Nov 21 2006
eCommerce al tempo del web 2.0
Ultimamente mi sono trovato spesso a discutere di cosa avesse senso oggi fare in ambito eCommerce, ovvero: quali le piattaforme, le strategie, gli asset che danno un vero vantaggio competitivo.
Il web2.0 -sin qui- pare non essere stato capace di generare quella killer-APP alla Flickr, che entra nel settore e cambia le regole del gioco. Proviamo a fare delle ipotesi sul “perché”.
Questo mio ragionamento parte dal punto di vista dell’utente, per cui, l’eCommerce è soprattutto: PRODOTTO, FIDUCIA, FACILITA’ D’USO. Ovvero, se trovo il prodotto giusto, se mi fido dell’offerta e della credibilità del negozio, e se non devo sbattermi troppo per fare l’acquisto, allora -per acquistare alcuni beni- posso usare un sito di eCommerce.
Se ora spostiamo la nostra attenzione dal cliente finale alle aziende italiane che fanno eCommerce, possiamo fare un’altra valutazione: provate a chiedere a chi vi sta intorno quali siti di eCommerce conosce. Se le cose stanno come io penso, vi indicheranno soprattutto siti di grande consumo e tipicamente vendor di elettronica. Questo ha un senso, perché sono prodotti di massa, hanno margine sufficiente, non sono deperibili, etc. Però, quello che avrebbe altrettanto senso, è una emersione -anche nell’ecommerce- di quell’Italia delle piccole e medie imprese, del prodotto artigianale e tipico. Quell’Italia della moda, del design, del gusto che l’intero Pianeta ci invidia. Quanto meno come prodotto in shop internazionali, ma l’ideale sarebbe in negozi elettronici nostrani.
Dal mio punto di vista, il fatto è che la tecnologia è così ingombrante nei tavoli dell’eCommerce, che il panico gela anche i più intraprendenti. Per cui, eccezione fatta per alcuni piccoli produttori che casualmente avevano le competenze interne (es. come questo amico di famiglia siciliano che vende olio negli Usa), e a parte alcuni (giusto una manciata) negozi di alta gamma (es. Peck, famosa gastronomia milanese), in pochi -rispetto alle potenzialità - hanno trovato la quadra per affrontare il mostro dell’ecommerce.
Parliamo adesso dello spauracchio di tutti gli ecommerce: magazzino e consegne.
L’Amazon europeo non esiste ancora, ma se qualcuno rischia di andarci vicino, questo è Pixmania.
Certo, a guardarne il solito catalogo di elettronica di consumo non sembrano dei mostri sacri, però se GUARDATE QUESTO VIDEO, ed i robot che girano nel magazzino… Come dicono loro:”la potenza della logistica”.
Dell’enormità dei magazzini di Amazon non esistono neanche dati certi, solo leggende. La più divertente recita -più o meno- così: Pensate che ad Amazon ci siano molti informatici che fanno il sito? Beh, se svuotassimo i nostri magazzini e li mettessimo a camminare bendati li dentro, raramente due di loro si incontrerebbero e -praticamente mai- potrebbero ritrovarsi in tre nello stesso metro quadro. :)
Dunque, eCommerce potrebbe essere letto come: Serve tanta potenza tecnologica e tanti soldi per la logistica, quindi le piccole e medie aziende semi-artigiane dello Stivale non possono farcela.
Entriamo ora nel mondo 2.0
Il Web2.0, con le sue applicazioni come luogo per la socialità , ma soprattutto con il concetto di mash-up, potrebbe spazzare via molta della VECCHIA TECNOLOGIA PESANTE che molti consulenti in giacca blu provano a vendere ingiro: tuttavia questo non è -ancora- successo. Non solo in Italia. Anche internazionalmente non ho visto grandi novità nell’ ecommerce che -come Kelly predice- vede sempre più Amazon ed eBay gestire gli acquisti dell’intero pianeta digitale.

Non è strano?
Molte aziende web 1.0 hanno ceduto il passo al loro equivalente 2.0! In due anni sono state praticamente spazzate via aziende come DoubleClick (Google AdSense), Ofoto (Flickr), Akamai (BitTorrent), Britannica Online (Wikipedia), etc. Nell’ecommerce non è accaduto niente di simile.
Eppure, il tipo di tecnologie con cui si può realizzare un ecommerce formato web2.0 richiedono certamente ingegno e mente giovane, ma sono “leggere”, anzi -quasi sempre- sono sbilanciate front-end.
Il fatto è che -se rapporto il discorso alla mia personale esperienza- nei tavoli in cui mi sono ritrovato a dibattere dell’ecommerce il prodotto è al centro, figuriamoci l’interfaccia.
Delle tre cose importanti per il cliente finale: PRODOTTO, FIDUCIA, FACILITA’ D’USO si parla pochissimo, e la ragione è: gli interlocutori sono troppo piegati sulla tecnologia per occuparsi d’altro.
Eppure, l’amico che vende olio negli Usa, lo fa da un semplice Yahoo Shopping!
Eppure, oggi posso pagare con PAYPAL o Google CHECKOUT e -notizia recente- posso fare sì che AMAZON si occupi di gestire la mia logistica nei SUOI MAGAZZINI!
Quest’ultima -secondo me- è la vera notizia che può scuotere il mondo dell’ecommerce. Non tanto perché mi attendo che tutti si precipitino ad usare Amazon, bensì perché Amazon sta dimostrando come far soldi dando i propri assett alla concorrenza!!!
date un occhio a:
- “Find it with Google. Buy it with Google Checkout”.
- Amazon apre i magazzini (come al solito le cose interessanti -in italiano- si leggono solo su INTERNAZIONALE… )
Certo, questo di usare i magazzini di Amazon è un pò il mash-up fisico più clamoroso che ci si potesse attendere. Altro che API… :)
Vi sembra ancora tutto scontato, adesso?
Io non direi. Soprattutto visto il grande rinnovo di aziende e di coolness che c’è stato passando dal web 1.0 al 2.0
Se così non fosse, dovreste ricordarvi di DoubleClick, Ofoto, Akamai, mp3.com, Britannica Online, e tanti altri che sono stati spazzati via da WikiPedia, Flickr, GoogleSense etc. - vedi O’Reilly - What is web 2.0
Il mio pensiero su questo tema è dunque: Ripartire dai PRODOTTI, concentrarsi sui CLIENTI, usare al massimo la spinta del WEB 2.0
Ma prima di gettarvi a capofitto nella realizzazione di un sito pazzesco che venda il pecorino della vostra contrada, mostrandone delle immagini 3D, facciamo altre due riflessioni:
1) Attenzione a trappole ed opportunità della “Virtual Economy”
2) Attenzione a non lanciarsi in esperimenti di interfaccia eCommerce troppo da geek
In merito alla Virtual economy….
Dedicherò presto un post alla Virtual Economy, ma quello che voglio dire subito è che esiste una economia REALE e FLORIDA che punta tutto e solo al mondo virtuale. C’è SecondLife con i suoi LindenDollars che diventano dollari americani veri. Ci sono tutti i player web che vendono solo asset digitali, quindi iTunes su tutti ma anche player atipici come BLISH. Infine, sempre in fatto di virtualizzazione, segnalo lo slittamento di servizi di call center da -impopolari batterie macina-umani- a luoghi dei sistemi automatici (assistenti virtuali). Quest’ultimo fenomeno è ancora di non facile individuazione, ma… fidatevi. :)
Mentre sulle interfacce troppo Geek…
Vi segnalo un sito da cui -direttamente- non comprerei nulla (lack di FIDUCIA), ma che sta davvero provandole tutte (le UI). Il loro claim è:

Su LIKE.com -infatti- potete fare browsing per shape (oggetti dalle caratteristiche fisiche -forma- simili), colore e pattern. Come vedrete da soli, a fronte di un modello concettuale molto “fisico”, talvolta diventa davvero complesso ottenere risultati prevedibili.
Infatti, alla base del motore -apparentemente- c’è più una semantica che una “intelligenza” simil-umana.
Dunque, trovare ciò che è simile appare più legato alla classificazione ed apparenza di prodotto, che non alla effettiva capacità di un sistema automatico di discernere il tondo bianco, dal quadrato nero.
Ma LIKE.com ha anche altre frecce al suo arco: funziona infatti anche come “aggregatore” di vendor diversi, dando la possibilità di scegliere ciò che volete acquistare anche sulla base del negozio di cui vi fidate. ;)

Insomma, una cosa è fare acquisti con la potenza del “drag’n drop” del prodotto nel carrello, altro è mettere in piedi troppi nuovi contemporanei modi di vedere la ricerca del prodotto giusto.
Anche qui, il difficile non è FARE, bensì determinare COSA HA SENSO FARE. Apprezzo molto gli sforzi tecnici di Like.com ma -forse- avere un buon interaction designer gli avrebbe fatti risparmiare un pò di denaro e -magari- li avrebbe anche resi più “credibili”.
CONCLUSIONI: Questo giro di riflessioni e di siti relativi all’ecommerce al tempo del web2.0 NON ha l’ambizione di risolvere i problemi di strategia di chi vuol fare commercio elettronico in Italia. Troppe le variabili per avere una regola generale.
Tuttavia, vorrei aver dato un piccolo contributo a coloro che sentono di dover e poter fare qualcosa e si sentono schiacciati dalla tecnologia. Gente che rappresenta aziende anche importanti e che -troppo spesso- viene messo all’angolo nei “famosi” tavoli dell’ecommerce che citavo all’inizio. Minacciato da un webserver, da una compatibilità , da un hosting, da un servizio per le transazioni sicure, e senza avere mai l’occasione di parlare di PRODOTTI, FIDUCIA, FACILITA’ D’USO. …ovvero -abilitatori a parte- le uniche cose che determineranno il successo del loro investimento.
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Leandro Agrò - 10+ anni di Design & Management
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