Sull’arretratezza dell’Italia: una proposta semplice!
Ripresa? ICT? Innovazione? Chi pensa che l’Italia abbia a che vedere con questi termini, farebbe bene a non leggere questo post. Perché l’Italietta informatica è defunta da tempo e -quella poca che rimane- talvolta è spersa e talvota -purtroppo- guidata da inetti che trascinano il talento nelle cantine.
L’innovazione rimane quindi isolata in aziende piccole che -spesso- per la penuria di fondi di investimento (o anche presenza di investitori paurosi e ingordi) finiscono secondi nella competizione globale: morendo anzitempo o venendo depauperate dalla fuga dei talenti.
Ma questo non è un post vomita-acido. Al contrario voglio fare una semplice e -spero- concettualmente dirompente proposta per stimolare l’innovazione:”Pensiamo ad un futuro ibrido!”
Premessa: …giusto per inquadrare il problema
Se non lo sapete già o qualcuno vuole indorarvi la pillola, allora leggete queste righe: L’Italia informatica è morta. Quella delle Telco è in mano agli stranieri. Le varie Telecom/Alitalia etc. sono al collasso. Delle cose che si leggono sui giornali, tipo:”l’innovativa soluzione della Finsiel/Pirelli/Olivetti di turno” non ho mai visto traccia. Solo panzane!
La “rivoluzionaria” stampante che avrebbe dovuto rilanciare la Olivetti è in vendita al discount a 40 euro! Altri dieci anni così, e diventeremo un paesello di sole pizzerie! (se ancora i nostri pizzaioli sapranno competere con il pizzaiolo rigorosamente cinese o egiziano che cucinano già nei nostri ristoranti!)
Di contro, conosco molti giovani talenti. Pochi di loro sono stati assunti da quelle società che possono -in teoria- ricostituire il tessuto imprenditoriale italiano. Per loro, vale la pena di scrivere questo articolo. –
Benvenuti in Italia, il paese della separazione delle culture
Ricevo spesso email di persone con poca esperienza lavorativa che mi chiedono delle dritte. Giorni fa ho ricevuto l’email di un ragazzo che -in breve- diceva:”sono un ingegnere che ha deciso di fare un corso di master in design degli ambienti della comunicazione. Risultato? Adesso ho più difficoltà di prima a trovare lavoro perché la gente non capisce il mio percorso a metà tra ingegneria e design. Ho mandato 200 cv e sniba! poi ho visto che anche tu ti definisci un ibrido tra ingegneria e design e quindi scrivo a te per chiedere consiglio. A chi devo mandare il mio cv?”
Ebbene..
Lasciatemi dire che il problema che abbiamo dinanzi -quello descritto da questo ragazzo- è sintomo di qualcosa di grave. Si può -infatti- misurare come, una persona che ha una laurea in ingegneria (con 95/100) e un master con il massimo dei voti, abbia difficoltà ad essere riconosciuto come potenziale talento. Peggio se si considera che il giudizio è tale perchè sostanzialemte il suo master è in Design (quindi fuffa!) e non un MBA o simili. Così lo stupidario dei reclutatori si riempie di frasi di tipo:”qui non si saprebbe come sfruttare il suo profilo” o -magari- si vada di scimitarra definendolo un “indeciso” o peggio un “ingegnere pentito o fallito”.
Questo fatto va molto oltre la semplice penuria di opportunità. Supera la questione della morte dell’Italia informatica e punta dritto alla morte dell’Italia del design! Qui il punto è: l’incapacità cronica del sistema Italia di percepire il valore di un TALENTO IBRIDO.
Qualche giorno fa -in un altro post di questo stesso blog- accennavo al fatto che -da noi- il termine cultura è necessariamente associato a una interpretazione di tipo umanistico. Ma la “separazione delle culture” esiste anche in ambito tecnico e di business. Nel nostro paese è esasperata la suddivisione dei profili! Un malessere questo che viene da lontano: dalla specializzazione richiesta dall’era industriale. Un retaggio della catena di montaggio. Questo malessere è pervasivo e sta montando perché aggravato dalla massificazione della “Gestione delle Risorse Umane” vista come “match di profili con caselle vuote”.
Ho diversi amici che lavorano nelle HR, e loro non fanno mistero dell’approccio sistematico che hanno nello scegliere sempre e solo il profilo “a minore impatto”. A minore impatto non significa soltanto che è più rispondente al profilo professionale richiesto, ma anche che è più “culturalmente” simile al team nel cui andrà a collocarsi.
Questo approcci consente alle HR di non correre alcun rischio e di non venire giudicati! D’altro canto, in un mondo dove uno che mixa ingeneria e design viene percepito come “uno che non ha le idee chiare sul suo futuro”, non c’è da aspettarsi che quelli delle HR facciano i miracoli per imporne la candidatura.
Personalmente la vedo in modo diametralmente opposto: Consiglio a tutti di NON ASSUMERE persone che non siano significativamente differenti dal resto del team. La sovrapposizione “culturale e tecnica” deve essere solo parziale. Questo consentirà all’azienda di avere sempre/solo un parziale backup di skill specifiche (ma garantisce comunque gestione delle emergenze), ma allargherà la visuale e le capacità di tutti.
Ed in effetti, se ci riflettete un attimo, l’era industriale e la catena di montaggio sono già ampiamente “il nostro passato”, mentre i progetti in cui siamo coinvolti sono “complessi” e spesso richiedono in modo evidente delle competenze interdisciplinari.
Appena un progetto richiede un approccio interdisciplinare, emerge in tutta la sua evidenza il problema della leadership. Un umanista, così come un tecnico e -a sua volta- un profilo business, sono tutti e tre potenzialmente inadatti alla leadership di un progetto interdisciplinare. Quello che probabilmente serve è una figura ibrida, oppure una persona molto molto esperta e con un carattare particolarmente collaborativo (ma anche questo è un ibrido).
Il problema dell’esclusione dei profili ibridi dalle normali dinamiche di assunzione del personale e -secondo me- uno dei più gravi gap che un paese come l’Italia possa avere.
L’innovazione -di prodotto, processo o servizio che sia- non può nascere solo dal marketing o solo dalla tecnica. Molti dei casi di successo di cui potete leggere nelle cronache economiche targate USA, sono -al contrario- il risultato della collaborazione -o del remix- di attori e competenze che normalmente noi teniamo rigorosamente separati.
La monoculturaliltà dell’approccio italiano è figlia di tante cose: in alcuni casi deriva finanche delle forma mentis portata dal sindacato. Ma soprattutto è figlia di una impostazione aziendale dal modello troppo rigido. Tutti sanno che alcune figure come il direttore finanza sono irrinunciabili in azienda. Così come chiunque -in azienda- è pronto a vestire i panni di “avvocato del diavolo” e stroncare un’idea nascente quando è ancora aggredibile.
Al contrario, NON E’ chiaro ed evidente il modello organizzativo e neanche il tipo di figura retorica che può favorire l’innovazione.
E’ rarissimo sentir parlare di centri di eccellenza o di R&D o di manager che si occupano di innovazione, ma -quel che è peggio- è che spesso sono approcci sterili. I centri di eccellenza sono spesso alla periferia della vita economica e manageriale delle companies, oppure sono ritenuti un semplice lusso che ci si può permettere e che consente di avere qualche ritorno di comunciazione. I centri di R&D li hanno le corporation che -come spesso accade- hanno così tanta roba da dimenticarsene sino a quando non si trovano “costretti” a tagliare qualcosa. I “manager” che si occupano di innovazione sono spesso dei banali informativi che hanno sostituito la “i” di informatica con la “i” di innovazione. Ma dietro a questo cambio ci sono i vecchi approcci ERP ante-internet, i soliti parrucconi fermi al cobol e -in generale- poco che riesca ad uscire dal concetto di informatica come fine e non come mezzo.
Di contro, la mia proposta per un futuro ibrido è semplice, e si può riassumere in pochi punti:
1- Assumete secondo una diversità culturale, nazionale, razziale, religiosa, sociale, etc e costruite un ambiente che gli consenta a queste diversità di incontrarsi e dialogare
2- Gestite le vostre attività -anche quelle apparentemente routinarie- come PROGETTI. Affidateli a team interdisciplinari governati da figure IBRIDE.
3- Usate la parola chiave IBRIDO come una sorta di grimaldello da contrapporre a TECNICO o comunque monoculturale. L’ibrido sta monoculturale, come il motore ibrido di una Prius (auto elettrica + benzina verde) sta ad Euro zero (motore inquinante a benzina o gasolio).
Queste regolette sembrano così banali da essere inoffensive. Eppure, io ritengo, contengano il germe dell’innovazione. Se comincerete ad avere un approccio cross-culturale ed assumere figure ibride -soprattutto tra i manager- la vostra azienda NON saprà più tornare indietro.
I compartimenti stagni sarebbero visti come “mancanza di libertà” e di comunicazione. Il ritorno al passato sarebbe difficile. Le menti aperte comincerebbero a “sfidarsi” su terreni comuni, coinvolgendosi reciprocamente anziché barricarsi dietro alle “tecniche” ed alle “competenze”.
La cosa bella è che NON c’è una reale controindicazione a questa ricetta. Nessuno sta dicendo di assumere degli inetti che non hanno delle skill specifiche. Semmai si dice di non assume SOLO quelli. Inoltre, gestire persino la quotidianità come progetto ha enormi vantaggi. Motiva di più le persone e -se da un lato vi garantisce maggiore autonomia- finisce per accorciare organigramma e burocrazia (quindi costi) aziendali. Un deal win-win.
E per quanto riguarda il terzo punto, la “comunicazione di un messaggio semplice” e che ha un esempio parallelo in un settore di massa come l’auto, è virale anche in organizzazioni dove gran parte della forza lavoro è non particolarmente qualificata.
Tom Kelley (Ideo), in un libro che recensirò a breve, cita l’illuminante esempio della catena WHOLE FOOD. Dei supermercati bio, dove si respira una atmosfera davvero bella e si ha una percezione di qualità eccezionale. Vi sembrerà incredibile, ma non conosco un posto più invitante del WHOLE FOOD per fare la spesa. Eppure noi siamo la terra delle tradizioni, del cibo sano, delle COOP.
Anche perché -consentitemi di dirlo- non ha futuro un paese dove non trova lavoro il ragazzo dell’email che vi ho citato. Lui è un primo della classe. Un ibrido. Una indole curiosa.
Non dare una occasione a profili come il suo, significherà -pian piano- portare all’estinzione una razza tutta italiana e che in passato ci ha dato grandi onori. Quella cominciata da Leonardo da Vinci. Inafferrabile ibrido di tecnica, arte e tenacia.
Eppure, mentre in Italia a Leonardo dedichiamo (dedicavamo) le statue nelle piazze, per vederlo “in azione” dobbiamo ancora una volta andare negli States e comprare la “action figure” di Leonardo, che è venduta nei negozi di giocattoli e nei punti Discovery!
Pensate a che contributo pazzesco devono aver dato questi pupazzezzi alla notorietà di Leonardo tra i giovani ed alla immaginazione dei ragazzini! (invece del grande fratello, magari…)
D’altro canto, l’alternativa è chiara: meno innovazione significa meno opportunità, meno cervelli, meno ricchezza. Per tutti. Quindi… finiamola di prenderci sempre in giro con ciò che abbiamo costruito in passato, e -semplicemente- continueremo ad essere grandi.
Così, in un paese ideale dove gli ibridi hanno diritto di cittadinanza, forse anche io -vecchio ibrido con 12 anni di esperienza nell’innovazione -avrei maggiori speranze di arrivare alla pensione lavorando. :)
PER I LETTORI PIU’ EVOLUTI, una NOTA IMPORTANTE: La mia “ricetta degli ibridi” sta all’innovazione come i motori ibridi per auto stanno all’idrogeno. Non è la scelta definitiva che ci farà conquistare lo spazio, ma è una cosa che possiamo fare OGGI. Dovrebbero esserci SUBITO ibridi in tutte le aziende, dal consulente finanziario all’investitore; dal fabbricante di borse e scarpe alla fabbrichetta di componenti elettronici; dallo studio medico associato alla galleria d’arte. E -potete giurarci- non sono esempi casuali!
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ps. in questo post ho volutamente evitato tutte le citazioni “colte” su ibridazione nel neo-umanesimo, sul filone della complessità, etc etc. Molta gente sa parlarne meglio di me. Un link però voglio segnalarvelo.
- http://web.mit.edu/newsoffice/2006/communication-gap-1122.html
Il senso è: Dinanzi alla complessità e alla inevitabilità di questo fenomeno di “ibridazione” dei saperi, all’MIT non si pongono soltanto il problema di come far dialogare ingegneri e biologi ma i Professori si interrogano anche su come formare i giovani studenti, futuri biologi e futuri ingegneri.
D’altro canto, questo articolo che vi cito non sarà sfuggito agli attenti lettori di IDEARIUM.org. A scriverlo è stato GianAndrea Giacoma, lo stesso idearium-vip che -su SecondLife- sta inaugurando la stagione dei drink-link virtuali. ;)
…E -come dice un maestro degli ibridi- meditate gente, meditate.
Tags: arretratezza, crisi, disastrosa telecom italia, ibrido, Italia, talento
