley | Creativity World Forum 2008)
Il punto è che gli ANTROPOLOGI sono il sale dell’innovazione. La componente UMANA, troppo spesso mortificata negli organigrammi aziendali e di progetto, trova finalmente un punto di appoggio, una rappresentanza. Le conseguenze dell’introduzione in organigramma di una dissonanza rispetto alle chiavi di lettura dominanti -ovvero business o tecnologia- sono immediate e naturali: semplicemente l’innovazione germoglia.
La prova che questa storia dell’antropologo-innovatore -per leeander/idearium/frontiers- non sia una cosa nuova la si legge anche tra gli speakers di Frontiers of Interaction. Luca Simeone, antropologo innovatore a cavallo tra Italia e Mondo, è stato speaker già tre anni fa alle Frontiere. Quest’anno, lui e Salvatore Iaconese, sono venuti in tandem a cross-fertilizzare la platea. Così, tra usenze tribali e supermercati si è generato un filo rosso. L’hanno chiamata “Ubiquitous Anthropology” e ci ha parecchio affascinato. Loro sono i “Tom Kelley” di casa nostra.
…perché senza la componente umana rappresentata dagli ibridi, dagli psicologi, dagli umanisti e dagli antropologi, progettare “innovazione” semplicemente è una FINZIONE.
D’altro canto, se si è fatta così tanta fatica a parlare di multiculturalità è non solo perché l’evoluzione “è una storia lenta” (e qui citiamo LongNow) ma anche per via dell’azione di precisi COLPEVOLI. Colpevoli non nominali ma che in moltissimi si sono affrettati ad emulare, perché succubi al fascino della figura che stavano per interpretare.
Per decenni tutti coloro che si sono dati appuntamento attorno ad un tavolo per progettare qualcosa, hanno potuto far riferimento ad una sola figura retorica disponibile: l’Avvocato del Diavolo.
nel nome e per conto di questo insigne -e spesso poco costruttivo- ammazzaprogetti a priori, tonellate di talento sono finite al macero e miliardi di idee buone ma giovani ed incomplete sono state falcidiate anziché aiutate a crescere.
Tom Kelley si è chiesto:”Non è un pò un controsenso avere come unica figura retorica durante il contradittorio uno che vuole dare FINE al progetto stesso?” E per questo motivo ha scritto un libro, sforzandosi di individuare ben dieci altri figure retoriche da contrapporvi.
Certo passerà del tempo prima che a qualcun altro io senta dire una frase come…”ma fatemi per un attimo fare… l’impollinatore trasversale…” ed aggiungere qualcosa di utile per la crescita dell’idea in ballo in quel momento.
Io spero che accada.
Sarà per questo che amo “I dieci volti dell’Innovazione” (IBS) e -seppur l’antropologo resta primo- anche i suoi:
1. L’Antropologo
2. Lo Sperimentatore
3. L’Impollinatore trasversale
4. L’Ostacolista
5. Il Collaboratore
6. Il Regista
7. L’Architetto del benessere
8. Lo Scenografo
9. Il Premuroso
10. Il Narratore
Queste figure, che si oppongono all’uccisione preventiva di ogni novità ad opera dell’Avvocato del Diavolo, rappresenta davvero un’opera che dovremmo imparare ad usare come strumento quotidiano. Citando Seth Godin (ribadisco “unico marketing man che rispetto profondamente e dal quale imparo sempre qualcosa”: «Un libro fondamentale per tutti in azienda, nessuno escluso: dovrebbe leggerlo anche l’amministratore delegato. Ogni pagina contiene uno spunto che, da solo, vale già il prezzo del volume. Eccezionale!»

IDEO è una azienda a guida culturale dove hanno dato dignità persino accademica a processi creativi come il brainstorming, introducendo tools a supporto -le famose carte di Ideo- e perorando la causa della “open innovation”: chiunque in azienda ha il diritto/dovere di proporre le sue idee e l’azienda deve essere pronta ad accogliere le idee che funzionano indipendentemente da ogni altra valutazione.
Dunque…
Un grazie agli amici di HSM che hanno voluto coinvolgermi per la seconda volta. Rimando sempre stupito dalla qualità dei loro eventi. I personaggi del World Marketing e Sales Forum, come anche del World Business Forum, sono spesso tra quelli da cui si può (e si dovrebbe) imparare. D’altro canto è il loro business, la cosa che sanno fare. Niente a che fare con altre attività auto-celebranti che si vedono ingiro ma nulla di simile anche rispetto alla volenterosa e brillante Frontiers.
REMINDER: Molte delle cose che NON funzionano in italia dipendono dalla mancanza di spazio per il talento. In passato ho parlato apertamente delle responsabilità dei sistemi di reclutamento. Sino a quando i profili ibridi ed i team multi culturali saranno ridotti a barzelletta, il paese NON avrà un futuro. E badate, dato che Leonardo Da Vinci -ovvero il più grande italiano della storia- era un ibrido, a via di premiare solo gente cubica (comunque sempre meglio che nani e ballerine) davvero non si va lontano.


Caro Leandro, cosa dici … forse mi devo comprare una serie di cravatte orrende anch’io? :D
A parte gli scherzi, adesso vedi scritte poche righe ma in realtà su sto commento sono stato a scrivere e a cancellare per almeno tre ore!
Perché?
Perché questo post, come altri che hai scritto di recente, mi ha emozionato.
Mi ha fatto vivere emozioni contrastanti. Felice di avere conferme di quello che diciamo e dico ma incazzato che lo debba dire il guru di turno per essere vero. Cosa che forse sta piano piano imparando anche Wired Italia (grazie a te?).
Perché so cosa vuol dire essere professionisti ibridi e provare ad innovare.
Perché si sente la sofferenza di un leone in gabbia che cerca di fare qualcosa di qualità non solo per sé, come tanti.
Sei un uomo fertile, costruttivo, un hub straordinario di innovazione. Non te lo dico perché sei un amico ma perché è vero e te lo meriti.
Perché credo che una generazione di talenti ibridi italiani ormai non si stanno nemmeno più immolando, semplicemente mollano, cambiano strada o se ne vanno progressivamente dal triste stivale. E’ andata …., avanti con la prossima generazione.
Mi trovo circondato di giovani talenti come Davide Casali, Massimo Menichinelli e forse c’è speranza …. si mi danno più speranza persone come loro che Tom Kelley.
Parli di reclutamento. Ci sono grandi opportunità di rinnovamento nelle HR ma se tirano fuori il coraggio di non essere più la cenerentola delle aziende (raro).
Comunque, e so che sei d’accordo, credo che non abbia più senso perdere tempo e parole sull’Italia se vogliamo fare ricerca e innovazione.
Quello che ci servirebbe realmente è uno strumento di qualche genere che permetta di passare tutto questo nella testa di chi potrebbe fornire i mezzi per fare tutto questo.
Tornando con i piedi per terra, leggendo quest’ultimo post mi è sembrato di leggere una lettera, scritta a mano, con le parole che non solo hanno un significato ma hanno anche un peso fisico sulla carta talmente son state scritte con enfasi. Probabilmente, è il mio modo di percepire quello che diceva sopra Gian con “mi ha emozionato”.
Tra l’altro leggendo mi è venuto in mente anche Jan Chipchase, che non so se è antropologo o meno, ma è proprio una di quelle persone che “guarda e riferisce” come dice Tom Kelley nel video. Citando dal suo about:
“I specialize in taking teams of concept/industrial designers, psychologists, usability experts, sociologists, and ethnographers into the field and, after a fair bit of work, getting them home safely. The tough part of the job is in using the data to inform, inspire and affect how my colleagues think and what they do, and in turning research into core intellectual property that underpins the future business. “
Quello che mi stupisce è però quanto poco io riesca a percepire nel suo cliente (Nokia) il peso delle sue ricerche.
Accetto volentieri l’ottimo consiglio del libro che hai segnalato. ;)
P.S.: La cravatta a Gian so a chi farla prendere… :P :P :P
[...] postare qualcosa perchè altrimenti ’sto blog mi comincia a soffrire di sindrome di abbandono ho pensato di farmi un giro sul blog di Leandro (chissà se lui ha capito che è il mio eroe) e ho trovato dentro l’ultimo post il [...]
Siete davvero ingenerosi con le cravatte di Kelly. Io le trovo stupende, Per il resto, concordo sulla diagnosi dei ritardi italiani. Però, guardate, cedere al piagnisteo non serve. O ci trasferiamo tutti in California, o lavoriamo perché un contesto favorevole all’innovazione si sviluppi anche nel nostro paese. Se questo non accadrà, sarà anche un po’ colpa nostra: sia che saremo scappati oltreoceano, sia che saremo rimasti. Fare innovazione - ci insegna Andrea Granelli - significa comunicare l’innovazione. Non so se stiamo facendo abbastanza, in questo senso. Paolo
Kelley, ovviamente. Si vede che ho sempre Kelly in testa. P
Ciao Paolo.
Comunichiamo, comunichiamo non ti preoccupare :)
Si può migliorare?
Assolutamente si, magari unendo le forze invece di dividerci per le briciole. Tutto qui nessun piagnisteo.
Andrea Granelli lo conosco, per quale motivo in particolare lo citi?
Tu cosa stai facendo per diffondere l’IxD in Italia, per esempio?
Sentiamoci :)
In realtà non alludevo alla comunicazione “di movimento” e al lavoro di evengelizzazione che insieme possiamo certamente fare. Mi riferivo al modo in cui ciascuna delle nostre imprese comunica con i propri clienti. A cominciare dalla mia. Maison,the vende progetti di interaction design. Quando li vende bene, è merito suo: ovvero della qualità delle sue persone, della loro capacità di comunicare il valore del proprio lavoro. Quando li vende male, è colpa sua: non del fatto che l’Italia è diversa dalla California.La mia riflessione era autocritica, insomma.
di solito comunico meglio a pancia piena :)
attenzione a credere in un sistema che affama sistematicamente gli innovatori
scemi SI, martiri NO.
ah, la cravatta di Tom sarebbe geniale… per gli addetti di un colorificio. :D
non scherziamo, persino uno come me, che crede nella sostanziale negatività dell’eleganza, e sa che storicamente la cravatta è soltanto un simbolo fallico edulcorato, pensa che una cravatta così possa portarla uno che è GIA’ famoso. :)
ciao Leandro ti rispondo anche qui:
Capita spesso che le persone confondano gli eroi con i martiri.
Io non credo ne ai martiri ne ai santi.
Penso che essere rivolti al futuro sia questione di carattere, quasi un fattore genetico.
Questo già di per se dovrebbe essere considerato un privilegio.
E credo anche che la differenza che c’è tra chi fa innovazione o prova a farla in italia e chi la fa fuori sia nella presenza o assenza della cultura dell’alibi.
In italia siamo maestri della cultura dell’alibi, del vorrei, farei ma non posso. Il sistema fa schifo, in quest’italia giurassica, sabauda, burocratizzata fino al midollo cosa vuoi fare ecc..
Ed ecco che molti di quelli che si dedicano a guardare al futuro assurgono a ruolo di martiri.
Se ti scegli una strada da pioniere cosa ti aspetti di trovare se non ostacoli e polvere sul cammino?
All’estero ci insegnano che fare meno chiacchiere e agire di più è funzionale a far accadere le cose anche laddove sembrano impossibili a realizzarsi.
Credo anche che tutta questa storia dell’andare fuori o meno in un mondo globalizzato non abbia più alcun senso.
Si va dove serve per far si che le cose accadano. Questo oltralpe l’hanno compreso da un pezzo e nessun media dedicherebbe mai un trafiletto al tema della “fuga dei cervelli”.
Io penso che tu e i tuoi colleghi d’avventura siate, consapevolmente o meno, rappresentazione del fatto che per far accadere le cose bisogna innanzitutto cominciare a farle accadere.
Ecco perchè siete i miei eroi.
La mia visione di eroe fa, in buona parte, riferimento alla cultura greca secondo la quale per eroi si intendono quegli uomini, mortali, dotati di qualità morali straordinarie, che con le loro “gesta” sono espressione della visione della vita quotidiana e portabandiera dei valori fondamentali della vita stessa.
Gli eroi sono uomini al sommo grado perchè vivono a più a fondo la condizione umana sperimentando, al massimo grado appunto, tutto ciò che è sperimentabile.
Dal mio punto di vista poi le caratteristiche fondamentali di un eroe sono il coraggio e il multiforme ingegno
bisogna essere un pò Ulisse e un pò Leonardo da Vinci e non è vero che gli “ibridi coraggiosi” rischiano di fare una brutta fine, più spesso rischiano di cambiare la storia.
:)
Perdonatemi, inizio con una esagerazione negativa (poi mi riprendo :P):
. Per ogni singolo eroe ci sono montagne di caduti nel tentativo di esserlo.
. Per ogni singolo eroe - con doti tali per cui può diventarlo - ci sono moltitudini che vorrebbero solamente fare in pace il loro lavoro. Semplici, umili ma fondamentali artigiani.
A me piacerebbe essere eroe, ma ho paura di essere solamente una persona che è in grado di fare bene certe cose.
E un po’ servirebbe anche qualcuno che ti insegni a fare le cose: con un punto di riferimento valido che ti insegna, non è solamente l’eroe che può riuscire, ma chiunque.
Io, ma credo tutti noi, siamo fortunati a conoscere Leeander. E mica solo lui, ma anche a conoscerci fra di noi. Tutti, senza fare troppi nomi. Perché credo che tutti stiamo mettendo anima e corpo - a volte letteralemente - per fare succedere qualcosa. Senza compromessi (che è la parola chiave qui).
E per farlo a volte ci “allunghiamo” anche un po’: un pizzico di imprenditoria, un po’ di marketing, un filo di comunicazione anche se magari non ce ne potrebbe fregare di meno - o siamo proprio negati (parlo in prima persona qui :P).
E’ dura? Si. Riusciremo? Spero. Andremo tutti in California? Il futuro lo svelerà.
Però credo che una cosa dobbiamo fare, oltre al tuo suggerimento correttissimo Patrizia di non cercarsi alibi: unirci.
Uscire dall’idea feudale dove ognuno deve avere il suo regno.
Un regno unico ci rende tutti più forti, anche se non saremo tutti re!
Uscire dall’idea che la torta è una e chi mangia la fetta più grande la ruba agli altri (metafora fantastica sentita da più parti, non so quale sia l’origine).
Assieme la torta aumenta di dimensioni!
Per questo spesso scelgo di seguire progetti di altri. Sostenerli. Aiutarli. Farne parte. Perché anche se non è *mio*, è *nostro* e questo vale ancora di più del mio nome appena sotto il titolo.
Certo, come Lee diceva sopra: “scemi SI, martiri NO”. Di contro c’è bisogno di qualcuno che guidi dando il giusto credito e peso a chi lo ha aiutato. Per fortuna, anche in questo caso ci siamo trovati… :)
Scusate la divagazione, ma rileggendo tutto mi è nato diretto diretto. Non mi rileggo ora invece per evitare di edulcorare, spero di non aver scritto in modo troppo fumoso. Abbiate pazienza, nel caso. :)
[...] solo la mediocrità, faremmo strada più rapidamente. Magari, come dice Tom Kelley, il segreto è assumere degli antropologi. Ma forse, come ancora più drasticamente racconta, Robert Sutton (titolare a Stanford della [...]