Nov 16 2003

    Interaction Design: come organizzare un workshop in azienda

    workshop aria di bostonUn workshop non lo si pu� raccontare in “teoria”, far� quindi riferimento ad un vecchio lavoro (uno dei pi� semplici a dir la verit�), chiamato:”aria di boston”.


    In questa pagina
    - Perchè un workshop di Interaction Design
    - Premessa su "Aria di Boston" (progetto di esempio)
    - Comincia il Workshop: Puntare su un team eterogeneo
    - Il brief di "Aria di Boston" (eliminare i brainframes)
    - Il brainstoming: la preparazione
    - Il brainstorming: come condividere le idee
    - Cambiare le carte in tavola
    - Dare alle idee un tempo per sedimentare
    - Visualizzare il concept
    - I micro-progetti di "Aria di Boston"



    Perché un workshop di Interaction
    Design

    Che il design dell’interazione sia l’approccio progettuale
    migliore per affrontare le sfide della comunicazione/collaborazione mediata
    da artefatti digitali, è un assunto sempre più condiviso. Questo
    -di per sé- non rappresenta una giustificazione sufficiente per il fatto
    di organizzare un workshop aziendale.
    A spingere dei gruppi di lavoro aziendali ad organizzare un workshop di questo
    tipo -generalmente- è un problema concreto, ad esempio: trovare modi
    efficaci di gestire le relazioni tra sedi aziendali distanti, fusi orari differenti,
    merge di aziende, processi di riqualificazione o di formazione continua, etc.
    Tutte queste, sono attività che possono essere supportate con soluzioni
    tecnologiche che -come vedremo- funzionano meglio se progettate con un approccio
    adeguato.

    Ma un workshop non lo si può raccontare in "teoria", farò
    quindi riferimento ad un vecchio lavoro (uno dei più semplici a dir la
    verità), chiamato:"aria di boston".

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    Premessa su "aria di Boston"
    Al tempo di questo lavoro, ero Vicepresident di una società
    in rapida crescita. Le due sedi della società erano a Milano (sede operativa
    con oltre 60 persone), e Boston (centro di ricerche con una decina di addetti).
    Da alcuni mesi, nella sede di Milano, arrivava continuamente nuovo personale,
    e spesso questo non sapeva neanche dell’esistenza e della funziona della sede
    di Boston.
    Per ovviare a questo problema, potevamo contare su tutte le infrastrutture informatiche
    di una azienda Net-economy (Intranet, sopratutto), ma non bastava.
    Le "leggi della collaborazione" in gruppi di lavoro remoti, sono sempre
    le stesse: la collaborazione remota non sorge spontanea. DEVE partire attraverso
    un incontro fisico; essere tenuta in piedi per progetto, raggiungere una sua struttura
    e massa critica, ed infine progredirà in autonomia.

    Se volevamo che la gente collaborasse e -sopratutto- fosse proattiva, dovevamo
    creare un "ponte culturale" fatto di continue occasioni di incontro
    e di scambio.
    Inoltre, c’erano persona in Milano che -per incarico e background- in effetti
    non avrebbero comunque avuto granché motivo di interazione con la sede
    di Boston: ma noi volevamo coinvolgere anche loro. .. anche perché BOSTON
    veniva percepita come un qualcosa di premiante, e nessuno doveva esserne completamente
    escluso.

    Per queste ragioni, in azienda, ho messo insieme un gruppo di colleghi e organizzato
    un workshop interno. La nostra finalità era quella di mettere insieme un
    certo numero di proposte concrete ed attuabili, stimare i potenziali budget si
    spesa, etc etc

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    Il team partecipante ad "aria di Boston"Comincia
    il Workshop: Puntare su un team eterogeneo

    Il team: Anche se non tutti sono concordi,
    l’Interaction Design non è una disciplina, bensì un approccio progettuale.
    Come tale, non vive senza un metodo. Ma non vive neanche senza la contaminazione
    delle discipline da cui prende origine, e non si manifesta senza un team adeguatamente
    eterogeneo.
    L’etereogeneità è ideale quando è multidimensionale, ovvero
    comprende differenze di: background, qualifica, seniority aziendale.
    Nel caso di "aria di Boston", il team prevedeva sia persone di estrazione
    consulenziale, che creativi. Inoltre, un software engineer ed un project manager.

    Eliminare i brainframes
    Il brief è un momento fondamentale per eliminare i brainframes più
    comuni che possono emergere in un team di questo genere. Alcuni brainframes tipici
    sono:
    - non sono un progettista, quale può essere il mio contributo?
    - non so se si può fare…
    - non conosco la tecnologia…

    Così come, anche le risposte "preconfezionate", possono essere
    limitanti:
    - useremo Internet per…
    - installiamo il software tal dei tali…

    ma continuiamo con il nostro esempio pratico…

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    Il
    brief di "aria di Boston"

    L’obiettivo del workshop e’ intervenire nello spazio
    pubblico della sede di Milano della società al fine di rendere percepibile
    la sede, il lavoro, le persone, le opportunita’ di relazione e di informazione
    presenti nella sede di Boston.

    Una delle chiavi di lettura di questo brief è
    "l’intervento sullo spazio fisico" che viene richiesto come requisito
    fondamentale. In tal senso, il brainframe tipico della tecnologia che sta dentro
    allo schermo del PC, viene completamente eliminato. Contemporaneamente -spostando
    l’attenzione verso quello che sembra diventare più un elemento di arredo-
    il progetto viene aperto al contributo progettuale anche dei non tecnici.

    Infine, l’accento sul "rendere percepibile il lavoro, le persone e le opportunità
    di relazione e di informazione…" sposta ancora di più l’accento
    del progetto, che diventa più un compito legato alle relazioni sociali,
    l’interscambio, gli aspetti psicologici e collaborativi, che non un fatto meramente
    tecnolgico. Insomma Internet o il tal-software NON può è la risposta,
    è -al più- il mezzo. E così dovrebbe essere sempre.

    Comprese le motivazioni ed alcune dinamiche dell’ingrediente "team eterogeneo",
    andiamo al secondo ingrediente fondamentale per il workshop:"il project manager
    con esperienza di progetti di Interaction Design". Sarà -infatti-
    lui a dare il brief, e a "scolpire" nella mente del team, il nuovo attegiamento
    progettuale necessario.
    In questo senso, grazie al doppio ruolo di "progettisti" ma anche di
    persone che vivono quotidianament in azienda, il contributo di tutti è
    giustificato e necessario. Ed anche se ci vuole una certa abilità per far
    pensare il team senza il vincolo inibitorio relativo al proprio ruolo aziendale,
    il lavoro può cominciare.

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    Il brainstoming: la preparazione
    Il brainstorming è una modalità celeberrima
    per consentire ad un team di dare libertà alle proprie idee -anche abozzatissime-
    e chiedere la partecipazione degli altri membri del team al proprio pensiero.

    Nel caso del workshop "aria di Boston", al team erano stati mostrati
    alcuni casi di studio di progetti di Interacion Design. Così, il team,
    aveva potuto focalizzare alcune soluzioni come: l’introduzione di device, l’intervento
    sullo spazio fisico, il focus sulla relazione tra le persone destinatarie del
    progetto.

    La prima fase del brainstrorming, è stata quindi dedicata al "ricordarsi"
    i progetti già visti, commentando insieme SE e QUALI parti di quei progetti
    potesse -in qualche modo- tornare utile rispetto al nostro brief.

    Scoperto che ben poco del materiale che avevamo era riutilizzabile, abbiamo tutti
    condiviso che -la cosa più importante da ereditare- era proprio l’approccio
    progettuale, ovvero: quel modo di progettare -focalizzato sulla relazione, sui
    processi e verso gli spazi in cui essa avviene- che equilibra la visione prettamente
    tecnologica, con quella più umanistica, sociale ed ergonomica.

    Il brief è anche il momento più opportuno per dare qualche vincolo,
    e per darsi delle regole interne che possano immediatamente consentire di comprendere
    se -un dato vincolo- è rispettato o meno.
    Ad esempio, un vincolo può essere la fattibilità tecnica. Ora, se
    la realizzazione del progetto è in carico al team stesso, la persona che
    ha il background più tecnico, e lo stesso PM, hanno il compito dare il
    primo parere sulla fattibilità di una certa proposta.
    In questa fase è importante non creare un sistema di veti, ma altresì
    un sistema che possa dare forza e sostegno alle idee -spesso inespresse o quasi-
    di membri del team che NON hanno adeguate competenze tecnologiche.
    Tipicamente, il supporto tecnico, dovrebbe rassicurare e dare "ali"
    al pensiero degli altri membri del team.

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    Il brainstorming: come condividere
    le idee

    Ribadito
    il brief, che qui riportiamo per comodità,

    L’obiettivo del workshop e’ intervenire nello spazio pubblico della sede di
    Milano di AP al fine di rendere percepibile la sede, il lavoro, le persone, le
    opportunita’ di relazione e di informazione presenti nella sede di Boston.

    è stato posto al centro del tavolo un unico grandissimo foglio di carta.
    Il project manager comincia quindi a scrivere sul suo lato del foglio,
    alcuni appunti relativi ad una sua proposta
    (tipicamente molto semplice
    ma esemplificativa dell’approccio). Infine ha delimitato l’area con una riga,
    e le ha dato un nome.
    Relativamente al workshop "aria di boston", il PM ha cominciato con
    il proporre l’introduzione di alcuni semplici orologi che segnano il diverso fuso
    orario di Milano e di Boston. Questi orologi, avrebbero avuto il massimo effetto,
    se posti in tutti quei locali dove le persone della sede di Milano -tipicamente-
    si riuniscono. Sia essa la macchinetta del caffè, o una sala seminari.

    Rispetto al brief, questo primo esempio, comincia a dare l’idea di cosa significhi
    "intervenire sullo spazio fisico della sede di Milano", ma non aggiunge
    alcun elemento forte rispetto "alla condivisione delle opportunità
    di informazione e relazione con il team di Boston".

    Il PM chiede quindi ad un altro membro del team, di suggerire un’altra possibile
    idea di intervento sullo spazio che incida anche sull’aspetto di relazione.

    Così,
    un contributo alla volta, gli altri membri del team cominciano -ognuno nel suo
    angolo del foglio centrale- ad aggiungere annotazioni, delimitare la propria area,
    e dargli un nome.

    Quello che accade in genere, è che dall’idea più semplice e limitata,
    durante il giro di contributi, si riesca a tirar fuori anche qualcosa di molto
    efficace. A quel punto, il ruolo e la mediazione del PM è fondamentale
    anche per:
    - consolidare e tenere distinte (almeno in questa fase) le diverse idee/contributi

    - chiedere il rispetto di vincoli quali la sostenibilità, fattibilità,
    etc

    Sino a questo punto, ogni membro del team, ha focalizzato la sua attenzione sul
    rispetto del brief e dei vincoli. La prima idea che ha presentato -ovviamente-
    può anche non essere particolarmente geniale. Infine, l’intervento del
    PM che ha assicurato al distinguibilità delle varie idee ha consolidato
    nel team l’impressione di doversi focalizzare ora sulla propria proposta.

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    Cambiare
    le carte in tavola

    A questo punto però il PM compie un’azione che
    demolisce un altro brainframe: ruota il foglio, in modo da mettere una
    specifica idea difronte -a rotazione- a tutti gli altri membri del team,

    e gli chiedi -uno ad uno- di dare un suo contributo.

    Dopo un po’, il PM abbandonerà lo schema rigido e l’ordine verrà
    lentamente sovvertito in modo da collaborare tutti sull’idea di una persona specifica.

    Questo processo evidenzierà come -alcune proposte- possano collassare in
    una sola. Oppure, determinare l’abbandono di qualche idea complessivamente debole,
    le cui parti migliori migreranno su altre proposte.

    Alla fine di questo processo, le "n" idee iniziali (una per membro del
    team), saranno diventate un numero diverso di proposte. A volte minore di "n",
    ma talvolta adirittura superiore.

    Sopratutto se si ITERA tutto questo schema, più volte e con team diversificati,
    allora le idee cominceranno a scorrere con una certa fluidità.

    Un esempio utile potrebbe essere il seguente: creare un secondo team, e dargli
    come visiting-PM uno o due mebri del team principale. Questo servirà a
    formare altre persone sui compiti che deve avere un PM, ma anche ad aumentare
    e rinnovare il numero di proposte che confluiranno nel workshop.

    Iterato e su due gruppi, o diretto e ad un solo team, il processo di brainstorming
    deve avere un termine preciso e prestabilito. Giunto quel termine, il foglio con
    tutti gli appunti viene appeso al muro, ed il team dedicherà alcuni giorni
    per far sedimentare le proposte.
    E’ bene istruire il team perchè usino questo tempo per fare qualche indagine
    con i provabili utenti (bastano delle interviste), oppure cominciare a fare due
    conti su economicità, fattibilità, etc.

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    Dare
    alle idee un tempo per sedimentare

    Terminata la fase di sedimentazione, si torna alla parete
    dove sta appeso il foglio di progetto e si ragiona insieme sulle variazioni da
    apportare.

    Qui il PM ha nuovamente un ruolo chiave: deve assolutamente chiedere SE e COME
    sia state verifica/consolidate le proposte allo studio. Banalmente, dovrà
    rimandare indietro chi non avesse predisposto un numero sufficiente di interviste
    e approfondimenti.

    E’ facile che -se non si è verificata prima- questa sia la vera fase di
    merge o di abbandonodi proposte. Qualcuna risulterà infatti semplicemente
    inapplicabile, oppure NON condivisa dal campione delle interviste.

    un esempio della creazione di scenari per il rendering delle proposte
    A questo punto si torna al tavolo, ma con un cambiamento fondamentale: al centro
    ci sono le PROPOSTE, ed ognuna di esse ha un team che se ne occupa. Certamente
    si potrà verificare che ci siano idee seguite da una sola persona (tipicamente
    chi l’ha proposta inizialmente), così come persone che vogliono esserci
    in tutte. Il PM medierà le richieste e cercherà di bilanciare la
    dimensione del team con la complessità del progetto.


    Come si fa?
    Per stabilire QUANTE persone, bisogna stabilire prima COSA esse devono fare. Ecco
    quindi che per ogni idea, il PM stabilirà un responsabile ed -con lui-
    genererà una lista di obiettivi puntuali (in pratica quello che serve per
    approfondire il progetto, finire il rendering dello stesso o -direttamente- per
    realizzarlo).

    A quel punto, sarà lo stesso responsabile della singola proposta a rendersi
    conto se ha le risorse necessarie per far fede alla propria lista di attività.

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    un rendering del progetto "corridoio da Boston a Milano"Visualizzare
    il concept

    Nel caso di "aria di Boston", le proposte -oltre
    ad un concept consolidato ed una lista di benefici ben identificati- dovevano
    essere dotate di una scheda che ne dichiarasse la fattibilità tecnica,
    e ne calcolasse il costo economico.
    In particolare, il concept, doveva essere di tipo "visivo", ovvero essere
    raccontato per immagini e per scenari.

    I micro-team di proposta, subirono una evoluzione naturale, per cui il responsabile
    era -in genere- chi aveva inizialmente proposto l’idea, ma il micro-team vedeva
    ricomparire i classici ruoli di supporto, come: un creativo per il rendering visivo
    della proposta, il tecnologo per la redazione della scheda di fattibilità/calcolo
    economico, etc.

    Insomma, un chiaro ritorno all’ordine che -dopo brainstorming e schemi appesi
    alla parete- riemergeva naturalmente per semplice bisogno e competenza.

    Per quanto riguarda "aria di Boston" -finiti i rendering e le schede-
    tutte le proposte furono presentate durante un meeting ad-hoc. I risultati concreti
    sono -ovviamente- la logica conseguenza del sistema di vincoli proposto e dell’inesperienza
    di chi -per la prima volta- si cimentava in un workshop del genere, ma sono anche
    quanto necessario mostrare per darvi un’idea concreta di come il workshop stesso
    abbia funzionato.




    I micro-progetti di "Aria di
    Boston"


    Era ovvio che a qualcuno sarebbe venuto in mente di proporre ricorrere alle
    webcam puntate su Boston che si potevano montare nella sede remota, piuttosto
    che già esistenti su Internet.
    Per questo progetto furono pensate due versioni:
    - low-budget: le webcam sono accessibili tramite la Intranet aziendale
    - medium budget: degli schermi LCD incassati in una finta parete in legno
    posta all’ingresso della sede di Milano, mostra -a rotazione- le immagini
    di vari punti della città di Boston.


    La zona caffè della sede di Milano, poteva essere dotata di un
    LCD screen che puntava ad una pagina web opportunamente redatta dal team
    bostoniano. Così, le ultime news venivano poste sinteticamente
    in pagina, giusto dove e quando si aveva il tempo di leggere qualche riga.


    Due orologi per indicare i diversi fusi orari, ma anche delle foto di gruppo
    che fossero rappresentative delle diverse persone che componevano i team
    delle due sedi.
    Infine, sulla Intranet, esistevano già le biografie con foto di tutti,
    quindi era possibile incuriosirsi e scoprire chi stava dall’altra parte.


    A Boston volevano andare tutti, ma evidentemente NON era possibile. Questo
    "magic-mirrow" serviva a questo. Bastava porsi difronte ad una
    telecamera, e questa avrebbe -al volo- scontornato il nostro mezzo busto
    e lo avrebbe sovrapposto in spezzoni pre-registrati dentro alla sede,
    e per le strade di Boston.
    Una sorta di "teletrasporto" per l’immaginazione.


    La sede milanese aveva già una radio internet a solo uso interno.
    Questa radio prevedeva un preciso palinsesto, dei DJ che predisponevano
    le "trasmissioni" mettendo in fila gli MP3 che più gli
    apicevano, etc.
    Si pensò dunque di dotare di diffusione sonora sopratutto le scale
    di ingresso (adatte anche nel caso le musiche proposte avessero avuto minore
    rotazione, e come intro per i clienti che sarebbero poi stati proiettati
    nell’ingresso boston-milano) e -per quelle- usare delle trasmissioni compilate
    dai DJ di Boston.

    Alcuni promemoria possono essere semplici ma efficaci. Per l’americanizzazione
    della cucina furono pensati poster a dimensione naturale e un bel distributore
    di bibite.
     

    Il più controverso (e di difficile implementazione) dei progetti,
    fu questa riedizione del controsoffitto, in cui si sarebbero dovute innestare
    delle fibre ottiche. Questo sistema avrebbe dovuto "rappresentare visivamente
    e fisicamente" lo scambio di messaggi di posta elettronica tra le due
    sedi.
    Inizialmente si pensò di "mappare" le fibre ottiche del
    tetto per riproporre la suddivisione fisica delle persone di Milano. Successivamente,
    anche superando le evidenti problematiche di privacy, il sistema continuò
    a suggestionare e -in qualche misura- sedurre le persone a cui fu presentato.
    Senza tuttavia trovare mai l’approfondimento necessario per valutarne la
    concreta realizzazione.

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