May 22 2005

    Talento, tecnologia & tolleranza: Richard Florida tra tondini, pizze & mandolini

    Richard Florida, le sue 3T sono sbarcate a MilanoHo
    letto "l’ascesa della classe creativa",
    di Richard Florida, quando il libro era appena uscito. Ho subito pensato che
    una roba simile NON avrebbe attecchito in Italia, ma -per fortuna- mi sbagliavo.
    Qualcosa sta succedendo e se c’è un modo di soffocare subito questo
    tentativo, è far finta di nulla è girare la testa da una altra
    parte. Al contrario questo articolo -per quanto critico- vuole a dire che
    sulla questione dell’innovazione in Italia e sulle 3T di Florida, c’è chi
    qualcosa la sta facendo!

    In questa pagina


    - Introduzione

    - La lezione di Florida
    - Il Workshop Sabatini-Assolombarda
    - La battaglia è sul ROI

    - Convertirsi alla creatività!
    - Ma c’è ancora la creatività italiana?!
    - Conclusioni


    Introduzione

    In questo articolo c’è un confronto/incontro
    atipico per queste pagine e per le mie abitudini. Entrano infatti in gioco
    personaggi come il Presidente dell’Assolombarda o l’inventore del FuturShow
    e questo con i miei "classici" articoli di usabilità ed interaction
    c’entrano ben poco. Il fatto è però che oramai la situazione
    italiana è così devastata che nessuno
    può dichiarasi fuori gioco e non dichiarare le
    proprie idee
    , perchè anche
    l’astensione dal pensiero è oramai una posizione politica.
    Ed allora tanto vale dirle chiaramente le due o tre cose che val la pena di
    dire. Magari facendo qualche riflessione sulla politica per l’innovazione,
    oppure -come oggi- cominciando con il segnalare delle cose che -più o meno-
    funzionano.

    Ma cominciamo con l’introdurre i due principali attori di questo pezzo:

    Sabatini (quello del FuturShow) è una persona che
    da veramente la sensazione di VOLERE le cose, e di saper fare in modo che accadano.
    Lui ha usato le 3T di Richard Florida come bandiera dell’edizione 2004 del
    FuturShow di MILANO e -da allora- è un imprenditore più che mai votato all’innovazione.

    Perini -Presidente Assolombarda- è potenzialmente tutto un altro personaggio.
    Lui le cose le fa spesso in prima persona, e -da tempo- è un potente amplificatore
    del verbo dell’innovazione professato dai Montezemolo di turno. Altro che 3T!
    Perini si dichiara un caterpillar fautore delle da 3I!!! ovvero: Innovazione,
    Innovazione e Innovazione. E se ciò non bastasse a darvi l’idea della forza
    e della spinta che il personaggio-Perini manifesta, allora pensate che lui
    alla 3T di Florida ne vuole aggiunge una altra: la TENACIA.

    Ma ora, prima di raccontarvi tutto sul WORKSHOP per l’INNOVAZIONE organizzato
    da Sabatini & soci, è bene che vi introduca alle "lezioni di Richard Florida".

    a sx Richard Florida. A dx, la galleria di P.zza Duomo a Milano
    La lezione di Florida


    Richard Florida è -per molti versi- il classico giovane professore
    universitario americano che -d’improvviso- diventa super-famoso con un libro
    che parla di cose tutto sommato semplici. Il suo libro "l’ascesa
    della classe creativa
    ", l’ho segnalato su questo blog già nel 2003, e già allora dicevo
    che:"c’è
    molto da imparare e molto per riconoscersi, ma anche molto da correggere
    e persino qualcosa da tagliare"
    . Ovvero…

    cover di "l'ascesa della classe creativa"Il messaggio fondamentale di
    Florida è iper-condivisibile: La persone che
    fanno mestieri "creativi" attualmente
    NON si riconoscono come classe, ma lo sono.
    Da questi dipende la crescita
    economica su base regionale e la classe creativa predilige quelle regioni
    che consentono (o acconsentono) loro di gestirsi secondo precisi "ritualli"
    e stili di vita. Il che -in ultima istanza- significa che se non c’è da divertirsi
    la sera, se non c’è musica, se non c’è spazio per esperimere ogni forma d’arte,
    e se non c’è entusiasmo, allora la classe creativa andrà altrove, e la regione
    in questione morirà di stenti.

    In questo suo paradigma, Florida prevede che NON saranno più le persone creative
    ad andare dove c’è il lavoro, bensì che sia il lavoro ad andare dove ci sono
    le persone creative. Ergo, non essere sufficientemente attraente per la classe
    creativa significa anche perdere le aziende!

    Premesso che il 90% delle tesi di Florida io le sottoscrivo, su questo
    punto ho un ragionevole dubbio personale… occupandomi di innovazione
    da oltre dieci anni ed essendo un ibrido un manager ed un designer, io dovrei
    essere nella parte super-creativa della classe definita da Florida. Mi chiedo
    com’è che è dal 1998 che provo ad andar via da Milano e non
    ci sono ancora riuscito! :))

    Il ché non vuole essere una riflessione spiritosa, bensì un
    modo di evidenziare -per quanto isolato- un dato di fatto per cui -in Italia-
    le 3T di Florida potrebbero trovare delle resistenze.

    Ma c’è anche un altro punto su cui val la pena di fare una riflessione,
    ovvero: Secondo Florida la classe creativa è composta da scienziati, ricercatori,
    designer, ingegneri, imprenditori, addetti ai lavori dei Beni Culturalli,
    della comunicazione, dei Media… e persino i Manager!

    Già faccio fatica pensando ai paraocchi di certi ingegneri… ma i
    MA-NA-GER???
    …ma lo sapete quanti manager "creativi" io ho incontrato in dieci
    anni di onnorata professione? Una percentuale prossima allo ZERO! Anche perchè per
    manager-creativo Florida non fa riferimento al Direttore Sviluppo di una
    casa di moda piuttosto che ad un senior art director della Armando testa.
    Florida parla in termini di manager=creativio pure che questo lavori nel
    tondino, nei servizi o in una fabbrica di biscotti. Insomma, di ragioni per
    far polemica ce ne sarebbero ed io NON intendo toglierne. Io credo
    infatti che uno dei maggiori vincoli allo sviluppo del Paese non sia l’assenza
    di una classe creativa (ma quando mai) bensì l’inconsistenza di una
    classe manageriale
    che sa fare poco di più che
    il contafagioli (definizione coniata non da me, ma da Adriano Olivetti).

    E siccome non di tutta l’erba si deve fare un fascio, allora parliamo
    subito di manager (anche se qui sono più imprenditori) che qualcosa per l’innovazione
    la stanno facendo.

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    Il workshop Sabatini-Assolombarda
    La premessa al workshop sulll’innovazione nelle imprese
    può essere soltanto una: l’Italia è un Paese in declino. Non
    parlo così per motivi
    di schieramento e mode politiche. Non me ne può fregar di meno della politica
    di schieramento. Parlo così perchè ho avuto la fortuna di fare
    impresa. Ho avuto il "merito" di
    lavorare con i top-manager di Pirelli, Olivetti, telecom Italia, IBM, Fiat ed
    altro e -proprio per questo motivo- da anni dico che l’Italia è in guai
    seri.

    Se il declino dell’Italia deve essere definito "recessione" o meno,
    lo lascio ad altri. Come tradurre invece il fatto che dei miei amici del 97/98
    in Italia ne è rimasto soltanto uno (gli altri sono andati quasi tutti
    negli Usa), o che io sono tornato a guadagnare come nel 2000, solo che con l’euro
    i miei soldi valgono la metà… beh, non c’è molto da dire. E se
    i miei riferimenti personali non possono essere oggettivi, allora guardatevi
    questi studi, articoli e classifiche sull’italica competitività.

    - Storicamente
    in ritardo in merito ai processi strutturali - al penultimo posto tra i paesi
    UE per spesa IT…

    (Censis, 2003)
    -
    Competitività,
    Italia maglia nera. Meglio l’Estonia!
    (Lettera Finanziaria di Giuseppe
    Turani, aprile 2004)
    - World
    Economic Forum: Ict, nella classifica annuale Wef l’Italia precipita al 45° posto.
    Perse 17 posizioni dall’anno scorso

    (LaRepubblica, marzo 2005)
    - Eurispes:
    Il Rapporto 2005 mostra un Paese senza un progetto
    . (La Repubblica, gennaio
    2005)

    e se non bastasse, sempre secondo i dati del World
    Economic Forum
    , l’Italia
    -nel 2004- è passata dal 41° al 47° posto nella classifica "competitiviness
    index". La notizia
    commentata da Rai24News
    .

    ma anche…
    - Le
    giovani imprese italiane ad alta tecnologia fotografate dal Dipartimento
    di Ingegneria gestionale del Politecnico di Milano
    (febbraio 2005)

    Premesso
    dunque che il Paese Italia è più che
    alla frutta (oramai siamo precipitati sotto al tavolo a bere sambuca), ecco
    che una iniziativa che vuole presentare/portare le aziende sulla via della
    creatività era
    encomiabile quanto necessaria. Ecco perchè al Workshop sulla
    innovazione creativa
    organizzato da Sabatini ed Assolombarda
    io sono andato di buon grado. Ecco cosa ne è venuto fuori…

    pillolaLa prima "banalità" su cui tutti si è d’accordo è che le
    aziende avrebbero tutte bisogno una bella pillola della creatività.
    Questione
    questa che non si risolve con un redesign del logo o uno spot-tv, ma che
    bisogna invece trasformare in innovazione di prodotto e di servizio.

    Secondo molti dei relatori che si sono avvicendati al tavolo (a proposito:
    ma se è un workshop che c’entra il tavolo per i relatori?), la creatività NON
    può
    può essere -per le aziende- semplicemente qualcosa che comprano da fuori
    quando hanno un surplus da investire, ma deve essere una parte integrante
    -un motore- dell’azieda stessa. Se no, non si sopravvive a noi stessi e soprattutto
    non si sopravvive alla concorrenza ed alla CINA!

    …capisco che molti di voi che leggono sorrideranno perchè non
    ci voleva lo Stato Maggiore dell’intelligentia italiaca per capire queste
    tre righe che -al massimo- necessitava non della applicazione del buon senso…
    Ma così è l’Italia,
    ed è meglio che l’abbiano capito oggi (anche se in pochi) che nessuno
    mai.

    Inoltre… se proprio vogliamo dirla tutta: ma quando mai le aziende hanno
    investito in creatività i loro surplus? Casi rari, e non certo una regola.

    Insomma, la paura della CINA fa 90 e qualche imprenditore ri-comincia a parlare
    di modello Olivetti (quella di 40anni fa, vedi: Fondazione
    Adriano Olivetti
    )
    e del ruolo dei designer nella strategia ed innovazione di prodotto. Speriamo
    che duri.

    Prima di arrivare però a questa visione tipo big-picture, la discussione
    del workshop si era arenata su almeno un paio di trabocchetti e/o falsi
    idoli:

    1) la definizione di classe creativa… Non scrivo "chi se ne frega" perchè non
    è bello, ma lasciatemi dire che non si mettono 100 persone in una stanza
    per farle discutere di una definizione se non le si è avvisate a priori
    che quello sarebbe stato il tema a cui sarebbe stato dedicato metà del tempo.
    Senza offesa per nessuno.

    2) la confuzione per cui l’economia generata dalla classe
    creativa sia autoreferenziale.
    Ebbene, mi vien da dire che l’economia dell’esperienza è qualcosa di
    oramai presente anche in Italia. Questa è una economica fatta di visite
    ai musei come di ragazzini che spendono oltre al 20% delle loro paghette
    in videogiochi. Ma è certamente
    -la nostra- soltanto una sparuta copia del fatto che -nel
    New England- la prima area economica per fatturato sia la Creative Economy
    (vedi
    questi studi del Creative
    Economy Council
    ) che va dalle fine arts agli acquari, dall’industria
    del software ai media digitali. Nel Massachussett, una delle prime aziende
    per fatturato (credo la prima) è la
    AVID, che produce HW e SW per il montaggio video!

    3) …dobbiamo comprendere che l’11 settembre lo hanno avuto sia le compagnie
    aeree che il software, sia le società Internet che i consumi, ma NON
    l’ha avuta il comparto dei videogiochi!
    la Activision, la Electronics Art e le ale altre come Ubisoft
    e LucasGames non hanno mai smesso di crescere!
    Segno delle rinnovate
    necessità di intrattenimento, ma anche segno della robustezza di
    certi approcci. Dove il palmare perde, il gambeoy e l’iPod fanno le aziende
    ricche!

    Ma allora…
    Se siamo tutti d’accordo che l’innovazione creativa è essenziale per
    le aziende (al punto da dover essere introdotta o almeno acquistata come
    servizio) e se sappiamo che business-atipici come quello della creatività in
    senso stretto possono diventare il motore di una regione, cosa frena l’Italia
    -che possiede il 70% dei Beni Culturali del pianeta- di diventare un eden?

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    La battaglia è sul
    ROI

    Sabatini si è guadagnato la mia stima quando ha spiazzato tutti con una
    affermazione che era più o meno questa:"in tempi di recessione e globalizzazione
    questi, dove i confini perdono parte del loro significato, i Governi perdono
    buona parte del loro potere di azione diretta sulla creazione e distribuzione
    di ricchezza, le merci viaggiano senza dogane ed il talento non meno, gli IMPRENDITORI
    devono farsi carico di una precisa responsabilità sociale. In una regione -come
    la Lombardia- dove il 92% delle imprese ha meno di dieci dipendenti, l’imprenditore
    deve trovare il modo di contribuire alla redistribuzione della ricchezza verso
    coloro che hanno contribuito a produrla e -in sostanza- accontentarsi di un 7/8%
    di ritorno sul capitale investito".

    Apriti cielo!
    Su questo punto nessuno degli associati all’Assolombarda presenti in sala ha
    detto una sola parola di sostegno. Ovvero: innovazione SI, ma non scherziamo
    con il portafoglio.


    Ebbene, riflettete su questo: perché la Olivetti è stata smantellata?
    Perché
    faceva PC schifosi che solo il Governo Italiano poteva comprarsi? No. In fin
    dei conti sarebbe bastato INNOVARLI! La Olivetti è stata la prima fabbrica
    al MONDO ad avere la produzione in serie di personal computer ed una delle più illustri
    società italiane di sempre. All’estero la Olivetti è ancora oggi
    più nota della
    Pirelli! …però, la Olivetti faceva meno del 20% di margine sul capitale
    e l’informatica dava segni di stanchezza. Quindi c’erano solo due strade: quella
    dell’innovatore che avrebbe potuto fare della Olivetti una Apple all’italiana
    (amo J. Ive ed il suo iPod, ma non creso che Sottsass e gli altri sarebbero stati
    da meno se ne avessero avuto l’occasione), o quella "finanziaria" che
    prevedeva di smantellare l’informatica e riciclarsi nel business nuovo della
    telefonia. Nacque così la
    OMNITEL, e la finta concorrenza tra gli amici di sempre. Infine, nel verde marchio
    della telefonica italiana, apparve la macchia rosso sangue della Vodafone, ed
    un importante pezzo delle speranze italiane di poter essere interpreti dell’innovazione
    finì nelle tasche di pochi manager "creativi".
    …certo, la Omnitel ha avuto un ruolo importante nella percezione della gente.
    E’ nata la concorrenza (almeno formale). E’ stata spodestata e -per molti versi-
    migliorata a forza la Telecom Italia. Si sono creati molti posti di lavoro (mentre
    c’è ancora gente Olivetti in sciopero), ma quello
    che io faccio fatica ad accettare
    è la rinuncia alla via dell’innovazione.
    …perchè come il caso Olivetti più recente dimostra, Innovazione e percentuale
    di ritorno sul capitale, possono diventare nemici per la pelle. E sul ROI e la
    sua re-distribuzione val comunque la pena anche di riprendere questa nota dell’Herald
    Tribune che ha pubblicato uno studio dell’OCSE sui salari nei paesi industriali: Nel
    1975 andavano ai dipendenti il 73 % dei ricavi industriali, nel 2003 il 64%.

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    Convertirsi
    alla Creatività!

    Morta -ma rivivrà a breve- la Olivetti, ecco che ha senso riflettere su casi
    come quello FIAT. Avrebbe senso un Gruppo FIAT senza l’auto? Il fatto che General
    Motors abbia dato fantastililardi di dollari alla FIAT pur di non averci più
    a che fare, è stata una cosa buona o cattiva?
    E sopratutto, che ruolo ha l’innovazione oggi in FIAT?

    OlivettiBeppe Grillo ha scolpito nella mia mente l’idea che al Centro di Ricerche FIAT
    ne sappiano veramente tante. Inoltre, non manca certo all’Italia una ampia scelta
    di designer d’auto capaci di creare tendeze rapide ed effimere o veri e propri
    nuovi stili di vita. Ed allora? cosa manca alla FIAT?
    Forse il coraggio! …e devo ammettere che a me la nuova PANDA piace. Forse la
    foza delle idee. Perchè non sempre basta una carrozzeria, e il mondo occidentale
    dovrebbe proprio ripensare il concetto di mobilità.

    Forse gli aiuti di Stato! perché chi paga le tasse la FIAT l’ha salvata già un
    certo numero di volte, ma la proprietà rimane agli Agnelli e -ora- finirà sopratutto
    alle Banche. Fine tristissima e morte lenta, se paragonata a quanto -in Francia-
    è stato invece fatto dalle "parastatli" Renault o Citroen. Loro
    si, che innovano. Da vent’anni almeno.

    Cosa vuol dire convertirsi alla creatività allora, oggi?
    Dal mio punto di vista significa comprendere che Sabatini ha ragione quando parla
    di 7/8% di ROI. Significa che gli aiuti di Stato vanno dati in cambio di innovazione
    e di PROPRIETA’ che finisce nelle tasche dei cittadini che pagano le tasse. Chiarisco
    il concetto: io non capisco perchè quando lo Stato italiano salva la
    Fiat sono i cittadini che pagano, e senza avere nulla in cambio. Al contrario
    se a salvare la FIAT sono le Banche allora la proprietà del Gruppo cambia
    eccome.

    Convertirsi alla
    Creatività significa anche far leva su ciò in cui l’Italia -ancora per poco-
    può accorciare rapidamente le distanze dai primi della classe: Biologico, Moda,
    Design e -mi permetto di dirlo- design dell’interazione.
    Oggi, qualunque prodotto
    è un mix di prodotto + informazioni sul prodotto + servizi relati al prodotto.
    Noi
    italiani possiamo e -ritengo- dobbiamo essere i primi della classe per la capacità
    di creazione del valore attorno al prodotto e dobbiamo farlo sopratutto in quella
    alta gamma che non teme la CINA e -anzi- può essere esportato e venduto
    in Cina insieme a quella "esperienza attorno al prodotto" che il gusto
    sofisticato e ipertecnologico della Cina ci chiede sin da oggi.

    Insomma,
    mentre il nostro Ministro Stanca si sforza di Informatizzare la PA, io predico
    l’arricchimento -tramite ignezione di interaction design- di tutto ciò che
    intendiamo produrre e -magari- esportare.
    Per questo -in un altro mio articolo- parlavo delle politiche per l’innovazione
    citando anche la "tutela" delle
    Scuole di Design che coniugano innovazione, tecnologia, moda e digitale. Per
    questo, ritengo che l’Interaction Design sia un asset strategico per il nostro
    Paese. Sopratutto se le catene di montaggio per il PC sono andate perse e -soprattutto-
    oramai non avrebbe del tutto senso rifarle. Le nuove STAMPANTI
    della rinnovata fenice OLIVETTI
    , sono il frutto di un design capitanato
    dall’italia e con fronti Usa, ma verranno tutte prodotte in Cina. …ed
    ecco cosa ne pensa Beppe Grillo
    : Perché non
    delocalizziamo il management in Cina e teniamo le nostre aziende in Italia?

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    Ma c’è ancora la creatività
    italiana?



    Chi pensa che l’Italia sia ancora indiscutibilmente la numero uno nel design,
    nella moda ed in altri campi attigui, deve fare ammenda. Non è più così!
    Già nel 1997, quando io frequentavo la Domus Academy, su 100 studenti iscritti
    nei vari Master soltanto 5 o 6 erano italiani.
    Abbiamo formato le migliori menti della Korea, del Giappone, del Sud America
    e -ultimamente- anche della Cina. Oggi l’emergenza è il tessile prodotto e smerciato
    a basso costo. Domani (ed intendo un domani moooolto vicino) la Cina -che già
    produce più laureati di qualunque altro Paese al mondo- sarà capace di batterci
    sul nostro stesso terreno.
    Così, se la
    divisione computer di IBM è stata acquisita dalla cinese LENOVO
    ,
    non mi stupirei se aziende come Kartell, Beghelli, FoppaPedretti e le 100 altre
    che fanno l’Italia finissero per l’essere sole difronte ad una offerta economica
    di acquisto delle giganti cinesi.

    Abbiamo tempo a sufficienza per usare la residua creatività italiana?
    Forse SI, ma dobbiamo subito generare un alto numero di commesse! Le aziende
    devono investire nell’innovazione di prodotto. Il Governo deve darsi da fare
    a tutti i livelli per dare DENARO e spazio di espressione alla classe creativa
    italiana.
    Dobbiamo rimanere un Paese aperto! e visto che glli orientali che hanno affollatole
    nostre scuole stanno smettendo di arrivare, dobbiamo guardare a Sud e trovare
    nuovi stimoli e contaminazioni nelle culture mediterrranee e nordafricane.

    Tutti, dobbiamo fare il massimo per dare spazio e vigore
    alla creatività. Ecco una lista di azioni concrete che -ruolo per ruolo-
    dovremmo mettere in campo:

    - Il governo deve ingererare grandi commesse nell’architettura, tutelare il design
    italiano, aprire le porte alle culture diverse che vogliono "Imparare" dall’Italia.
    -
    Le aziende mainstream devono finanziare la cultura. Humus indispensabile e
    variegato per la nascita e la sopravvivenza della creatività!
    - Le aziende medie e piccole devono darsi da fare per creare innovazione di prodotto,
    generando commesse per creativi e designer esterni.
    - le associazioni nate attorno ai temi dell’innovazione e della creatività devono
    creare un dialogo con la cittadinanza, contribuendo a rendere consapevole l’opinione
    pubblica
    - chi si occupa di formazione
    deve dare più skill di business ai designer e fare di tutto per contribuire a
    creare più opportunità perché i designer entrino e vivano dentro le aziende
    - tutti gli addetti ai lavori della classe creativa dovrebbero fare found raising.

    Quest’ultima è una frase importante.
    Nel mio ultimo viaggio negli States ho visto persino i Vigili del Fuoco -eroi
    dell’America post 9/11- fare raccolta di denaro nei centri commerciali. Ora,
    io vorrei che lo Stato Italiano continuasse a garantire ai nostri Vigili del
    Fuoco un adeguato supporto ecnomico (e so che da qualche anno non è più così),
    ma sopratutto comprendo che la classe creativa deve riconoscersi come tale e
    cominciare a sbracciarsi.

    Volete gli spazi per suonare? Volete organizzare mostre e serate? Cominciamo
    ad ALLEARCI tra noi, fare network e -se necessario- fare casta. L’importante
    è ottenere maggiore spazio per le nostre idee e la nostra espressione. Siamo
    nell’era di Internet: dov’é il limite?

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    Conclusioni
    Il
    workshop sulla creatività organizzato da Sabatini in Assolombarda è stata
    una delle poche cose che ho visto muoversi nello stagno italico. E’ poco.
    Trattasi di poche bolle d’aria emerse dal fondo. Però ribadisco
    la necessità
    di cominciare con il dar forza a quello che c’è!

    Lo dico per il workshop che ho condiviso soltanto in parte. Lo dico per
    quelle persone, idee ed associazioni che si danno da fare -da anni- per
    far vivere il teatro d’avanguardia, l’arte che non è ancora "moderna" o
    di moda, per posti come Idearium.org, comunitazione, flashability, storielaterali
    e tutti gli altri. Lo dico per coloro che fanno cultura nel mondo della
    formazione e -al contempo- fanno grande l’Italia nell’immaginario (oramai
    c’è quasi solo quello) internazionale.
    Val la pena di dirlo per tutte quelle aziende italiane che sono
    leader nel loro settore, e mi piace cominciare da ATRIA (del Paesello siciliano
    in cui vive la famiglia di mia moglie), NONINO, SCALDASOLE. Aziende che
    rappresentano un esempio fondamentale in un Paese dove l’unica grande azienda
    capace di innovare che è rimasta è il Gruppo FINMECCANICA.

    Ma dar forza a ciò che esiste già (il che significa che -se
    devo scegliere- non devo dare priorità a Ponti sullo Stretto) ma
    cominciare dai piccoli segnali come:
    - non arroccarsi con tavoli da relatore se si sta organizzando un workshop
    - non omettere di presentarsi all’inizio di un intervento "soltanto" perché
    sono un onorevole o un politicante di un qualche rango (sinceramente io
    come classe creativa me ne frego del rango di un politico)
    - non aggredire chi ha una tesi diversa sul significato profondo del mesteriere
    di imprenditore oggi

    e sul tema della creatività…
    - non pensare che i grafitari siano sempre e solo teppisti
    urbani, intestardendosi su questa tesi anche quando si scopre che tra essi
    ci sono veri artisti e professionisti strapagati anche dalle multinazionali.
    Almeno dentro ai workshop sulla creatività intesa come ultima speranza
    per questo disastrato Paese, dovremmo essere più aperti verso quelle situazioni
    che -di fatto- denunciano l’evidente assenza di spazi utili a far fruire
    la creatività.
    - non pensare che CRAVATTA sia sinonimo di COMPETENZA e PEARSING sinonimo
    di PERDENTE.

    La TOLLERANZA è un elemento fondamentale della ricetta Florida, e non c’è
    tecnologia e talento che basti senza di essa. Il che significa che non
    possiamo accontentarci del 77° posto che l’Italia si è "guadagnata" nella
    classifica della Freedom House sulla libertà di stampa (vedi il PDF
    della classifica
    ), e che non possiamo fare due mesi di discussioni
    ogni volta che si deve decidere se è lecito o meno ospitare il gay-pride
    a Milano. …dibattito che mi pare un pò anacronistico in una città che
    non avrebbe senso di esistere sulle carte geografiche senza quella via
    Montenapoleone che per metà è proprietà di Dolce & Gabbana!

    Lo SPIRITO!
    Bisogna
    cominciare a capire che esiste uno SPIRITO o -se preferite-
    una ENERGIA che sta nell’ambiente e che consente alla creatività di
    germogliare e crescere robusta.
    Uno SPIRITO che non può vivere in una città sporca ed inquinata (quindi
    -prendete nota- la città deve farsi bella).

    Non può esistere ripresa senza SIMBOLI e SEGNALI che diano coraggio
    e siano un riferimento per tutti!
    Così, come dopo il 9/11 il Ponte di Brooklyn NON poteva essere spento e la
    gente di NYC ha preferito fare una colletta per pagare le bollette piuttosto
    che vederlo spento. …Anche noi dovremmo curare e spendere per ravvivare
    il nostro spirito.

    foto di: http://www.deakin.edu.au/international/education-abroad/Non è consentito fare ERRORI e sprecare occasioni come
    la riapertura del Pirellone.
    Io ci abito vicino. Ero lì la notte dell’incidente
    aereo ed ho guardato a quel palazzo per tutta la durata dei lavori. Così, quando
    un giorno le luci azzurre si sono accese lungo tutta la facciata ho avuto
    un balzo al cuore. Ho sentito che ci eravamo lasciati alle spalle la fase più
    dura e si stava cominciando a rinascere!
    Poi -dopo l’inaugurazione ristretta a politici e vip- le luci si sono "normalizzate"
    e l’azzurro si è spento prendendo -ogni notte- una casuale forma che
    non è in grado di comunicarmi nulla. Definitivamente dandomi l’idea che questo
    Paese non ha gli strumenti per credere in se stesso e la conferma sta proprio
    nelle ricette "americane" che importiamo ieri dalla generazione dei Negroponte
    ed oggi dai professori in vena di boom editoriale come Richard Florida. …
    Ma chiedetevi anche, in fondo cosa ha l’America in più degli altri, se non
    la capacità immensa di darsi dei simboli!

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