Il limite del pensiero, tra dimensioni e modernità
THINK BIG! THINK DIFFERENT! LATERAL THINKING… Sono molti i claims relativi al modo con cui affrontare una sfida, decodificare il mondo, progettare a mente libera. Tutto purché ci si riesca a liberare la propria mente dalle resistenze del “non è mai stato fatto prima”; piuttosto che dagli usi comuni che ci impediscono di ripensare radicalmente gli oggetti di uso quotidiano; o -cosa tra le più difficili- dai Brainframes, ovvero: gabbie culturali che accorciano la nostra vista e la direzionano su ciò che è consueto, rendendo “inconcepibile” un approccio di pensiero inusuale.
Beh, la faccio breve… Voglio mostrarvi tre progetti diversissimi per ambito e dimensione che hanno una sola cosa in comune: mostrano un approccio di pensiero creativo davvero radicale. …e magari con simili approcci mentali potremmo anche ripensare Milano.
Quando le dimensioni contano
Quello qui sotto è lo STADIO degli ARIZONA CARDINALS! L’ho visto per caso in televisione e mi sono messo alla ricerca di un video Youtube che mostrasse quello che ho visto io, ovvero: Questo stadio ha la favolosa capacità di coprirsi con un tetto in tessuto montato su enormi paratie mobili. Così facendo, il match o -in generale l’evento- che avviene all’interno dello stadio può godere del riparo dagli elementi atmosferici.
Peccato che così facendo, il campo in erba tipico di uno stadio di football americano non riuscisse a crescere bene. Non c’era abbastanza luce solare (oscurata dall’ombra degli spalti) e non c’era verso di ottenere un risultato adeguato agendo sulle singole zolle di terreno. …a Milano lo sappiamo bene, il fondo dello stadio Meazza -teatro di Inter e Milan- è spesso in penose condizioni.
Beh, è qui che lo Stadio dei Cardinals ha trovato la soluzione “fuori dagli schemi” che ha ispirato questo mio post. Gli ingegneri che si sono occupati della progettazione hanno voluto risolvere due problemi:
1) la qualità del fondo in erba
2) il fatto che un fondo in erba andava bene soltanto per il football, mentre per raduni, eventi musicali, show di motori, etc. beh, sarebbe stato un disastro.
Come fare?
beh, portando fuori il campo in erba come e quando si voleva, si sarebbero risolti entrami i problemi!
adesso guardatevi questa simulazione 3D (nella pagina youtube corrispondente troverete anche video dello stadio dal vero)
Guardate questo video…
A prima vista, portare il campo fuori dallo stadio quando si vuole… beh, sembra il tipo di idea che verrebbe in mente ad un BAMBINO che non sa che certe cose non si possono fare! Ed è qui che il freno auto-inibitorio del pensiero comune viene spazzato via dai responsabili della progettazione dello Stadio dei Cardinals. Oltre alla capacità di aver concepito un approccio fuori dagli schemi, loro hanno cominciato seriamente a chiedersi cosa sarebbe servito per rendere possibile ciò che MAI NESSUNO AVEVA FATTO PRIMA.
Gli sarebbe bastata una enorme piattaforma in cemento armato, ovvero un vaso dalla superficie paragonabile a quella di una porta-aerei, e delle rotarie su cui farla scorrere. Semplice, no? :DD
Lo Stadio degli Arizona Cardinals -per me- non è soltanto il risultato dello strapotere del denaro e della spacconeria all’americana: è il risultato del libero fluire del pensiero. Questo fattore, più che la bontà della realizzazione stessa, è ciò che -in questo post- val la pena di enfatizzare.
Piccolo, povero, comune
Non è la descrizione di un comune dell’entroterra siciliano, bensì quella di un oggetto d’uso quotidiano diffusissimo negli uffici: la penna a sfera. Si può innovare un oggetto così? forse NO. Però può capitare di ripensarlo completamente nelle sue funzionalità, magari mentre si tentava di risolvere un problema del tutto diverso. Ma cominciamo dal principio.
Andrea Cingoli, Paolo Emilio Bellisario, Cristian Cellini e Francesca Fontana sono dei giovani che hanno deciso di partecipare al DesignBoom Dining Contest, ovvero il classico concorso di design che -tipicamente- si fa quando si è ancora studenti.
Il punto su cui i quattro hanno focalizzato la loro attenzione, immagino sia stato il pranzo consumato sul proprio desk di ufficio e -aldilà se è stato preparato a casa propria o consegnato da un catering- il più frequente dei problemi è: mancano le posate!
Ecco che -come coltelli e forchette- capita di usare davvero di tutto, con l’unica conseguenza che ergonomia e funzionalità di oggetti ritorti ad altro uso, scalpitano scatenandosi contro di noi.
Beh, direi che basta una immagine per capire cosa è saltato in mente a questi ragazzi.

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Perché lo trovo geniale?
Perchè gli oggetti d’uso quotidiano sono tipicamente sorgenti di brainframes durissimi ad essere superati. Perché la “povertà” dei materiali usati nella soluzione è sintomo di potenziale facilità di produzione e larga diffusione. Perchè le dimensioni -ripensate un attimo allo Stadio dei Cardinals- non impongono soluzioni concettualmente DIFFICILI o COMPLESSE. Le soluzioni concettualmente SEMPLICI possono essere trovate in entrambi i casi. Banale? no! Perchè oggi come oggi, non aggiungere complessità al Pianeta, è già un encomiabile scopo.
nota: questi quattro ragazzi non so davvero chi siano, li ho “letti” su boingboing.
architetture di soli PRATI e finestre
Certe volte un progetto isolato mostra come di potrebbe completamente ridisegnare la presenza umana sulla Terra se -semplicemente- adottassimo standard diversi di pensiero. Se dico città, se dico casa, in Italia non possiamo fare a meno di pensare a asfalto, pietra, cemento, mattoni, piastrelle. Se qualcuno provasse a dire che dovremmo far crescere dsistematicamente delle piante attorno a TUTTA LA STRUTTURA portante della casa e lasciare libere soltanto enormi superfici vetrate (magari che conducano e riutilizzano il calore solare), potremmo ridere di gusto e guardarlo in faccia come si fa con gente candida o idiota.
Ebbene, qualcuno lo ha fatto! Ha fatto crescere UN VERO PRATO anche su pareti verticali, e contemporaneamente ha usato i tetti e le ampie superfici vetrate per raccogliere e convogliare la luce solare. Il punto è che, se questo modulo abitativo fosse quello standard e un quartiere -o una città- fosse la ripetizione in pattern vari di questo approccio progettuale, noi vivremmo nel verde e saremmo portati a ripensare strade e mobilità (ad esempio usando dei segway e robe simili).
Oggi, il cemento rende ridola l’idea di rinunciare ad asfalto e mobilità su 4 ruote gommate. Questo sta uccidendoci tutti. Una casa i cui materiali e la cui apparenza esterna cambi radicalmente, incide sui nostri brainframes e ci modernizza.
Abbiamo visto che le dimensioni giganti di uno Stadio, quelle piccole di una bic, quelle medie di una casa, non influenzano Il pensiero libero. Lo sguardo non inquinato da “bambino”. Eppure emerge anche un altro tema: i pattern.
La ripetibilità di alcuni elementi del nostro vivere quotidiano è la chiave per il cambiamento globale.
Oggi abbiamo gli strumenti di trasmissione delle idee più efficaci di tutti i tempi. E non mi riferisco soltanto al MEZZO, come Internet, ma anche alla FORMULA, come la digitalizzazione in sé e l’open source. Ma ci arrivo…
Fatemi tornare un attimo sul termini “moderno” che ho usato poche righe sopra e fatemi fare un ragionamento applicato alla città in cui abito.
Cos’è moderno oggi?
Personalmente guardo a Milano come ad una città rimasta troppo tempo bloccata in un limbo temporale orientato al presente. I recenti progetti di grattacieli cittadini, per quanto architettonicamente arditi, sono soltanto un piccolo tassello della modernità necessaria. A dirla tutta -secondo me- rappresentano persino una mdoernità “passata”. Una sorta di futuro per come se lo è immaginato la letteratura, e non necessariamente rispondente a ciò che ha senso fare oggi.
Come molte volte ho detto in questo blog: non abbiamo ottenuto le famose macchine volanti che tutti i futuri ci avevano promesso. Abbiamo Internet. Abbiamo le tecnologie wireless.
In base a questa riflessione e dichiarando apertamente il mio sconfinamento in campi non attigui alle mie competenze, mi sento di dire che la cosa più mdoerna che Milano potrebbe fare oggi sarebbe quella di tornare ad essere la città dei Navigli che il Genio di Leonardo ha reso navigabili oltre l’immaginabile. Si potrebbero fare molte cose per tornare ad essere moderni:
- Scoperchiare i navigli che il cemento e l’asflato hanno coperto.
- Usare le rotarie per muovere treni elettrici veloci e non inquinanti.
- Creare grandi aree esterne coperte da cupole in vetro con microclima artificiale, e potenziale al massimo le infrastrutture wireless.
- Finanziare lo studio di progetti abitativi sostenibili e dall’impatto visivo verde e renderli disponibili in OPEN SOURCE per tutti i cittadini.
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Questo si, sarebbe moderno.
E lasciatemi dire anche che sarebbe vera innovazione! ovvero trasformazione -su vasta scala- di conoscenza in denaro. Ma questa parte la racconterò un’altra volta.
Tags: ARIZONA CARDINALS, Brainframes, Design, DesignBoom Dining Contest, Lateral Thinking, OpenSource

Leandro più ti leggo più mi chiedo come mai in Italia persone come noi- con un pò più di creatività della media- in Italia siano pressochè signor nessuno..eppure siamo il paese di Genii come Leonardo , Michelangelo che hanno lasciato il segno nella storia dell’Umanità…invece vediamo le nostre città incapaci delle cose più semplici che per altri sono comuni…Le bici con corsie dedicate ed auto che si bloccano agli incroci per dare la precedenza, come a San Francisco ( città di enormi salite!) le rotatorie invece dei semafori che fluidificano il traffico , evitano lo stop and go inquinante, insegnano all’automobilista a guardarsi intorno a capire chi passa prima…lo educano in pratica….due modesti esempi lontani dalle tue ipotesi futuribili, ma lontani dalle nostre città. Mia sorella che vive a Londra mi ha osservato” Bravi a Milano a mettere l’ecopass, peccato che le categorie nuovo-vecchio delle auto premiano chi ha l’auto nuovissima , che non è senzaltro il più poveraccio” a Londra è uguale per tutti…molto più giusto. Potremmo aggiungere tanti altri esempi, si potrà mai fare meglio in Italia se quelli come te prima o poi se ne vanno??… mi sa che saremo in futuro sempre più multietnici, per tanti che arrivano da Africa e Sudamerica , altrettanti giovani italiani che se ne vanno… forse così è il mondo di domani, chissà che il mix non porti benefici…ma “Noi non ci saremo”!