Sep 12 2005
Le vie del Software sono finite!
Ho
già festeggiato da un pezzo i dieci anni di questa strana professione fatta
di tecnologie, di innovazione e di software, eppure da tempo penso che l’evoluzione
si sia fermata e questa nostra costruzione del futuro si stia annodando su
se stessa.
Colpa -forse- del mercato o del marketing, ma anche del
modo in cui stiamo realizzando il software.
In questa pagina
- Introduzione
- Brainframes per Programmatori
- Quando il capo è un Informatico
- Il disagio tecnologico quotidiano (Woz, Cooper, Joel)
- MAKERS! una via per uscire dal loop?
- Conclusioni
Introduzione
Pensate allo stereotipo di progammatore. Pensate
allo stereotipo di "consulente informatico". Pensate al prototipo
di super-consulente del 2000 incravattato; il cosidetto "uomo Accenture".
Pensate al body rental di massa e a tutte le microaziende che si ispirano
a questa logica "tecnologica". Ebbene, in tantissime situazioni
queste sono le figure professionali che stanno disegnando il nostro mondo!
Siamo proprio sicuri che possano fare da soli?
Altempo dell’informatica narrata da foto in bianco e nero, il programmatore era
un vero eroe: un costruttore di mondi. Scienza, creatività &
sudore erano le armi di questa pazzesca arte che ha ridisegnato il pianeta
sia nelle sue misure macroscopiche (le distanze) che nelle sue dimensioni più locali
(qualche vostra stanza di casa, o il vostro ufficio).
Di quell’arte io credo che oggi rimanga poco. Per i veri "costruttori
di mondi" sono tempi grami. Sono invece enormemente diffuse delle altre
faccie del prisma informatico, quelle degli adepti del cut/paste,
dei customizzatori di sw "infernali" (sap, vignette, peoplesoft, etc.), quelle degli
uomini grigi (o, al più, in gessato),
etc.
E’ pur vero che tra il neolaureato informatico con camicia
azzurrina o bianca stirata di fresco (l’orgoglio della mamma) che
lavora per una delle big-five (che oramai sono sempre meno big e non più
five) ed il creatore dei mondi dei videogiochi c’è ancora una bella
differenza, ma ci sono alcune leggi non scritte della creazione del software
che legano anche persone così potenzialmente diverse.
Così, quando
si parla di informatica è come se il pearsing di uno si incastrasse
nella cravatta dell’altro, e questo mare grande della gens-programmatica finisse
per annegare la sua biodiversità sull’altare
di alcuni annosi brainframes o di qualche calcolo di troppo.
Brainframes per Moderni
Programmatori
Un brainframe è una gabbia per la mente. Una sistema di vincoli (a volte
veri e a volte no) che noi stessi costruiamo attorno alle cose per semplificarcene
l’uso.
NOTA: De Kerckhove [1991] ha delineato in questo senso il concetto
di brainframe: il brainframe è sostanzialmente una struttura
cognitiva che viene ingenerata all’interno delle zone profonde della
cognizione dalle tecnologie dell’informazione e che “incornicia” il
modo di pensare dell’essere umano. Una sorta di atteggiamento ma
anche di “stile” di pensiero la cui
causa va ritrovata nell’azione delle tecnologie informative: esse
influenzano le nostre forme di elaborazione delle informazioni attraverso
l’uso
che fanno dei codici e dei linguaggi.
Quali sono i brainframes legati all’informatica?
Signore & signori sono davvero troppi per enumerarli. E comunque, se
ci provassi, probabilmente non terrei conto dei miei. :)
Quali sono i principali brainframes del programmatore?
Beh, qui già si può abbozzare un elenco. Ovviamente il primo
brainframes è che "la risposta stia dentro al PC",
ovvero: si tende a trascurare che una innovazione di processo o un sempllice
cambio di abitudini possa sconvolgere tutta l’impostazione di un software.
Si fanno così procedure computer-centriche
a cui gli esseri umani vanno assoggettati per amore dell’ "innovazione".
Insomma, SE il fare software è la cosa difficile, e SE l’informatica
è la risposta, allora è ovvio che coloro che di SW e di informatica
si occupano debbano avere la priorità nella vita aziendale.
Ecco creato il mostro! Perché tale è colui che pensa che la "complessità"
stia in una macchina prodotta dall’uomo e non nell’uomo che vi si siede dinanzi.
Se in questa vignetta vi siete riconosciuti o anche semplicemente vi ha fatto
ridere…
Aggiungetegli un sacco di cravatte, qualche lotta intestina
all’azienda, qualche carattere difficile (si può provare che i caratteri
più diffusi
tra gli informatici), e moltiplicatelo ora per l’egocentrismo della tecnica
sommato al brainframes della NECESSITA’ tecnologica
in cui vivono -sepolte
di paure- le aziende. Il risultato? Una situazione REALE che pare
la parodia di quel Dilbert! mondiale
dell’informatica in cui vivono molte aziende.
Signori programmatori & affini, vi farò una
rivelazione: LA RISPOSTA E’ FUORI DAL COMPUTER!
Ogni volta che la vostra routine non funziona; ogni volta che non sapete
come approcciare un problema tecnico specifico; ogni volta che state per
progettare qualcosa che altri dovranno usare e siste davanti ad un dubbio:
FERMATEVI ed OSSERVATE IL MONDO CHE VI CIRCONDA!
Voi progettare e realizzate software per gli esseri umani. Per vostra zia,
per i vostri figli, per l’amico un pò scemo ma tanto affettuoso, per
gli amici del calcetto, per vostro padre, per quello stronzo del vicino,
etc.
Non siete convinti? Dite che va bene continuare così come stiamo/state
facendo?
Il massimo della democratizzazione del software è windows?
Allora sentite anche cosa scrive l’ Amigista Paolo Pettinato:
"Non siamo quello che pensiamo
di essere. Non siamo quello che vogliamo essere. Siamo gli strumenti che
utilizziamo. E se usiamo Windows, esattamente cosa siamo?"
Se avete dubbi sul fatto che -in quanto esseri umani- noi siamo gli
artefatti che usiamo, allora vi serve leggere qualche libro di antropologia.
La vera complessità è nell’uomo e non nella macchina. Siamo noi il progetto
"divino" e non Word 12. Fidatevi. E’ così.
Quando il capo è un
informatico
Chi sono i CIO?
Nell’Italia regina dei trasformismi, i CIO sono soprattutto manager
oltre50 che hanno l’ERP nella dentro la testa inbiancata e decidono degli investimenti
in tecnologia delle principali aziende italiane.
Che c’è che non va in questo? Diverse cosuccie da nulla:
- non sono degli innovatori !(bensì dei follower)
- vengono troppo spesso "sedotti" attraverso mezzucci da parte delle
aziende da cui comprano software e hardware
- tipicamente hanno una parziale competenza della Rete. …beh, ad essere onesti
possiamo anche dire che la loro ultima competenza è stata il Cobol.
- quasi mai sono pronti a riconoscere i talenti interni. Da cui, il lro dubbio
amletico costante:"BUY
or MAKE"! …e devo ancora vedere un caso dove viene scelto -almeno consapevolmente-
il make.
E se proprio si ritrovano dal lato delle aziende che producono qualcosa, non
vedono l’ra di trasformarsi in improvvisati mostri della new-economy e quindi
PACCHETTIZZARE e VENDERE sotto forma di azienda, diritti etc ciò che producevano
sino ad un istante prima. …poco importa se a via di vendere non rimanga nulla
dell’azienda. basterà delocalizzare in Cina, diventare una azienda puramente
finanziaria o -al più- di servizi, etc etc… tanto loro la villa in campagna
(a quell’età non vanno più al mare) potranno comunque comprarsela.
Altri difetti? Si, uno ancora. Il peggiore trasformismo.
Ad una recente conferenza ho sentito dire che il Chief INFORMATION Officer
-ovvero il capo dell’informatica di una azienda- dovrebbe trasformarsi nel
Chief INNOVATION Officer, ovvero il referente aziendale per l’innovazione.
Insomma se Stanca -che l’irrispetoso Grillo definisce "ex magazziniere" dell’IBM-
che è -forse- un informatico fa il Ministro dell’Innovazione, allora
ogni CIO d’azienda deve essere il PROPRIETARIO DELL’INNOVAZIONE della sua azienda.
Beh, fatte salve tutte le eccezioni, e considerato tutto quanto sin qui esposto
a me questa sembra proprio la più INSANA delle soluzioni!
Ma dove nascono questi CIO?
In principo fu il direttore dell’ufficio dei computer, ovvero quel capo-tecnico
con problemi di socializzazione che sapeva far funzionare il programma di contabilità.
Poi le aziende si "modernizzarono" abbastanza
da rinominare il capotecnico CTO, ovvero sempre capo della tecnologia ma in
inglese. Infine, siccome la T non è una lettera fica (neanche negli
States), mentre la I si, con un veloce colpo di mano il CTO divenne CIO. Quest’ultima
NON è una
cosa indolore, ma una grande invenzione dello stesso marketing che
chiama l’apertura delle Insalatissime Riomare ISY-PEAL (storpiatura
di "easy" che hanno avuto il coraggio di proteggere con un Trademark). Infatti
il CIO -chief
INFORMATION officer- dovrebbe essere il guru dei processi nonché il
monarca assoluto dell’informazione e della conoscenza aziendale. Invece la
I di information -in Italia- si è confusa con la I di INFORMATICA e
poi -dato che l’ignoranza diffusa confonde l’informatica con l’innovazione-
ecco il colpo di mano finale, ed il CIO -ex direttore tecnico- diventa un innovatore
provetto.
Signori, il CIO più famoso d’Italia è Arrigo
Andreoni:super-boss
dell’impero Telecom/Pirelli. Amabile nonnino fermo all’informatica di
trenta anni fa. Ne un tecnico, ne un legale, ne un innovatore. Come lui stesso
si definisce "per governare l’IT non occorrono tanto
grandi competenze tecniche quanto capacità di relazione, percezione, visione
dei problemi e capacità di
valutare la durezza degli ostacoli per trovare il modo di superarli senza creare
conflitti." (vedi intervista
completa). Una descrizione che mi fa accapponare la pelle è che disegna
il perfetto profilo di un uomo d’azienda con tanti anni di fedele servizio.
Buon per lui, ma per l’Italia? Che ne è della maggiore potenza economica
italiana (telecom/pirelli) che la sua capacità di innovare dovesse davvero
dipendere dal CIO in questione?
Volete una prova? Cercate "Arrigo Andreoni" con iBoogie e guardate
il primo link
che emerge.
Nessuno è perfetto, ma se il primo link di un search engine dice male
di voi, allora è proprio una brutta giornata.
Dal mio modesto punto di vista di futuro disoccupato dell’informatica (almeno
se continuo a scrivere la verità come adesso): L’INNOVAZIONE è un
APPROCCIO che USA LA TECNOLOGIA come strumento, ed ha il conseguimento di
una STRATEGIA come fine. Se il principale
brainframe dell’informatico è quello di rimanere costretti ai limiti
della tecnologia e pensare che la risposta sia dentro al PC, allora come
si può essere un innovatore?!
D’altro canto, per avere subito idea dell’errore di base del ruolo che i
CIO vorrebbero ricoprire, e capire da dove parte l’inganno, è sufficiente
leggere bene questa pagina che mostra chi sono gli SPONSOR, chi gli ORGANIZZATORI
e chi il PUBBLICO del mondo
delle conferenze per IT manager. Non devo spiegarvi
nulla!
Ma lasciamo perdere i vecchietti "informatici" al potere, tanto
anche i manager NON informatici (ma che governano l’IT) spesso la dicono
grossa…
Se state pensando che il problema dei manager dell’Informatica
sia "essere dei tecnici" allora vi smentisco subito. Il problema è
la gestione stessa dell’informatica. Spesso ben oltre i confini di
un background puramente tecnico e non di gestione. Ad esempio…
In
una recente intervista De
Benedetti dice:"ho salvato la Olivetti da morte certa,
trasformandola in una società telefonica!". E’ vero! Però lo
stesso De Benedetti nella stessa intervista dice:"Se lei comprava
la Apple cinque anni fa la pagava dieci dollari perché sembrava che
stesse malissimo, poi ha tirato fuori l’I-pod ed è diventata
oggi un’azienda
che vale settanta dollari".
Ergo, PERCHE’ anziché buttare al mare quella che una volta era
la seconda azienda al mondo nell’industria dei personal computer (o la seconda
società di
software d’Europa, la Finsiel) non ci siamo inventati noi l’iPod?
Che forse non
sapevamo anche noi italiani cosa fossero gli MP3?
O forse è perché noi
italiano non siamo bravi nel design industriale e quindi un oggetto come
l’iPod non potevamo progettarlo?
nota: gli Mp3 si devono all’invenzione dell’italianissimo Leonardo
Chiariglione,
recensito da Scientific
American ed il cui profilo è stato inserito da TIME
Digital tra i 50 personaggi che stanno dando forma al nostro tempo. Sulla
radice italiana del design moderno è inutile spendere parole. Siamo tra i
leader al mondo e lo sanno anche le pietre.
Insomma, non necessariamente si deve essere un ex-tecnico-cobol per fare
dei disastri nell’Innovation Technology. Ci può riuscire anche un manager di
"razza".
Manager a Shangai!
Ma il paradosso dell’italiaca visione dell’informatica NON ha confini!
Di recente
un mio amico -che è tra
i fondatori storici di una delle massime aziende di ICT italiane- mi ha detto
che avrebbero aperto una sede a Shangai. La cosa mi ha fatto
molto piacere, perché ha
il sapore delle iniziative forti ed internazionali.
Qualche momento dopo -pur rimanendo prevalente in me la sensazione
positiva- mi sono domandato: ma se questa azienda NON produce alcun
software, ma "customizza" i
soliti Vignette, ATG Dynamo, WebSphere, e gli altri… esattamente cosa vende
ai cinesi? La competenza nel mercato specifico? La "cultura" della
webizzazione all’italiana? Il sapere come si approcciano i problemi dell’ICT?
Ora, io spero di tutto cuore che questa iniziativa cinese vada a buon fine,
ma se fossi cinese ci penserei due volte prima di comprare body-rental e
customizzazioni di software americani da una azienda italiana.
Cosa voglio dire con questo?
Che mentre i manager italiani veramente tosti sono tutti finiti
in aziende internazionali, gli ex-direttori dell’informatica Italiana
le proviamo tutte ma non mollano le poltrone. Body rental, pacchettizzazione,
consulenza, sbarchi in Cina… Tutto pur di NON dover provare a fare
noi per primi qualcosa di nuovo, di unico, di originale
Il disagio tecnologico
quotidiano
Sapete qual’è uno dei libri meno letti dagli informatici e più letti
da tutti gli altri?
Quello in cui Alan Cooper -inventore del Visual Basic "pentito" (e
tornato alla progettazione) ha scritto sul mondo del software e le sue leggi
interne. Ecco cosa se ne trae (dall’editoriale di presentazione del suo libro):
"Se Alan Cooper fosse stato presente al famoso corteo dell’imperatore
attraverso la città , sarebbe stato il primo a urlare che l’imperatore
era nudo, poi si sarebbe messo a far vedere a tutti come realizzare indumenti
che fossero attraenti, economici e piacevoli da indossare. In questo libro
Cooper lancia una sfida all’industria del software a tutti i livelli - da chi
scrive il codice ai grandi manager - dimostrando il fallimento del software di
oggi e indicando la strada verso pratiche di progettazione che possono fare la
differenza".
- qui trovate il
libro, mentre se volete sapete cosa
fa Cooper oggi…
Cooper è una
eccezione?
Certo che No. Sentite cosa ha dichiarato Steve
Wozniak, padre del macintosh:"Siamo oltre
lo stadio in cui la spinta delle aziende era l’innovazione. È come se
a questa gente la qualità non importasse più. Tanto venderanno
sempre, qualità o
no". E della Apple -per molti la migliore software house del pianeta-
Wozniak ha detto: "Cerca di essere leader in nuove tecnologie, ed è una
cosa in cui sono bravi. Ma molto software non ha seguito molte regole
che dovrebbero essere ovvie".
Se pensate che Woz & Cooper siano un pezzo del passato. Allora vi propongo
un "emergente" che non vuole saperne di stare dentro gli schemi:"Joel
Spolsky".
Se il nome non vi dice nulla, potete dare un occhio a questo libro (in
italiano) e al sito della sua FogCreek.
…ma soprattutto date un occhio al suo blog JoelOnSoftware, ovvero lo spazio da
cui hanno preso vita i suoi libri.
Quello che mi piace di Joel, è che lui parte da un punto di vista spesso opposto
a quello di persone come Pettinato. Joel è fermamente convinto
che la Microsoft sia un posto meraviglioso (per i programmatori) e che spesso i programmatori
abbiano sacrosante ragioni nel fare certe scelte. Persino quando decidono di
NON risolvere un BUG perché è antieconomico.
Adesso, descritto superficialmente Joel, possiamo andare a vedere quali sono
le idee ed i consigli che lui da ai programmatori in merito alla PROGETTAZIONE
DELLE INTERFACCE.
Qui trovate un vero e proprio libro scritto da Joel sulla "progettazione
delle interfacce per programmatori", libro che è integralmente pubblicato
sul web ma che è anche in
vendita su Amazon.
Cosa
dice Joel nel suo breviario di User Interface design for programmers?
Dice cose "banali". Parla del design delle interfacce con la stessa
superficialità con cui io potrei parlare della programmazione in ambiente WIN32.
Cose che è io pensavo fosse inimmaginabile che un programmatore non sappesse
già. Cose che trovereste in qualunque manuale di linee guida per la progettazione
delle interfacce prodotte da Apple, IBM, Microsoft ed altri. E allora? Il problema
è forse Joel?
No. Il problema è che per quanto semplici siano le regole
di User Experience che voi possiate pensare di dare ad un programmatore, spesso
(per fortuna non sempre) parlate con qualcuno che non si era MAI posto il problema
prima. Questo
perché ha sempre percepito il suo compito come essenzialmente rivolto
alle macchine (che è la cosa che comporta loro la "sfida" che li eccita) e
che ha sempre pensato che la risposta fosse dentro al computer.
Al programmatore -in generale- non interessa il fatto che lui sta COSTRUENDO
UN PEZZO DEL MONDO CHE CI CIRCONDA, gli interessa "vincere" la
sua sfida con il computer.
Il fatto è che la nostra mente trascorre negli "edifici
software" che stiamo costruendo almeno tanto tempo quanto il nostro corpo trascorre
negli edifici fisici che l’architettura ci ha donato.
E per quanto anche sugli architetti (così
come sui designer che è la categoria a cui io mi ascrivo) ci sarebbe molto
da dire, è chiaro che l’ARCHITETTURA in sé è forse l’espressione più grande
dell’arte umana.
L’architettura -nel corso dei millenni- ci ha consentito di costruire non solo
palazzi, ma culture e con esse di edificare l’uomo stesso.
Il che ci riporta al fatto che i programmatori dovrebbero essere consapevoli
delle loro responsabilità e non comportarsi come un muratore della brianza che
sta facendo il bagno di un qualunque singolo cittadino di Agrate.
Ora,
mi è chiaro che questa generalizzazione appena scritta possa scontentare
parecchie persone. Ma dopo oltre dieci anni di professione sarei tanto "politicamente
corretto" quanto IPOCRITA, se non dicessi che questa è l’unica
vera testimonianza che io possa dare. Mi spiace. Mi spiace esattamente come
era dispiaciuto Beppe
Grillo nello "sputtanare" Bertinotti perchè
NON SAPEVA COME E’ SCRITTO WWW. Non
è sputtanare. E’ dire la verità di cui si è testimone.
Certamente una parte del tutto. Ma la parte che si è vista. …e non
è che il problema sia solo di Bertinotti, soltanto che lui -da non ipocrita-
almeno rende "visibile" la sua ignoranza.
Io ho vissuto esperienze davvero particolari. Mi è capitato di sentirmi dire
da luminari accademici che "io sono un mal di testa per questo Paese". …cosa
che considerato il Paese io ho sentito come un grande complimento, ma che
avrebbe demolito lo spirito di tanti altri.
Così come mi è capitato di sentirmi dire da un docente di informatica conosciuto
all’Università di
Milano:"mi
piace lavorare con te perché finalmente posso vedere a cosa serve quello
che faccio io"!!!
Questa "rivelazione" può sembrare eccessiva, ed ha comportato
in me un misto di emozioni tra lo sgomento e l’eccitazione per il grande complimento
ricevuto. Ma poi ho pensato cheil "merito" non fosse da ascrivere a me, bensì alla
disciplina dell’ Interaction
Design.
MAKErs: una via per uscire
dal Loop?
I makers sono tutti questi personaggi che stanno cominciando
a rovistare tra le tecnologie che già abbiamo per vedere se MIXANDOLE tra loro, possa nascerne
qualcuna nuova. La fondazione di questo approccio va certamente attribuita
a tutti questi inventori sciolti che per loro diletto hanno cominciato ad hackerare
gli hardware che avevano sottomano, ma il momento della "nascita mediatica"
è da ascrivere all’exploit avuto alla recente Conferenza
di San Diego sulle Tecnologie Emergenti nonché al lancio
della nuova bibbia-hacker:MAKE.
Da allora i makers si danno appuntamento mensile per stupirci attraverso le
pagine della "loro" rivista, e tra un numero e l’altro postano immagini
delle loro realizzazioni nella loro area "cooperativa".
Una via per uscire dal Loop?
Ogni programma software che usiamo oggi è composto da milioni e milioni
di righe di codice. Nessuno sembra più poter fare a meno della funzionalità per
accendere il frullatore su Word, o per scrivere un testo identato su Photoshop,
ed ecco dunque che nessuno può permettersi di riscrivere da zero un programma
in tutte le sue parti.
…ed anche se fosse fattibile non converrebbe!
Alla Microsoft hanno sviluppato un sistema operativo alternativo a Windows
che si chiama TESLA. Io l’ho visto alla Conferenza sulle Tecnologie emergenti
a San Diego e sembrava -a vederlo- più fico di NT. Qual’è il
problema?
Che neanche la Microsoft può permettersi di "fare concorrenza" a
Windows sia per ragioni pratiche che per ragioni economiche. Dunque TESLA non
vedrà mai
la luce se non come layer sovrapponibile a XP! Altro che tecnologia emergente!
Sull’altro fronte…
chi si sognerebbe di dire che SAP è intrensicamente incapace di fornire
un supporto per cui si possano produrre interfacce utente davvero usabili?
E i call-center? Solo un pazzo andrebbe ingiro dicendo che la maggior parte dei
software di gestione CRM sembrano progettati da una gatta in calore.
Il Knowledge Management? Chi sosterrebbe in pubblico che NON HA SENSO se non
hai un accesso pervasivo alla base di conoscenze e che devi essere in azienda
collegato dal tuo PC, allora già vale la metà.
Quindi: se il codice dei nostri Sistemi Operativi NON si può riscrivere
da zero (o non ha senso farlo) e le interfacce dei super-programmi che tengono
in pieni le nostre economia non sono criticabili, allora NON C’E’ VIA DI USCITA,
giusto?
Dobbiamo continuare ad avere G5 biprocessori 200.000mila volte più potenti
dell’APPLE I per fare più o meno le stesse cose del 1980, giusto?
Perché i MAKERS mi fanno sperare qualcosa di buono?
Perché ho visto la Legge di Murphy (chi sa fare, fa. chi non sa fare,
insegna. chi non sa insegnare, dirige.) vincere troppe volte in questo mondo
dell’italica innovazione. Perché tra chi critica i "modi",
chi "i contenuti", chi
"le interfacce", chi "il design", chi "la validità del
business", ci siamo
legati mani e piedi ed ora -nelle aziende- TUTTI (quasi tutti) HANNO SEMPLICEMENTE
SMESSO DI SPERIMENTARE.
La sperimentazione fine a se stesa viene vista quasi come un lusso "ludico"
che le "persone serie" non possono consentirsi. Le aziende NON vogliono che
la gente "perda" tempo a SCOPRIRE, CONOSCERE, TENTARE nuove vie. Mentre al
contrario si comprende benissimo che bisogna ACQUISTARE software, installare
framework, customizzare applicazioni ed interfacce, cablare processi… Tutto
questo senza che nessuno si prenda mai la briga neanche di installare un misero
MovableType e vedere SE può contribuire a risolvere qualche problema o anche
se -semplicemente- funziona davvero!
Ed aldilà della facile polemica…
L’ìnformatica ci sta estromettendo
sempre di più dal FARE e dal PENSARE.
Benvenuti dunque coloro che scalano questa montagna di balle o fanno breccia
nei muri di software. Benvenuti coloro che vogliono VEDERE con i loro occhi
COME FUNZIONA ciò che c’è dentro al proprio PC e -magari- persino dentro al
proprio aspirapolvere!
Tutto questo essendo consapevoli che molte iniziative saranno UN
INVESTIMENTO DI TEMPO diretto all’acquisizione di sempre maggiore conoscenza
e -direi soprattutto- consapevolezza. …e trovando piacere nel farlo.
Io "amo" i Makers, perché dalle loro iniziative strampalate
(talvolta intollerabili) nascono idee originali, mentre dall’installazione
e customizzazione di Vignette, certamente NO.
Io spero che le scuole di Interaction, come quelle di informatica formino
una nuova generazione di makers. Io spero che si recuperi -almeno in parte-
quella passione e quell’etica da costruttori di mondi pienamente coinvolti
nella "rivoluzione" di questo pianeta. E tutto questo non soltanto
per motivi
"romantici" ma perché -banalmente- un operativo italiano costerà sempre
di più di un "operativo" preso da un qualche Sud del mondo.
E restare completamente fuori dall’ITC mondiale non è una cosa che un
Paese moderno può permettersi.
Conclusioni
Guidata da fantastici
transformers chiamati CIO, l’Italia sta diventando un paese dove non si scrive
più codice
originale e non si inventa più nulla.
Il regola buona per ogni stagione è: Acquistare meglio (riduzione
dei costi), acquistare tutto (depauperamento delle competenze interne)!
…diventando sempre più servi
in attesa del diluvio
digitale (nda. grazie Babele).
Volete un esempio di quello che significa fare
innovazione in Italia oggi? Pensate al nostro caro ministro Stanca e -magari-
fate un pensierino anche a quanti contratti ha fatto la IBM ex dotare di lavoro
del nostro Ministro. Parliamo di cifre da centinaia di milioni di euro in una
sola legislatura (quasi 50 milioni solo per il portale Italia.it di cui nessuno
ha sin qui sentito parlare). …Io mi chiedo se la "storia" ascriverà questo
record come prova di "velocità dell’innovatore Stanca" o come
GRANDEZZA di un ministro facilitatore che ha portato una NAZIONE a
fare shopping al negozietto dell’IBM.
Ma d’altro canto questo Ministro -che ricordo a tutti era candidato sia della
destra che della sinistra- è il capolavoro dell’outplacement di IBM (nota: Si
parla di outplacement quando parte del personale
viene aiutato a trovare un’altra posizione al di fuori dell’azienda).
Certo persino
Stanca ha dei meriti, ad esempio ha introdotto la nobile legge sull’accessibilità (strappandola
ai suoi autori originali Campa & Palmieri); Legge che ha ingenerato un business
del tutto artificioso e che regolamenta in modo strampalato quello che -questo
sì-
dovrebbe essere un inalienabile diritto dei cittadini disabili.
Ebbene, aldilà delle facili critiche, io non voglio crocifiggere Stanca
o altri. E’ proprio l’idea dell’Informatico al governo che
è un dramma.
Io prego che si smonti sul nascere questo assioma per cui
il moderno programmatore da cut/paste è padrone
della sua applicazione ed il manager-informatico del make/buy è il
padrone dell’innovazione. Questo comporta infatti degli sbilanciamenti di
potere che -di fatto- peggiorano il nostro mondo. Perché -in entrambe
i casi- le macchine sono al centro del pensiero e dell’attenzione di questi
personaggi, e le persone sono SOLTANTO i DESTINATARI ULTIMI del lavoro.
E’ ovvio che si debba poter sperare di rompere questo incantesimo. E’ ovvio
che si debba desiderare di essere parte di un Paese che torna ad innovare.
E’ ovvio che si debba ritenere che il popolo di inventori e naviganti possa
dire la sua anche nell’era di Internet. Dico quindi a tutti i makers nascosti
in scantinati o semi-strozzati dalle cravatte: diamoci da fare, con coraggio
e consapevolezza. Se abbiamo fortuna il resto verrà da se.
No responses yet


Leandro Agrò - 10+ anni di Design & Management
(short