Sep 12 2005

    Le vie del Software sono finite!

    Posted at 8:34 am under apple, makers, CIO, Cooper, Spolsky, Wozniac, brainframes

    Un mac alla guida di un supercomputer CRAYHo
    già festeggiato da un pezzo i dieci anni di questa strana professione fatta
    di tecnologie, di innovazione e di software, eppure da tempo penso che l’evoluzione
    si sia fermata e questa nostra costruzione del futuro si stia annodando su
    se stessa.
    Colpa -forse- del mercato o del marketing, ma anche del
    modo in cui stiamo realizzando il software.

    In questa pagina

    - Introduzione

    - Brainframes per Programmatori
    - Quando il capo è un Informatico
    - Il disagio tecnologico quotidiano (Woz, Cooper, Joel)
    - MAKERS! una via per uscire dal loop?
    - Conclusioni



    Introduzione
    Pensate allo stereotipo di progammatore. Pensate
    allo stereotipo di "consulente informatico". Pensate al prototipo
    di super-consulente del 2000 incravattato; il cosidetto "uomo Accenture".
    Pensate al body rental di massa e a tutte le microaziende che si ispirano
    a questa logica "tecnologica". Ebbene, in tantissime situazioni
    queste sono le figure professionali che stanno disegnando il nostro mondo!
    Siamo proprio sicuri che possano fare da soli?

    Steve Wozniack & Steven Jobs costruiscono APPLE IAl
    tempo dell’informatica narrata da foto in bianco e nero, il programmatore era
    un vero eroe: un costruttore di mondi. Scienza, creatività &
    sudore erano le armi di questa pazzesca arte che ha ridisegnato il pianeta
    sia nelle sue misure macroscopiche (le distanze) che nelle sue dimensioni più locali
    (qualche vostra stanza di casa, o il vostro ufficio).

    Di quell’arte io credo che oggi rimanga poco. Per i veri "costruttori
    di mondi" sono tempi grami. Sono invece enormemente diffuse delle altre
    faccie del prisma informatico, quelle degli adepti del cut/paste,
    dei customizzatori di sw "infernali" (sap, vignette, peoplesoft, etc.), quelle degli
    uomini grigi (o, al più, in gessato),
    etc.

    E’ pur vero che tra il neolaureato informatico con camicia
    azzurrina o bianca stirata di fresco (l’orgoglio della mamma) che
    lavora per una delle big-five (che oramai sono sempre meno big e non più
    five) ed il creatore dei mondi dei videogiochi c’è ancora una bella
    differenza, ma ci sono alcune leggi non scritte della creazione del software
    che legano anche persone così potenzialmente diverse.
    Così, quando
    si parla di informatica è come se il pearsing di uno si incastrasse
    nella cravatta dell’altro, e questo mare grande della gens-programmatica finisse
    per annegare la sua biodiversità sull’altare
    di alcuni annosi brainframes o di qualche calcolo di troppo.

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    Brainframes per Moderni
    Programmatori

    Un brainframe è una gabbia per la mente. Una sistema di vincoli (a volte
    veri e a volte no) che noi stessi costruiamo attorno alle cose per semplificarcene
    l’uso.

    NOTA: De Kerckhove [1991] ha delineato in questo senso il concetto
    di brainframe: il brainframe è sostanzialmente una struttura
    cognitiva che viene ingenerata all’interno delle zone profonde della
    cognizione dalle tecnologie dell’informazione e che “incornicia” il
    modo di pensare dell’essere umano. Una sorta di atteggiamento ma
    anche di “stile” di pensiero la cui
    causa va ritrovata nell’azione delle tecnologie informative: esse
    influenzano le nostre forme di elaborazione delle informazioni attraverso
    l’uso
    che fanno dei codici e dei linguaggi.

    Quali sono i brainframes legati all’informatica?
    Signore & signori sono davvero troppi per enumerarli. E comunque, se
    ci provassi, probabilmente non terrei conto dei miei. :)

    Quali sono i principali brainframes del programmatore?
    Beh, qui già si può abbozzare un elenco. Ovviamente il primo
    brainframes è che "la risposta stia dentro al PC",
    ovvero: si tende a trascurare che una innovazione di processo o un sempllice
    cambio di abitudini possa sconvolgere tutta l’impostazione di un software.
    Si fanno così procedure computer-centriche
    a cui gli esseri umani vanno assoggettati per amore dell’ "innovazione".

    Insomma, SE il fare software è la cosa difficile, e SE l’informatica
    è la risposta, allora è ovvio che coloro che di SW e di informatica
    si occupano debbano avere la priorità nella vita aziendale.
    Ecco creato il mostro! Perché tale è colui che pensa che la "complessità"
    stia in una macchina prodotta dall’uomo e non nell’uomo che vi si siede dinanzi.

    fonte:  http://www.robotics.technion.ac.il/people/Nabil/

    Se in questa vignetta vi siete riconosciuti o anche semplicemente vi ha fatto
    ridere…
    Aggiungetegli un sacco di cravatte, qualche lotta intestina
    all’azienda, qualche carattere difficile (si può provare che i caratteri
    più diffusi
    tra gli informatici), e moltiplicatelo ora per l’egocentrismo della tecnica
    sommato al brainframes della NECESSITA’ tecnologica
    in cui vivono -sepolte
    di paure- le aziende.
    Il risultato? Una situazione REALE che pare
    la parodia di quel Dilbert! mondiale
    dell’informatica in cui vivono molte aziende.

    Signori programmatori & affini, vi farò una
    rivelazione: LA RISPOSTA E’ FUORI DAL COMPUTER!

    Ogni volta che la vostra routine non funziona; ogni volta che non sapete
    come approcciare un problema tecnico specifico; ogni volta che state per
    progettare qualcosa che altri dovranno usare e siste davanti ad un dubbio:
    FERMATEVI ed OSSERVATE IL MONDO CHE VI CIRCONDA!
    Voi progettare e realizzate software per gli esseri umani. Per vostra zia,
    per i vostri figli, per l’amico un pò scemo ma tanto affettuoso, per
    gli amici del calcetto, per vostro padre, per quello stronzo del vicino,
    etc.

    Non siete convinti? Dite che va bene continuare così come stiamo/state
    facendo?
    Il massimo della democratizzazione del software è windows?

    Allora sentite anche cosa scrive l’ Amigista Paolo Pettinato:
    "Non siamo quello che pensiamo
    di essere. Non siamo quello che vogliamo essere. Siamo gli strumenti che
    utilizziamo.
    E se usiamo Windows, esattamente cosa siamo?"

    Se avete dubbi sul fatto che -in quanto esseri umani- noi siamo gli
    artefatti che usiamo, allora vi serve leggere qualche libro di antropologia.
    La vera complessità è nell’uomo e non nella macchina. Siamo noi il progetto
    "divino" e non Word 12. Fidatevi. E’ così.

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    Quando il capo è un
    informatico

    Chi sono i CIO?
    Nell’Italia regina dei trasformismi, i CIO sono soprattutto manager
    oltre50 che hanno l’ERP nella dentro la testa inbiancata e decidono degli investimenti
    in tecnologia delle principali aziende italiane.
    Che c’è che non va in questo? Diverse cosuccie da nulla:
    - non sono degli innovatori !(bensì dei follower)
    - vengono troppo spesso "sedotti" attraverso mezzucci da parte delle
    aziende da cui comprano software e hardware
    - tipicamente hanno una parziale competenza della Rete. …beh, ad essere onesti
    possiamo anche dire che la loro ultima competenza è stata il Cobol.
    - quasi mai sono pronti a riconoscere i talenti interni. Da cui, il lro dubbio
    amletico costante:"BUY
    or MAKE"! …e devo ancora vedere un caso dove viene scelto -almeno consapevolmente-
    il make.

    E se proprio si ritrovano dal lato delle aziende che producono qualcosa, non
    vedono l’ra di trasformarsi in improvvisati mostri della new-economy e quindi
    PACCHETTIZZARE e VENDERE sotto forma di azienda, diritti etc ciò che producevano
    sino ad un istante prima. …poco importa se a via di vendere non rimanga nulla
    dell’azienda. basterà delocalizzare in Cina, diventare una azienda puramente
    finanziaria o -al più- di servizi, etc etc… tanto loro la villa in campagna
    (a quell’età non vanno più al mare) potranno comunque comprarsela.

    Altri difetti? Si, uno ancora. Il peggiore trasformismo.

    Ad una recente conferenza ho sentito dire che il Chief INFORMATION Officer
    -ovvero il capo dell’informatica di una azienda- dovrebbe trasformarsi nel
    Chief INNOVATION Officer, ovvero il referente aziendale per l’innovazione.
    Insomma se Stanca -che l’irrispetoso Grillo definisce "ex magazziniere" dell’IBM-
    che è -forse- un informatico fa il Ministro dell’Innovazione, allora
    ogni CIO d’azienda deve essere il PROPRIETARIO DELL’INNOVAZIONE della sua azienda.
    Beh, fatte salve tutte le eccezioni, e considerato tutto quanto sin qui esposto
    a me questa sembra proprio la più INSANA delle soluzioni!

    Ma dove nascono questi CIO?
    In principo fu il direttore dell’ufficio dei computer, ovvero quel capo-tecnico
    con problemi di socializzazione che sapeva far funzionare il programma di contabilità.
    Poi le aziende si "modernizzarono" abbastanza
    da rinominare il capotecnico CTO, ovvero sempre capo della tecnologia ma in
    inglese. Infine, siccome la T non è una lettera fica (neanche negli
    States), mentre la I si, con un veloce colpo di mano il CTO divenne CIO. Quest’ultima
    NON è una
    cosa indolore, ma una grande invenzione dello stesso marketing che
    chiama l’apertura delle Insalatissime Riomare ISY-PEAL (storpiatura
    di "easy" che hanno avuto il coraggio di proteggere con un Trademark). Infatti
    il CIO -chief
    INFORMATION officer
    - dovrebbe essere il guru dei processi nonché il
    monarca assoluto dell’informazione e della conoscenza aziendale. Invece la
    I di information -in Italia- si è confusa con la I di INFORMATICA e
    poi -dato che l’ignoranza diffusa confonde l’informatica con l’innovazione-
    ecco il colpo di mano finale, ed il CIO -ex direttore tecnico- diventa un innovatore
    provetto.

    Signori, il CIO più famoso d’Italia è Arrigo
    Andreoni
    :super-boss
    dell’impero Telecom/Pirelli. Amabile nonnino fermo all’informatica di
    trenta anni fa. Ne un tecnico, ne un legale, ne un innovatore. Come lui stesso
    si definisce "per governare l’IT non occorrono tanto
    grandi competenze tecniche quanto capacità di relazione, percezione, visione
    dei problemi e capacità di
    valutare la durezza degli ostacoli per trovare il modo di superarli senza creare
    conflitti.
    " (vedi intervista
    completa
    ). Una descrizione che mi fa accapponare la pelle è che disegna
    il perfetto profilo di un uomo d’azienda con tanti anni di fedele servizio.
    Buon per lui, ma per l’Italia? Che ne è della maggiore potenza economica
    italiana (telecom/pirelli) che la sua capacità di innovare dovesse davvero
    dipendere dal CIO in questione?
    Volete una prova? Cercate "Arrigo Andreoni" con iBoogie e guardate
    il primo link
    che emerge
    .
    Nessuno è perfetto, ma se il primo link di un search engine dice male
    di voi, allora è proprio una brutta giornata.

    Dal mio modesto punto di vista di futuro disoccupato dell’informatica (almeno
    se continuo a scrivere la verità come adesso): L’INNOVAZIONE è un
    APPROCCIO che USA LA TECNOLOGIA come strumento, ed ha il conseguimento di
    una STRATEGIA come fine.
    Se il principale
    brainframe dell’informatico è quello di rimanere costretti ai limiti
    della tecnologia e pensare che la risposta sia dentro al PC, allora come
    si può essere un innovatore?!

    D’altro canto, per avere subito idea dell’errore di base del ruolo che i
    CIO vorrebbero ricoprire, e capire da dove parte l’inganno, è sufficiente
    leggere bene questa pagina che mostra chi sono gli SPONSOR, chi gli ORGANIZZATORI
    e chi il PUBBLICO del mondo
    delle conferenze per IT manager
    . Non devo spiegarvi
    nulla!

    Ma lasciamo perdere i vecchietti "informatici" al potere, tanto
    anche i manager NON informatici (ma che governano l’IT) spesso la dicono
    grossa…
    Se state pensando che il problema dei manager dell’Informatica
    sia "essere dei tecnici" allora vi smentisco subito. Il problema è
    la gestione stessa dell’informatica. Spesso ben oltre i confini di
    un background puramente tecnico e non di gestione. Ad esempio…

    In
    una recente intervista De
    Benedetti
    dice:"ho salvato la Olivetti da morte certa,
    trasformandola in una società telefonica!
    ". E’ vero! Però lo
    stesso De Benedetti nella stessa intervista dice:"Se lei comprava
    la Apple cinque anni fa la pagava dieci dollari perché sembrava che
    stesse malissimo, poi ha tirato fuori l’I-pod ed è diventata
    oggi un’azienda
    che vale settanta dollari"
    .

    Ergo, PERCHE’ anziché buttare al mare quella che una volta era
    la seconda azienda al mondo nell’industria dei personal computer (o la seconda
    società di
    software d’Europa, la Finsiel) non ci siamo inventati noi l’iPod?

    Che forse non
    sapevamo anche noi italiani cosa fossero gli MP3?
    O forse è perché noi
    italiano non siamo bravi nel design industriale e quindi un oggetto come
    l’iPod non potevamo progettarlo?

    nota: gli Mp3 si devono all’invenzione dell’italianissimo Leonardo
    Chiariglione
    ,
    recensito da Scientific
    American
    ed il cui profilo è stato inserito da TIME
    Digital
    tra i 50 personaggi che stanno dando forma al nostro tempo. Sulla
    radice italiana del design moderno è inutile spendere parole. Siamo tra i
    leader al mondo e lo sanno anche le pietre.

    Insomma, non necessariamente si deve essere un ex-tecnico-cobol per fare
    dei disastri nell’Innovation Technology. Ci può riuscire anche un manager di
    "razza".

    Manager a Shangai!

    Ma il paradosso dell’italiaca visione dell’informatica NON ha confini!
    Di recente
    un mio amico -che è tra
    i fondatori storici di una delle massime aziende di ICT italiane- mi ha detto
    che avrebbero aperto una sede a Shangai. La cosa mi ha fatto
    molto piacere, perché ha
    il sapore delle iniziative forti ed internazionali.
    Qualche momento dopo -pur rimanendo prevalente in me la sensazione
    positiva- mi sono domandato: ma se questa azienda NON produce alcun
    software, ma "customizza" i
    soliti Vignette, ATG Dynamo, WebSphere, e gli altri… esattamente cosa vende
    ai cinesi? La competenza nel mercato specifico? La "cultura" della
    webizzazione all’italiana? Il sapere come si approcciano i problemi dell’ICT?
    Ora, io spero di tutto cuore che questa iniziativa cinese vada a buon fine,
    ma se fossi cinese ci penserei due volte prima di comprare body-rental e
    customizzazioni di software americani da una azienda italiana.

    Cosa voglio dire con questo?
    Che mentre i manager italiani veramente tosti sono tutti finiti
    in aziende internazionali, gli ex-direttori dell’informatica Italiana
    le proviamo tutte ma non mollano le poltrone. Body rental, pacchettizzazione,
    consulenza, sbarchi in Cina… Tutto pur di NON dover provare a fare
    noi per primi qualcosa di nuovo, di unico, di originale

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    Il disagio tecnologico
    quotidiano

    Sapete qual’è uno dei libri meno letti dagli informatici e più letti
    da tutti gli altri?
    Quello in cui Alan Cooper -inventore del Visual Basic "pentito" (e
    tornato alla progettazione) ha scritto sul mondo del software e le sue leggi
    interne. Ecco cosa se ne trae (dall’editoriale di presentazione del suo libro):

    "Se Alan Cooper fosse stato presente al famoso corteo dell’imperatore
    attraverso la città , sarebbe stato il primo a urlare che l’imperatore
    era nudo, poi si sarebbe messo a far vedere a tutti come realizzare indumenti
    che fossero attraenti, economici e piacevoli da indossare. In questo libro
    Cooper lancia una sfida all’industria del software a tutti i livelli - da chi
    scrive il codice ai grandi manager - dimostrando il fallimento del software di
    oggi e indicando la strada verso pratiche di progettazione che possono fare la
    differenza
    ".

    - qui trovate il
    libro
    , mentre se volete sapete cosa
    fa Cooper oggi

    da sinistra: Alan Cooper, Steve Wozniac, Joel SpolskyCooper è una
    eccezione?
    Certo che No. Sentite cosa ha dichiarato Steve
    Wozniak
    , padre del macintosh:"Siamo oltre
    lo stadio in cui la spinta delle aziende era l’innovazione. È come se
    a questa gente la qualità non importasse più. Tanto venderanno
    sempre, qualità o
    no".
    E della Apple -per molti la migliore software house del pianeta-
    Wozniak ha detto: "Cerca di essere leader in nuove tecnologie, ed è una
    cosa in cui sono bravi. Ma molto software non ha seguito molte regole
    che dovrebbero essere ovvie
    ".

    Se pensate che Woz & Cooper siano un pezzo del passato. Allora vi propongo
    un "emergente" che non vuole saperne di stare dentro gli schemi:"Joel
    Spolsky
    ".
    Se il nome non vi dice nulla, potete dare un occhio a questo libro (in
    italiano) e al sito della sua FogCreek.
    …ma soprattutto date un occhio al suo blog JoelOnSoftware, ovvero lo spazio da
    cui hanno preso vita i suoi libri.

    Quello che mi piace di Joel, è che lui parte da un punto di vista spesso opposto
    a quello di persone come Pettinato. Joel è fermamente convinto
    che la Microsoft sia un posto meraviglioso (per i programmatori)
    e che spesso i programmatori
    abbiano sacrosante ragioni nel fare certe scelte. Persino quando decidono di
    NON risolvere un BUG perché è antieconomico.
    Adesso, descritto superficialmente Joel, possiamo andare a vedere quali sono
    le idee ed i consigli che lui da ai programmatori in merito alla PROGETTAZIONE
    DELLE INTERFACCE.
    Qui trovate un vero e proprio libro scritto da Joel sulla "progettazione
    delle interfacce per programmatori
    ", libro che è integralmente pubblicato
    sul web ma che è anche in
    vendita su Amazon
    .

    Cosa
    dice Joel nel suo breviario di User Interface design for programmers?
    Dice cose "banali". Parla del design delle interfacce con la stessa
    superficialità con cui io potrei parlare della programmazione in ambiente WIN32.
    Cose che è io pensavo fosse inimmaginabile che un programmatore non sappesse
    già. Cose che trovereste in qualunque manuale di linee guida per la progettazione
    delle interfacce prodotte da Apple, IBM, Microsoft ed altri. E allora? Il problema
    è forse Joel?

    No. Il problema è che per quanto semplici siano le regole
    di User Experience che voi possiate pensare di dare ad un programmatore, spesso
    (per fortuna non sempre) parlate con qualcuno che non si era MAI posto il problema
    prima.
    Questo
    perché ha sempre percepito il suo compito come essenzialmente rivolto
    alle macchine (che è la cosa che comporta loro la "sfida" che li eccita) e
    che ha sempre pensato che la risposta fosse dentro al computer.
    Al programmatore -in generale- non interessa il fatto che lui sta COSTRUENDO
    UN PEZZO DEL MONDO CHE CI CIRCONDA, gli interessa "vincere" la
    sua sfida con il computer.

    Il fatto è che la nostra mente trascorre negli "edifici
    software" che stiamo costruendo almeno tanto tempo quanto il nostro corpo trascorre
    negli edifici fisici che l’architettura ci ha donato.

    E per quanto anche sugli architetti (così
    come sui designer che è la categoria a cui io mi ascrivo) ci sarebbe molto
    da dire, è chiaro che l’ARCHITETTURA in sé è forse l’espressione più grande
    dell’arte umana.
    L’architettura -nel corso dei millenni- ci ha consentito di costruire non solo
    palazzi, ma culture e con esse di edificare l’uomo stesso.

    Il che ci riporta al fatto che i programmatori dovrebbero essere consapevoli
    delle loro responsabilità e non comportarsi come un muratore della brianza che
    sta facendo il bagno di un qualunque singolo cittadino di Agrate.

    Ora,
    mi è chiaro che questa generalizzazione appena scritta possa scontentare
    parecchie persone. Ma dopo oltre dieci anni di professione sarei tanto "politicamente
    corretto" quanto IPOCRITA, se non dicessi che questa è l’unica
    vera testimonianza che io possa dare. Mi spiace. Mi spiace esattamente come
    era dispiaciuto Beppe
    Grillo
    nello "sputtanare" Bertinotti perchè
    NON SAPEVA COME E’ SCRITTO WWW
    . Non
    è sputtanare. E’ dire la verità di cui si è testimone.
    Certamente una parte del tutto. Ma la parte che si è vista. …e non
    è che il problema sia solo di Bertinotti, soltanto che lui -da non ipocrita-
    almeno rende "visibile" la sua ignoranza.

    Io ho vissuto esperienze davvero particolari. Mi è capitato di sentirmi dire
    da luminari accademici che "io sono un mal di testa per questo Paese". …cosa
    che considerato il Paese io ho sentito come un grande complimento, ma che
    avrebbe demolito lo spirito di tanti altri.
    Così come mi è capitato di sentirmi dire da un docente di informatica conosciuto
    all’Università di
    Milano:"mi
    piace lavorare con te perché finalmente posso vedere a cosa serve quello
    che faccio io
    "!!!
    Questa "rivelazione" può sembrare eccessiva, ed ha comportato
    in me un misto di emozioni tra lo sgomento e l’eccitazione per il grande complimento
    ricevuto. Ma poi ho pensato cheil "merito" non fosse da ascrivere a me, bensì alla
    disciplina dell’ Interaction
    Design
    .

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    MAKErs: una via per uscire
    dal Loop?

    I makers sono tutti questi personaggi che stanno cominciando
    a rovistare tra le tecnologie che già abbiamo per vedere se MIXANDOLE tra loro, possa nascerne
    qualcuna nuova. La fondazione di questo approccio va certamente attribuita
    a tutti questi inventori sciolti che per loro diletto hanno cominciato ad hackerare
    gli hardware che avevano sottomano, ma il momento della "nascita mediatica"
    è da ascrivere all’exploit avuto alla recente Conferenza
    di San Diego sulle Tecnologie Emergenti
    nonché al lancio
    della nuova bibbia-hacker:MAKE
    .
    Da allora i makers si danno appuntamento mensile per stupirci attraverso le
    pagine della "loro" rivista, e tra un numero e l’altro postano immagini
    delle loro realizzazioni nella loro area "cooperativa".

    Una via per uscire dal Loop?

    Ogni programma software che usiamo oggi è composto da milioni e milioni
    di righe di codice. Nessuno sembra più poter fare a meno della funzionalità per
    accendere il frullatore su Word, o per scrivere un testo identato su Photoshop,
    ed ecco dunque che nessuno può permettersi di riscrivere da zero un programma
    in tutte le sue parti.

    …ed anche se fosse fattibile non converrebbe!
    Alla Microsoft hanno sviluppato un sistema operativo alternativo a Windows
    che si chiama TESLA. Io l’ho visto alla Conferenza sulle Tecnologie emergenti
    a San Diego e sembrava -a vederlo- più fico di NT. Qual’è il
    problema?
    Che neanche la Microsoft può permettersi di "fare concorrenza" a
    Windows sia per ragioni pratiche che per ragioni economiche. Dunque TESLA non
    vedrà mai
    la luce se non come layer sovrapponibile a XP! Altro che tecnologia emergente!

    Sull’altro fronte…
    chi si sognerebbe di dire che SAP è intrensicamente incapace di fornire
    un supporto per cui si possano produrre interfacce utente davvero usabili?
    E i call-center? Solo un pazzo andrebbe ingiro dicendo che la maggior parte dei
    software di gestione CRM sembrano progettati da una gatta in calore.
    Il Knowledge Management? Chi sosterrebbe in pubblico che NON HA SENSO se non
    hai un accesso pervasivo alla base di conoscenze e che devi essere in azienda
    collegato dal tuo PC, allora già vale la metà.

    Quindi: se il codice dei nostri Sistemi Operativi NON si può riscrivere
    da zero (o non ha senso farlo) e le interfacce dei super-programmi che tengono
    in pieni le nostre economia non sono criticabili, allora NON C’E’ VIA DI USCITA,
    giusto?

    Dobbiamo continuare ad avere G5 biprocessori 200.000mila volte più potenti
    dell’APPLE I per fare più o meno le stesse cose del 1980, giusto?

    Perché i MAKERS mi fanno sperare qualcosa di buono?
    Perché ho visto la Legge di Murphy (chi sa fare, fa. chi non sa fare,
    insegna. chi non sa insegnare, dirige.) vincere troppe volte in questo mondo
    dell’italica innovazione. Perché tra chi critica i "modi",
    chi "i contenuti", chi
    "le interfacce", chi "il design", chi "la validità del
    business", ci siamo
    legati mani e piedi ed ora -nelle aziende- TUTTI (quasi tutti) HANNO SEMPLICEMENTE
    SMESSO DI SPERIMENTARE.

    La sperimentazione fine a se stesa viene vista quasi come un lusso "ludico"
    che le "persone serie" non possono consentirsi. Le aziende NON vogliono che
    la gente "perda" tempo a SCOPRIRE, CONOSCERE, TENTARE nuove vie. Mentre al
    contrario si comprende benissimo che bisogna ACQUISTARE software, installare
    framework, customizzare applicazioni ed interfacce, cablare processi… Tutto
    questo senza che nessuno si prenda mai la briga neanche di installare un misero
    MovableType e vedere SE può contribuire a risolvere qualche problema o anche
    se -semplicemente- funziona davvero!

    Ed aldilà della facile polemica…
    L’ìnformatica ci sta estromettendo
    sempre di più dal FARE e dal PENSARE.

    Benvenuti dunque coloro che scalano questa montagna di balle o fanno breccia
    nei muri di software. Benvenuti coloro che vogliono VEDERE con i loro occhi
    COME FUNZIONA ciò che c’è dentro al proprio PC e -magari- persino dentro al
    proprio aspirapolvere!
    Tutto questo essendo consapevoli che molte iniziative saranno UN
    INVESTIMENTO DI TEMPO diretto all’acquisizione di sempre maggiore conoscenza
    e -direi soprattutto- consapevolezza
    . …e trovando piacere nel farlo.

    Io "amo" i Makers, perché dalle loro iniziative strampalate
    (talvolta intollerabili) nascono idee originali, mentre dall’installazione
    e customizzazione di Vignette, certamente NO.

    Io spero che le scuole di Interaction, come quelle di informatica formino
    una nuova generazione di makers. Io spero che si recuperi -almeno in parte-
    quella passione e quell’etica da costruttori di mondi pienamente coinvolti
    nella "rivoluzione" di questo pianeta. E tutto questo non soltanto
    per motivi
    "romantici" ma perché -banalmente- un operativo italiano costerà sempre
    di più di un "operativo" preso da un qualche Sud del mondo.
    E restare completamente fuori dall’ITC mondiale non è una cosa che un
    Paese moderno può permettersi.

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    Conclusioni
    Guidata da fantastici
    transformers chiamati CIO, l’Italia sta diventando un paese dove non si scrive
    più codice
    originale e non si inventa più nulla.
    Il regola buona per ogni stagione è: Acquistare meglio (riduzione
    dei costi), acquistare tutto (depauperamento delle competenze interne)!
    …diventando sempre più servi
    in attesa del diluvio
    digitale
    (nda. grazie Babele).

    Volete un esempio di quello che significa fare
    innovazione in Italia oggi? Pensate al nostro caro ministro Stanca e -magari-
    fate un pensierino anche a quanti contratti ha fatto la IBM ex dotare di lavoro
    del nostro Ministro. Parliamo di cifre da centinaia di milioni di euro in una
    sola legislatura (quasi 50 milioni solo per il portale Italia.it di cui nessuno
    ha sin qui sentito parlare). …Io mi chiedo se la "storia" ascriverà questo
    record come prova di "velocità dell’innovatore Stanca" o come
    GRANDEZZA di un ministro facilitatore che ha portato una NAZIONE a
    fare shopping al negozietto dell’IBM.

    Ma d’altro canto questo Ministro -che ricordo a tutti era candidato sia della
    destra che della sinistra- è il capolavoro dell’outplacement di IBM (nota: Si
    parla di outplacement quando parte del personale
    viene aiutato a trovare un’altra posizione al di fuori dell’azienda).
    Certo persino
    Stanca ha dei meriti, ad esempio ha introdotto la nobile legge sull’accessibilità (strappandola
    ai suoi autori originali Campa & Palmieri); Legge che ha ingenerato un business
    del tutto artificioso e che regolamenta in modo strampalato quello che -questo
    sì-
    dovrebbe essere un inalienabile diritto dei cittadini disabili.

    Ebbene, aldilà delle facili critiche, io non voglio crocifiggere Stanca
    o altri. E’ proprio l’idea dell’Informatico al governo che
    è un dramma.
    Io prego che si smonti sul nascere questo assioma per cui
    il moderno programmatore da cut/paste è padrone
    della sua applicazione ed il manager-informatico del make/buy è il
    padrone dell’innovazione. Questo comporta infatti degli sbilanciamenti di
    potere che -di fatto- peggiorano il nostro mondo. Perché -in entrambe
    i casi- le macchine sono al centro del pensiero e dell’attenzione di questi
    personaggi, e le persone sono SOLTANTO i DESTINATARI ULTIMI del lavoro.

    E’ ovvio che si debba poter sperare di rompere questo incantesimo. E’ ovvio
    che si debba desiderare di essere parte di un Paese che torna ad innovare.
    E’ ovvio che si debba ritenere che il popolo di inventori e naviganti possa
    dire la sua anche nell’era di Internet. Dico quindi a tutti i makers nascosti
    in scantinati o semi-strozzati dalle cravatte: diamoci da fare, con coraggio
    e consapevolezza. Se abbiamo fortuna il resto verrà da se.

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