Jan 06 2004
Usabilità & Accettabilità : visione industriale vs. senso comune

Nel senso comune, l’accettabilità sembra
far riferimento ad un requisito "minimo indispensabile". Ciò
che è "accettabile" è meno che buono e -estendendo il
ragionamento- è molto meno che USABILE. Sopratutto se usabile vuol dire:
efficace, efficiente, seducente.
Ma il senso comune non regge il mercato e, nel business, l’usabilità
è una minima frazione dell’accettabilità.
L’usabilità romantica è prigioniera tanto della "cultura
ingegneristica", quanto delle "priorità industriali".
Giusto o sbagliato che sia, è opportuno leggere per credere.
In questa pagina
- DETTO IN POCHE RIGHE
- LE DEFINIZIONI FONDAMENTALI
- GLI SCHEMI DELL’ACCETTABILITA’
- COSA MI PIACE, E COSA NO
- COSA E’ OPPORTUNO APPRENDERE
- CONCLUSIONI
Sia leggendo a fondo i Guru dell’usabilità
delle interfacce che le norme IEEE & ISO, l’usabilità è una
componente della più vasta accettabilità.
Comprendere questa posizione (seppur con le "n" differenze di interpretazione),
significa comprendere quali dimensioni e peso, il mercato ed i poteri industriali
riconoscono all’usabilità. E’ certamente un passaggio importante per
maturare la propria visione professionale, comprendere meglio il meccanismo
di ricerca/rifiiuto di queste competenze, nonchè -in alcuni casi- trovare
motivo di forte dissenso con gli usi e costumi che rimettono all’USABILITA’
un ruolo così ridotto.
Beh, partiamo
con il riportare alle nostra mente alcuni aspetti/definizioni fondamentali:
- Il lemma "usabilità" non figura sul
GARZANTI. Quello "accettabilità" (s.
f. l’essere accettabile.) invece, SI.
Non siete convinti che "Usabilità" non stia nel dizionario?
Beh, c’è stato un caso editoriale importante in Italia: un libro dal
titolo Web
Re-Design dove -nonostante l’impegno e la correttezza dell’interpretazione
dei traduttori- la parola USABILITA’ andò in stampa tramutata in UTILIZZO.
Potenza del correttore automatico con la complicità qualche cialtronata/svista
dell’ultima ora.
- Il significato migliore per la parola "Acceptability"
è probabilmente quello citato dagli amici di HYPERLABS,
ed ovvero:
L’accettabilità indica quanto volentieri l’utente usa il prodotto,
coincide cioè con il gradimento e la soddisfazione che prova nell’utilizzarlo.
All’interno del concetto di accettabilità di un prodotto generico o
di un servizio nato dall’integrazione fra informatica e telecomunicazioni
(ad esempio, un programma di posta elettronica), vanno considerati tutti quegli
aspetti legati al costo, alla compatibilità con le tecnologie precedenti,
alla formazione, alla manutenzione e, soprattutto, alle condizioni di “utilizzabilità”
(usefulness) del prodotto stesso.
Inoltre, va considerata anche l’accettabilità sociale che indica il
livello di coerenza con i principi morali ed etici di riferimento; l’accettabilità
è legata anche alle norme sociali. link
alla pagina originale - Definizione di Usabilità di J. Nielsen:
L’Usabilità è la misura della qualità dell’esperienza
dell’utente che interagisce con qualcosa –un sito web, un’applicazione
software tradizionale o qualsiasi altro artefatto con il quale l’utente
può operare con specifiche modalità. - Dalla norma ISO 9241: L’Usabilità
è la misura di efficacia, l’efficienza e soddisfazione con la
quale determinati utenti raggiungono scopi specifici in determinati ambienti
(ISO 9241).
- Altrove, sempre nelle norme ISO/IEEE: La soddisfazione
è definita come il confort e l’accettabilità del sistema di
lavoro per i suoi utenti e per altre persone influenzate dal suo uso. link
alla pagina originale - Nella documentazione tecnica (esempio quella prevista
nel progetto di un ascensore come una bilancia), l’accettabilità
è intesa come "parametro di verifica" della buona realizzazione
di un certo artefatto. In tal senso è parte intergrante dei REQUISITI
TECNICI, ovvero del documento -tipicamente redatto da un Ingegnere-
che esplicita e traduce in numeri e dimensioni gli "obiettivi/desideri"
del committente/cliente.


Premesso che entrambi questi schemi sono
di qualche anno fa, si nota subito come essi abbiano una parte convergente di
massima rilevanza: l’accettabilità è il grande calderone
che determina il successo o meno di una tecnologia. L’usabilità è
una piccola parte di questa pozione magica del successo.
Ora, non stupisce -ritengo- il fatto che il secondo schema sia targato CSELT
(il grafico fa parte di uno studio in ambito TLC, e lo CSELT è ora parte
del vasto universo di ricerca
di proprietà di Telecom Italia). Semmai, potrebbe stupire qualcuno,
il fatto che il primo schema è stato redatto da Jakob Nielsen. In troppi
infatti dimenticano che JN è un ingegnere vecchio stampo, e che prima
di ammorbidirsi (al punto di co-firmare le ricerche di Don Norman sull’emotional
design) ha usato parecchio le sue chiavi inglesi.
Cosa non
mi piace in questi schemi!
Beh, non credo che la gente comune si
riconosca piacevolmente in uno schema in cui le sue scelte (domanda d’uso) siano
figlie di UTILITA’, PUBBLICITA’ ed ACCETTABILITA’. D’altronde, non credo che
molti esperti di usabilità si riconoscano in uno schema che pone l’UTILITA’
fuori dall’USABILITA’ (senza chiarirla) e che -come componente dell’accettabilità-
pongono l’usabilità alla stregua di "inerzia" o "inerzia".
E’ naturale che più di un progettista possa sentirsi frustrato da questa
visione.
In tal senso, il rapporto gerarchico tra UTILITA’ e USABILITA’ disegnato nello
schema di JN è -per lo meno- più logico.
Cosa è opportuno
apprendere da questi schemi!
Già in passato mi sono soffermato sulla necessità
di dare unità e standard alle competenze progettuali emerse dal mondo
degli Human Factors. Oggi, credo possa far bene a molti il vedere il
rivolo della propria competenza unica e speciale, svanire nel vasto mare dell’accettabilità
industriale.
Riflettete bene su quando vi siete trovati a NON CONVINCERE IL CEO dell’azienda
a cui presentavate l’importanza dell’apporto di competenze che stavate offrendo.
Forse troverete la risposta delle priorità reali del CEO negli schemi
sull’accettabilità.
Conclusioni
“L’usabilità non è una professione,
ma una competenza che deve essere diffusa sino a penetrare l’anima di
chi progetta”. Questa frase sta nella
mia home da quando esiste il sito leander.com
Rileggendola alla luce sia dell’articolo odierno che in alcune righe del mio
precedente "Discount
Usability: GAME OVER", credo sia il caso di valutare attentamente la
seguente riflessione: In Italia l’usabilità -nel suo complesso- rischia
un clamoroso insuccesso.
Le cause sono evidenti:
- da un lato, la visione "industriale" dell’accettabilità
limita fortemente gli spazi e l’impatto che l’usabilità può
avere sui singoli artefatti. - dall’altro lato, il solo bastione di Internet non è
sufficiente a cambiare questa "cultura dominante". Ciò sia
perchè in Italia la Rete è ancora colpevolmente sottovalutata,
che -direi sopratutto- a causa delle troppe distanze e polemiche tra gli
addetti ai lavori. Questi ultimi così impegnati a definire sottoculture
microscopiche e personali, da non comprendere che così saranno tutti
spazzati via.
A questo mondo i progetti di artefatti
multimediali possono farli molte diverse categorie di professionisti:
- ingegneri & tecnici
- umanisti & specialisti di contenuto
- architetti di sistemi e informazioni
- designer (NB. non intendo un banale grafico, bensì
un Pininfarina)categorie a cui vanno sommate tutte le svariate forme di arte ed artigianato
Ebbene,
Premesso che l’intera cultura del "progetto" esiste da molto prima
dei computer, nonchè riconosce (e subisce) un profondo legame culturale
con il mondo dell’ingegneria, le competenze di usabilità
possono essere uno strumento di ognuna di queste diverse categorie di professionisti.
Il problema -semmai- è che bisogna definitivamente comprendere
che le competenze di usabilità NON possono vivere da sole o -peggio-
essere ulteriormente frammentate.
Una cosa è saper distinguere campi
diversi, altro è pretendere l’istituzione e lo spazio di vita per "n"
frammentatissime figure progettuali.
La mia visione del progetto di un artefatto multimediale è molto vicina
al classico schema di Jesse James Garret.
Ritengo che questo vada visto come "lista di attività e
competenze ordinate" svolte -se è il caso- anche dal numero minimo
di una sola persona, e non necessariamente attraverso un patchwork di professioni,
che non hanno definito standard di comunicazione, unità di misura, risultati
oggettivi, sperimentazioni riproducibili.
Anche alla luce di questa visione del progetto, smettiamola di dire ogni bene
dell’importanza dell’usabilità e chiediamoci invece: Quanto sono
consapevole delle priorità "industriali" e della visione che
il mercato ha di questa mia speciale cultura dell’usabilità?
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Leandro Agrò - 10+ anni di Design & Management
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