Dec 14 2005
Un diagramma per l’Interaction Design
In questo stravagante mondo dell’IxD, dove non si è ancora ben compreso quali siano le teorie di riferimento e se ha senso parlare di disciplina, Gillian Crampton ha tirato fuori un diagramma di posizionamento che confina l’Interaction Design. Siete curiosi di vedere dove sta?
Inaspettatamente mi sono ritrovato nella buca della posta un poster/magazine -eccone una foto- di 60 pagine (formato LaRepubblica) prodotto dall’Interaction Institute di Ivrea.
Dico inaspettatamente perché in molti abbiamo pensato che l’avventura di Ivrea fosse stata sepolta dopo la “fusione” con Domus Academy (vedi articolo su Idearium) e -infatti- ecco che a ben guardare i riferimenti sono “Interaction Institute” SENZA la parola Ivrea, che è praticamente sparita (indirizzo del web site a parte).
Detto subito che si tratta di poster complessivamente pregevole, nonché di uno sforzo editoriale importante, non passa inosservato questo disegno (unico senza precisa indicazione dell’autore) che non so bene se far risalire al gran Bill Moggridge di IDEO o -come credo- alla gentilissima Gillian Crampton dell’Interaction di Ivrea.
ecco il diagramma:

…diagramma interessante e che fa chiarezza sui confini delle diverse discipline. Bene.
Peccato che -personalmente- non credo per nulla a questo diagramma!
Posso dire che -secondo me- è pretestuoso costruire questa “separazione” usando un asse che distingue il design degli oggetti fisici da quello delle componenti digitali?
Posso dire che penso che questo diagramma serva SOLO a fare chiarezza sui confini delle discipline?
nota: davvero ci sono più aspetti di “graphic design” nel mondo fisico che in quello digitale”?…e dove sarebbe il confine? Se faccio web sono “interaction” e se faccio una brochure sono “graphic”? E’ davvero la “fisicità ” che crea questa differenza di competenze necessarie?
Accidenti, se andassimo su questa strada, un oggetto come il Knowledge Navigator non lo progetterebbe mai nessuno. Tutti presi a tracciare i limiti di invalicabilità delle proprie competenze come dovremmo essere seguendo schemi del genere!
E che dire dell’asse qualità tecniche vs. qualità umane?
Qualcuno mi ricorda una cosa NON prevede una componente umana piccola a piacere e val la pena di tenersi?
Mi chiedo: E’ proprio impossibile da accettare l’idea che la complessità che ci troviamo ad affrontare necessiti di un approccio a metà tra tecnica e umanesimo alla Leonardo? E’ così spaventoso parlare di neo-umanesimo?
Siete certi che la strada migliore per SOPRAVVIVERE nelle proprie professionalità sia quella di definire tutti questi confini difensivi e non di innovare profondamente le professionalità stesse?
E’ adeguatamente ponderato il mettere nella testa degli studenti un mondo fatto a fette, e colmo di diagrammi che spiegano la necessità e la distanza tra IA, UX, HCI, UCD, IxD etc etc?
Come la penso io?
Come uso dire: Il designer dell’interazione è chiamato a progettare soluzioni tecnologiche che conoscano e siano in grado di supportare/innovare sia comportamenti singoli che di relazione, rispettando i vincoli culturali e generali e agendo in modo quanto più trasparente/sostenibile/seducente possibile rispetto al contesto/spazio in cui l’interazione fisica/digitale si svolge.
Per me l’Interaction Designer è il designer che collega i vari aspetti del design (industriale, dei servizi, etc) con la tecnologia, i processi, etc. e continuo a preferire la definizione “Architetto della relazione mediata”.
Come dico ai miei studenti (persino ieri in TorVergata), l’Interaction Design ha 4 focus:
1- studio del contesto, degli utenti e delle relazioni che intercorrono tra loro (processi)
2- ideazione di un concept
3- realizzazione di fan-ta-sti-ci prototipi
4- valutazione dell’impatto (dall’ergonomia sino alla sostenibilità entropica)
Come si fa -se questi sono i focus- a normare i confini delle diverse competenze?
Ed in ogni caso, alla visione a blocchi di questo o quell’altro pezzo da 90 dell’Interaciton Design, preferisco la visione dello “sconosciuto” Aaron Oppenheimer (che non per caso ho coinvolto in ID&A) che parla di PRODUCT BEHAVIOUR DESIGN, e con questo intende la capacità di coordinare tutti le varie competenze che determinano i comportamenti del prodotto, rispetto ai suoi utilizzatori ed ai contesti nei quali viene a trovarsi. …detto da uno che vive da anni dentro ad una delle più fiche società del mondo nell’Industrial design, mi viene il sospetto che anche a lui dei dubbi sul diagramma in questione verrebbero e come.
…Non so se avrò ragione. Ma spero che John Thackara con il suo recentissimo “In the Bubble: designing in a complex world” finisca per cascare più vicino a me che non al diagramma di Ivrea (dove lui è stato subito parte dello Steering Committee).
infine…
tornando alla rivista….
Pagina 22 e 23 mostrano una foto a doppia pagina della sede di Ivrea dell’Interaction Institute. In questo caso i riferimenti sono totalmente centrati su Ivrea e -a leggere l’articolo- mai mi verrebbe in mente di dire che la scuola NON sta ad Ivrea. Mi chiedo: è cambiato tutto rispetto alle dichiarazioni della scuola …o si tratta semplicemente di pubblicità ingannevole?
Giusto per ricordarcelo tutti: In October 2005, IDI left Ivrea and moved to the new premises of Domus Academy in Via Watt in Milan, a recently opened location where the students of Interaction Ivrea will complete the second year of their Masters course in June 2006.
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Leandro Agrò - 10+ anni di Design & Management
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